Due idee per il Congresso Grande Nord / Leggete il prof. Hanau, dice che “i poveri del Nord sono più poveri”

poveri

di STEFANIA PIAZZO –  Carlo Hanau, studioso con dottorato Economie de la santé nel 1981 a Aix-Marseille, col Prof.J.Brunet Jailly e Prof.A.Quadrio Curzio, docente presso molte scuole di specializzazione, fra le quali: igiene (direzione sanitaria) dell’UNIBO e dell’UNIAN, biostatistica dell’UNIMI, La Sapienza, UNIVAQ e UNIPD e chi più ne ha più ne metta, ha affermato una sacrosanta verità economica, sociale ma molto, molto politica. E cioè che non esiste una sola povertà.

Spiega in un dettagliato dossier il professore che “La povertà non è un fenomeno univoco, ma il reddito di cittadinanza non ne tiene conto. Le soglie che la definiscono cambiano infatti da Nord a Sud, perché diverso è il costo della vita. Ignorate pure le esigenze specifiche delle persone con disabilità”.

In una ampia analisi affidata alla pagina economica de lavoce.inf. Hanau dice che a parità di Isee, però, “i poveri del Nord sono più poveri perché devono sostenere un costo della vita più elevato, affitti e generi alimentari più cari, spese di riscaldamento maggiori, a cui si aggiungono minori aiuti di familiari e di vicini.
L’Isee viene costruito sulla base dei redditi e dei patrimoni mobiliari denunciati e degli immobili posseduti e censiti al catasto: in alcune regioni del Sud molte abitazioni non sono accatastate e quindi non aumentano l’indicatore. Così come i redditi da lavoro nero, che è sicuramente più diffuso al Sud. Il reddito di cittadinanza può essere un’ulteriore spinta per aumentare il lavoro nero, perché sia i lavoratori sommersi che i loro datori sono interessati a nascondere il rapporto di lavoro. Non sono certo credibili le minacce di punizioni esemplari per i “furbetti” proferite da Luigi di Maio e da Matteo Salvini. È difficile pensare che nelle regioni dove non si riesce a fare rispettare l’obbligo del catasto delle case (visibilissime dalle foto satellitari) si riuscirà a verificare e punire il lavoro nero. Il lavoro nero è diffuso anche al Centro-Nord, dove però funzionano meglio il servizio ispettivo e il ricorso alla magistratura del lavoro”.

Sembra un manifesto scritto 25 anni fa dal primo movimento-sindacato di territorio di cui abbiamo tutti buona memoria. Eppure oggi, ad attestare lo stato dell’arte di un Paese duale c’è un accademico con molto senso pratico.

E’ musica per certe orecchie: “Nel definire il reddito di cittadinanza, sarebbe perciò giusto tenere conto delle differenze del costo della vita, sia per determinare con maggiore equità il numero dei poveri sia per quantificare il corretto importo mensile dell’assegno di ciascun richiedente, poiché con gli stessi 780 euro in alcune zone si comprano più beni e servizi che in altre. Il costo della vita si differenzia da regione a regione, ma anche all’interno di una stessa regione: ad esempio è più elevato nelle grandi città rispetto al resto del territorio”.

L’Istat offre un calcolatore della soglia della povertà.

Due calcoli? Ve li fa il prof senza farvi scomodare.
“Nel 2017 una famiglia composta di due adulti e un figlio in età compresa fra i 4 e i 10 anni, residente in una città del Nord che supera i 250 mila abitanti, è povera se dispone di meno di 1.390 euro al mese, mentre se risiede nel Sud la famiglia è povera se ha meno di 1.087 euro: 303 euro di differenza. Per il nucleo familiare con eguali dimensioni che risiede in una città con meno di 50 mila abitanti nel Nord la soglia si abbassa a 1.275, ancor più al Sud, dove è pari a 1.013 euro al mese: 262 euro di differenza.
La definizione degli aventi diritto all’assegno di cittadinanza e quella dell’ammontare dell’assegno dovrebbero rispettare le differenze del potere di acquisto e non indicare una soglia unica per tutti. E l’Inps potrebbe facilmente tenerne conto”.

E’ un vecchio adagio quello del costo della vita, del rapporto regionale e per macroaree ma la questione più che economica è politica.

Poi però la questione diventa grave perché a non tener conto del differenze coefficiente territoriale si penalizzanon solo i più deboli, ma i più deboli tra i deboli, i disabili.

Oltre alle differenze del costo della vita, il rispetto del principio elementare dell’equità vorrebbe che si considerasse la differente condizione delle persone: per quelle con disabilità dovrebbero essere introdotti criteri diversi da quelli approvati dal governo con il decreto del 17 gennaio, come spiegano bene Carlo Giacobini e Daniela Bucci.
Gli indici di povertà come l’Isee familiare non riescono a cogliere in modo adeguato l’effettivo tenore di vita delle famiglie con una o più persone con disabilità e sottostimano il loro reale disagio economico, aggravato dalle difficoltà di accesso al mondo del lavoro, dalla necessità di disporre di un caregiver e dai costi sociosanitari privati per supplire alle carenze dei servizi pubblici di assistenza sociale e sanitaria”.

E udite udite… Si può far cumulo in molti modi con il reddito di cittadinanza, ma non può cumulare nulla chi ha un disabile con una pensione di invalidità. L’invaliditià è un reddito, insomma, non viene considerata come un diritto costituzionale, un sussidio un aiuto per affrontare cure, assistenza, attività di recupero. Un invalido produce inconsapevolmente pil!
“L’insoddisfazione dei nuclei familiari con persone con disabilità sul decreto del 17 gennaio è stata espressa dai presidenti di Fish (Federazione italiana per il superamento dell’handicap) e Anmic (Associazione nazionale mutilati e invalidi civili), che hanno rilevato come i nuclei in cui sono presenti persone con disabilità, titolari di pensione di invalidità civile (considerata come reddito), verranno inequivocabilmente trattati meno favorevolmente delle altre famiglie, proprio perché le stesse pensioni di invalidità vengono considerate alla stregua di un reddito.
La permanenza della persona con disabilità all’interno del nucleo familiare, dovuta spesso alla mancanza di adeguati servizi residenziali, diventa un enorme ostacolo all’ottenimento del reddito di cittadinanza, che si basa sull’Isee familiare invece che su quello personale”.

 Non mi pare ci sia molto altro da aggiungere.
Print Friendly, PDF & Email

Related Posts

4 Comments

  1. Walter Zanier says:

    Bene ha fatto a sottolineare l’argomento che è sotto gli occhi di tutti, ma nessuno ne parla. Lo stesso succede in qualsiasi parte del globo e posso dire che già 30 anni fa la ex Jugoslavija teneva conto di questo. A Lubijana il costo della vita non era quello di Skopje e nelle paghe governative questo si teneva conto.

  2. Riccardo Pozzi says:

    Sacrosanto e desolante nello stesso tempo. Purtroppo non di moda. Speriamo passi presto.

  3. mumble says:

    Brava. Molto interessante.

    • Stefania says:

      Sono spunti, suggerimenti. Lei è il primo e unico feedback arrivato. Evidentemente non c’è bisogno di portare idee in politica.

Leave a Comment