Drammatica situazione dei cattolici nelle Filippine

Soldiers ride in a truck as they patrol a road in Jolo, Sulu«La Chiesa nelle Filippine vive oggi delle difficili relazioni con il governo, ma riesce a mantenere una posizione bilanciata, cercando punti di incontro senza tuttavia negare le criticità». Così il missionario italiano del Pime, padre Sebastiano D’Ambra descrive ad Aiuto alla Chiesa che Soffre gli attuali rapporti tra la Chiesa locale e il governo di Manila, incrinatisi in particolar modo negli ultimi giorni dopo alcune dichiarazioni del presidente Rodrigo Duterte sulla «stupidità di Dio». A partire dal 17 luglio, i vescovi delle Filippine hanno indetto tre giorni di preghiera e di digiuno come riparazione per quanti hanno commesso blasfemia. Ovviamente i vescovi non hanno fatto il nome del presidente nel loro messaggio, ma è facile cogliere il riferimento.

Durante una visita alla sede di ACS-Italia padre D’Ambra, da oltre quarant’anni impegnato nella promozione del dialogo interreligioso nell’isola a maggioranza islamica di Mindanao, ha parlato dell’attuale situazione nella regione e in particolare nella città di Marawi, assediata per cinque mesi nel 2017 da gruppi affiliati ad Isis quali il Maute e l’Abu Sayyaf. Padre D’Ambra nota come, nonostante l’esercito abbia liberato l’area, a Mindanao permangano delle «cellule silenziose» di gruppi islamisti. «In molti non sanno della presenza di questi gruppi, perché si preferisce diffondere l’idea che nel Paese tutto vada bene, ma queste realtà esistono». La penetrazione dei gruppi terroristici internazionali è un fenomeno che ha conseguenze negative sul dialogo interreligioso nelle Filippine ed ha diviso anche la comunità musulmana al suo interno. «Vi sono molti musulmani moderati, ma purtroppo alcuni non hanno il senso critico necessario a distinguere che non tutto ciò che viene fatto in nome dell’Islam è giusto. Vi sono poi alcuni leader fondamentalisti che gettano benzina sul fuoco».

A favorire l’annessione alle fila dei gruppi jihadisti dei giovani filippini sono in primis motivazioni economiche. «Mi hanno raccontato che in alcuni casi sono perfino i genitori delle famiglie povere a spingere i figli ad unirsi a questi movimenti, giacché questi offrono molto denaro». I gruppi fanno poi leva sul sentimento religioso e sulla mancanza di istruzione e conoscenza delle stesse Scritture. «Sostengono di agire secondo quanto scritto nel Corano, ma i musulmani moderati stessi li smentiscono».

Intanto padre Sebastiano porta avanti il suo impegno nella promozione del dialogo interreligioso attraverso il movimento Silsilah, da lui fondato nel 1984. «Nonostante le difficoltà riscuotiamo sempre più consensi e perfino rappresentanti del governo e dell’esercito ci chiedono di organizzare corsi di formazione».

Nei giorni scorsi padre D’Ambra è stato anche nominato responsabile per il dialogo interreligioso della Conferenza episcopale nazionale. Un ruolo che già aveva ricoperto in passato e che ha accettato nuovamente con piacere, in vista dell’anno del dialogo interreligioso, indetto per il 2020, prima del 500° anniversario dell’arrivo del Cattolicesimo nelle Filippine che sarà celebrato nel 2021. «Mi impegnerò affinché quest’anno diventi significativo per i fedeli di tutte le religioni, e per ricordare a tutti che la Chiesa è una madre comune che comunica amore nel rispetto di tutte le differenze».

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