Due idee per il Congresso Grande Nord / Tasse, forma di dominio

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di STEFANIA PIAZZO –  La tassazione “è una forma di dominio, una nuova forma di schiavitù moderna. Nel 1814 la rivolta antitasse decretò la fine del Regno Italico.  Si viveva come scriveva il Porta: “Libertè, egalitè, fraternitè,  fransè in carozza, i milanes a pè”.

Diceva lo storico Giorgio Rumi al quotidiano la Padania: “Ma lo si vuol capire o no che l’Italia non può essere considerata una camicia di forza (…). Tutto va bene, a patto che la risposta alla questione settentrionale del Nord sia politica (…). Basta che si diano una mossa”.

“…per parlare di una Questione Settentrionale, cioè dello sbilanciamento nello sviluppo fra le due aree e la consueta penalizzazione del dinamismo del Nord, che la storia ha creato e che la politica ha occultato”.

 

La questione è sacrosanta. La prima ragione è che in Svizzera i cittadini si alzano e si abbassano le tasse a suon di referendum. In Italia decide il Trattato di Maastricht e il patto di stabilità. Cioè più tasse per pareggiare i conti di chi non sa governare. Seconda ragione: votare in materia tributaria è un diritto, così come esprimersi in politica internazionale. In Italia si va ai summit e decidono gli altri.

La terza e ultima ragione è che la Costituzione più bella del mondo non è così democratica come vogliono farci credere. Se sulle nostre tasche decidono altri, qualcosa non funziona. Invece gli zurighesi hanno voluto aumentare gli incassi locali per avere più servizi aumentandosi le tasse del parcheggio Raggiunto lo scopo, costruire una strada, una scuola, le tasse possono anche scendere e cittadini lo impongono a chi governa.

 

Paghiamo ancora i terremoti di 40 anni fa. L’Abissinia, la guerra in Libia. Le missioni di pace. Grazie alla Costituzione più bella del mondo, che decide in materia tributaria in modo arbitrario come e dove la politica deve mangiare. In Svizzera lo decide la democrazia diretta.

 

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One Comment

  1. mumble says:

    La storia è un continuo srotolarsi quotidiano di accadimenti, per lo più caotici e scollegati, che la mente umana cerca di catalogare e assemblare per capire e immaginare il domani.
    Naturalmente le proprie convinzioni politiche sono decisive in questo continuo processo di rielaborazione di avvenimenti.
    Per tutti gli autonomisti quella di ieri è stata una giornata tremenda, che dovrebbe essere ricordata come ; ciò è vero ma solo in parte.
    Ieri si è capito in modo potente e chiaro che Roma è compattissima contro il Nord e che non è disposta neppure a concedere alle Regioni del Nord una illusoria (e inutile) parvenza di libertà.
    Il Nord – ingannato dalla sua stessa classe politica cialtrona e corrotta (corruzione anche ideale, anche ma non solo) – ha inseguito la (ennesima) chimera dell’autonomia targata art. 116 della costituzione italiana.
    Una vera Caporetto epocale: dopo anni di slogan, proclami e rodomontate, zero risultati, zero tituli
    Da questa debacle, nasce però una constatazione ed uno spunto.
    Proprio perchè l’art. 116 era palesemente una colossale presa in giro, che avrebbe addirittura potuto portare ad un aumento delle tasse locali (si pensi solo per citare un caso, al tema del personale da assumere per esercitare le competenze nelle materie delegate che non è stato chiarito se passerà alle Regioni o se queste dovranno assumerselo ex novo lasciando gli statali allo stato), dato che si tratta di una cagata pazzesca, insomma, Roma avrebbe anche potuto simulare una benevola e graziosa concessione a quegli imbecilli minorati mentali dei Padani, muli che lavorano tutto il giorno e tanto di politica non capiscono un caxxo.
    E invece no.
    Giù legnati ai minorati padani: cornuti e mazziati.
    I motivi di questo irrigidimento sono da indagare: io credo sia un segnale di grande debolezza di Roma, stremata da una campagna anti europea che non le ha portato nulla.
    Roma ha voluto mostrare i muscoli anche perchè il Sud iniziava a mandare messaggi di inquietudine solo a sentire nominare la parola : e questo la dice lunga anche sulla grande debolezza del sud – sempre più proiettato verso il terzo mondo – e della classe dirigente meridionale, passata dai De Mita ai De Magistris.
    Insomma, invece di elemosinare una pseudoautonomia al Nord, Roma punta i piedi.
    Buon segno.
    P.S. Umberto, coraggio. Mai mulà. Mai.

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