Dov’è finita la Padania produttiva ammirata da Clinton?

clinton padaniadi STEFANIA PIAZZO – Quando si entra nella sala del giuramento, piccola e spoglia, si respira la sensazione della Storia; si è, non per caso, all’interno del monastero benedettino di San Giacomo, attivo da mille anni, e dedicato da allora a quel “Santiago di Compostela” (del quale è qui una venerata reliquia). Compostela, nel nord della Spagna, è tuttora capitale dei pellegrinaggi dell’Europa dei popoli cristiani che si riconoscevano nel simbolo del santo (appunto “Santiago Matamoros”), protettore e campione della resistenza cristiana alla ricorrente invasione islamica.

Ma il “filo rosso” che lega quella nobile storia al nostro presente è quasi per paradosso un aspetto certamente “laico” e cioè l’economia.
Infatti gli storici ormai ritengono come assodato e incontrovertibile che le radici autentiche dell’economia moderna (fino alla nascita embrionale del
capitalismo) affondano in quell’epoca, in quel pieno Medioevo tanto disprezzato dalla cultura giacobina.

Le ricerche più raffinate e approfondite hanno appunto consentito di cogliere l’inizio del nostro tempo nella “economia del monastero”. È provato che
solo intorno alle grandi abbazie (soprattutto benedettine e cistercensi, ma non solo) si davano le condizioni necessarie per la nascita del capitalismo e
cioè la sicurezza (erano rifugio sicuro per le popolazioni davanti alle scorrerie di eserciti e di predoni) e insieme la possibilità di accumulo (perché solo
l’abbazia aveva le risorse logistiche per immagazzinare prodotti e distribuirli).
È da queste due basi che comincia lo scambio, il trasporto, il commercio e la spinta a produrre beni a fini non unicamente di sussistenza.
E la struttura economica del monastero si troverà, anche per forza naturale delle cose, a incontrarsi con un altro fenomeno, peraltro geograficamente circoscritto all’area padana. E cioè l’economia dei Liberi Comuni, ovvero le città sorte per dare protezione e sviluppo all’inventiva artigiana e produttiva degli uomini e delle famiglie in fuga dalla servitù della gleba. Contro il potere dei feudatari e a tutela delle libertà umane del lavoro, della produzione, dell’intrapresa e del commercio si crea l’incontro fecondo tra monastero e liberi comuni.

E Pontida ne è non solo il sigillo pratico, ma un passaggio simbolico destinato a durare. Perché difende, a costo di prendere le armi, una scelta di modernità e di futuro, arrivando se necessario a combattere il massimo potere esistente (e cioè l’Impero), non per distruggerlo, ma per affermare la legittimità di uno “stile di vita”, di un gusto del lavoro in libertà, di un sacrosanto orgoglio di autogoverno.

Questi valori non sono morti nel lungo volgere dei secoli: ma si sono invece sedimentati nelle generazioni, coltivati con amore e talvolta con testardaggine anche sotto le dominazioni straniere e sotto la cappa di culture massificanti e oppressive. Riemergendo con una vitalità sempre rinnovata e trovando ogni volta una sintesi nuova tra la forza spirituale e la creatività del lavoro e dell’intrapresa.

Come se quasi incosciamente ci si sentisse comunque partecipi della continua opera creatrice del Dio dei cristiani.
È una cultura popolare e profonda che solo qui si è affermata e ha resistito a tutti gli assalti, fino al punto da diventare esempio possibile per realtà e popoli
molto lontani. Non è senza ragione che (al G8 di Detroit, ottobre 1995) persino un presidente degli Stati Uniti come Bill Clinton ci tenesse ad additare
la “Padania produttiva” come modello fecondo di sviluppo libero e responsabile per la crescita dell’intero pianeta… E tutto cominciò da Pontida….

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2 Comments

  1. daniele says:

    Più che di Padania produttiva mi sembra che Clinton indicasse il Veneto come esempio

  2. alessandro says:

    Bell’articolo

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