DOVE PORTA L’USCITA DI SICUREZZA DI TREMONTI?

di ALESSANDRO ALEOTTI

L’ultimo saggio di Giulio Tremonti “Uscita di sicurezza”, è molto importante, sia in termini di significato che di significante. Partendo da quest’ultimo, possiamo dire che in Italia (durante e, soprattutto, dopo il governo Monti) la necessità di ridefinire le leadership politiche attraverso profili che sappiano incarnare la decisiva sfida economico-finanziaria, trova in Tremonti una figura apicale per esperienza, competenza e visione.

Tuttavia, se l’esperienza e la competenza sono dati politicamente non discutibili, la visione di Tremonti (espressa dal significato del suo libro) sembra essere prigioniera di una contraddizione. Se è infatti vero che il libro, con molta più decisione rispetto ad altri suoi scritti precedenti, riconosce la forza irresistibile (quasi un determinismo storico) delle trasformazioni globali e del soggetto che ne ha ricavato maggior profitto, cioè la finanza, l’idea che Tremonti propone per rendere questi processi compatibili con le esigenze dei territori e dei singoli cittadini, appare una scommessa ancora più azzardata di quelle che ogni giorno si giocano sui mercati finanziari.

L’idea dell’ex ministro dell’Economia è quella di giocare la partita politica finalizzata a neutralizzare la finanza “speculativa” (riportandola al ruolo originario di ancella dell’economia “produttiva”) attraverso lo strumento degli Stati-Nazione, eventualmente racchiusi in un ancor più rigido super-Stato Europa. Questa idea, che corrisponde perfettamente al mainstream retorico che fonde europeismo e mercatismo, rischia di condurre al peggiore dei crash. La storia ci dice che ogni volta che si mettono in campo buoni propositi di restaurazione per sconfiggere una forza dominante (al congresso di Vienna era Napoleone e oggi è la finanza) gli esiti sono disastrosi (allora furono gli incendi rivoluzionari del ’48 e oggi sarebbe una perdita della democrazia rappresentativa con esiti incerti tra l’autocrazia e l’anarchia).

Naturalmente, questo non significa dar credito all’illusoria ricetta dell’autoregolamentazione del sistema, ma prendere atto che la realtà oggi si manifesta attraverso connessioni dirette tra locale e globale che non richiedono più le ricette fondate sulla teoretica verticista degli Stati-Nazione. Ciò che occorre mettere in campo è un nuovo contratto sociale che ridefinisca diritti e doveri dei soggetti (i cittadini, gli Stati, le banche, ma non l’astrazione “comunitaria” che è un rifugio retorico che il vizio verticista paga alla virtù romantica) senza pensare che la storia possa tornare indietro o, ancor peggio, dare avvio a una colpevolizzazione sociale che tanti orrori ha portato nel ‘900 (peraltro, a chi dare la colpa nella galassia molecolarizzata della finanza contemporanea, ai minatori del Galles per aver investito i loro risparmi in un fondo pensione?).

Se è meritorio il fiero disincanto che Tremonti ha brutalmente gettato sulla tavola imbandita della retorica genuflessa di fronte allo spread ( che da agosto a oggi è costato allo Stato meno di 3 miliardi di maggiori interessi e ai cittadini manovre trenta volte superiori), tuttavia, ogni positivo significato di “rischiaramento” si vanifica quando l’ex ministro lo destina a una prospettiva “romantica”, quasi fosse un vecchio campione dello sport che vuole tragicamente “sfidare il tempo” (come Borg che ritornò a giocare con la racchetta di legno o Foreman che salì sul ring quasi a cinquant’anni) e non un leader politico che deve avere una lettura della questione all’altezza del tempo.

La partita economica dell’Europa (e quindi anche del nostro Paese) oggi si deve giocare su un tavolo diverso. Due sono i passaggi fondamentali. Il primo è l’allontanamento dalla trappola del debito di quei soggetti non prioritariamente finalizzati al profitto (gli Stati e i cittadini) attraverso una statualità regolatrice nella direzione di un incremento di “diritti sociali” (abitare, curarsi, spostarsi, informarsi) da sottrarre alla mercatizzazione estrema. Il secondo è un’economia autenticamente libera da abusi di potere privato o pubblico (quindi, ne “mercatista”, ne “sociale” ) che sia in grado di indirizzare le intelligenze migliori, non alla replica infinita di prodotti di cui non sappiamo che farcene (dalle auto ai vestiti) o all’ingegneria folle della finanza, ma a creare e produrre quei beni, servizi e progetti del terzo millennio che ancora mancano.

Il modo per non venir scarnificati dalla forza dominante della finanza non è quella sorta di “coraggioso romanticismo” auspicato da Tremonti che, intendendo restaurare il “primato della politica”, ha in destino la fine del giovane Werther, ma l’isolamento dei giochi e delle scommesse finanziarie globali dalla vita dei cittadini e degli Stati. Peraltro, se ci pensiamo bene, uno scenario apocalittico di guerra alla finanza non è indispensabile, poiché il gioco è nella nostra antropologia e – se non patologicamente manipolato – rappresenta una condizione necessaria per l’esistenza dell’uomo. L’importante è che la “scommessa” non venga chiamata più “investimento” e che il risparmio vada verso la produzione che “lavora” e non verso la speculazione che “gioca”.

Quindi, pur riconoscendo che il libro di Tremonti contiene condivisibili proposte specifiche (in special modo la necessità che il sistema bancario torni ad un a logica normativa di specializzazione), credo che se veramente si vuole evitare il “fascismo finanziario” ( Tremonti usa parole forti e allora, parola forte per parola forte, potremmo parlare più appropriatamente di un’inquietante volontà di potenza che, accostando la finanza al più folle dei disegni novecenteschi, potrebbe essere definita “finazismo”) non serva mettere mano all’architettura istituzionale in una logica statalista, ma convincersi (e convincere) che la vita dei cittadini deve possedere una quota maggiore di diritti sociali indisponibili, che la creatività e l’organizzazione del lavoro incarnano la realizzazione più completa della società e , infine, che nei casinò vivono giocatori adulti che compiono scelte rischiose e non pecorelle smarrite da riportare sulla retta via.

direttore@milania.it

 

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4 Comments

  1. Giovanni Domenella says:

    Quella di Tremonti è una analisi ed una prospettiva non solo settoriale, nazional-economicistica), ma anche valoriale ed identitaria. Il discorsetto in oggetto è di quella disarmante vaghezza di chi immagina di dire tutto senza dire niente

  2. Rosanna says:

    Questa Europa non ha nessun senso….per avere un’ Europa politica forse ci vorrà qualche secolo
    L’unica uscita di sicurezza resta quella usata dall’Argentina.
    Combattere contro il mostro chiamato finanza è una guerra persa in partenza.
    Spero vivamente che la Grecia apra la strada.

  3. gianmario says:

    Caro direttore la penso esattamente come lei da alcuni anni. ho denominatl la cosa nuova capitalsocialismo di mercato. buona settimana.

  4. gianmario says:

    Caro direttorecomplimenti vivissimi.hai messo nero su bianco quello che il pda predica da oltre un anno. bene

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