Dove c’è libertà c’è la mia patria

indipendence-daydi GILBERTO ONETO – «La mia patria è ovunque si combatta la mia battaglia», sia che lo si faccia con gli strumenti pacifici della democrazia, o che ci sia bisogno di lotte molto più energiche. La battaglia per la libertà e per l’indipendenza dei popoli si combatte oggi un po’ dappertutto, dal Quebéc ai Paesi Baschi, dal Darfour al Tibet. Ovunque ci sia qualcuno che lotta per la libertà, l’identità e l’indipendenza,  là – in termini ideali – “è Padania”.

Ma c’è una modalità tutta europea di lotta, una sorta di indipendentismo post-moderno che ha caratteri tutti propri e che avvicina ancora di più fra di loro tutte le nazioni negate del vecchio continente, che sono per questo, ancora “più Padania.

 

L’oppressione europea degli ultimi decenni non è quasi mai esplicita o brutale, non è l’imposizione conclamata di una etnia, di una religione o di un gruppo umano su un altro. Si tratta quasi sempre di oppressioni striscianti e subdole, che si nascondono dietro il paravento della legalità, del riconoscimento democratico (ma limitato) delle alterità. Sono fatte in nome di un interesse superiore, di identità inventate di Stati inventati; sono nascoste dietro il paravento di processi storici che cercano rispettabilità nella loro antichità, sono acquattate dietro a grandi ideali di solidarietà imposte in nome di valori etici. A farne le spese sono comunità civili, evolute, economicamente avanzate, che in genere sono la parte più ricca dello Stato che devono sostenere.

In Europa si è ribaltato il rapporto del colonialismo classico: non sono i ricchi più forti che sfruttano i poveri e li tengono in povertà, ma sono i più forti che si fanno arricchire da chi produce di più tenendoli in una sorta di semi-ricchezza controllata in grado di prolungare all’infinito i loro privilegi. Così – ad esempio – la Catalogna e la Padania sono le parti più ricche dello Stato di cui fanno parte proprio come lo erano stati in un recente passato la Slovenia e i Paesi Baltici.

Il rapporto economico “rovesciato” è fortemente percepito anche dalle Nazioni negate dove i numeri della differenza economica sono meno evidenti. La Scozia, il Galles, l’Occitania, la Bretagna e la Corsica che soffrono di evidente oppressione culturale, la associano quasi automaticamente a una deprivazione economica anche se questa è molto meno stridente che in altri casi. Hanno comunque ben chiaro di fronte a sè l’esempio di situazioni economicamente analoghe che sono evolute a grande vantaggio della Nazione che ha finalmente ottenuto la propria indipendenza, come in Irlanda o in Slovacchia. Tutte le nazioni negate sono parte di identità inventate, imposte con la forza come dogmi intoccabili e codificate da un sistema autoreferenziale internazionale che non mostra dubbi sulla loro legittimità: Spagna, Francia, Gran Bretagna, Belgio, Italia, come un tempo Unione Sovietica, Cecoslovacchia e Iugoslavia hanno passaporti, bandiere, rappresentanza diplomatiche, partecipano alle Olimpiadi, ai “Giochi senza frontiere” e ai concorsi di Miss Universo.

Un altro forte elemento di comunanza è costituito dal grado di partecipazione della gente alla lotta di liberazione. A fronte di sentimenti di disagio molto diffusi c’è sempre solo una piccola minoranza che spinge per l’indipendenza. Lo scontento per l’oppressione fiscale, l’invasione immigratoria, l’insicurezza, la deprivazione culturale viene incanalato nella protesta istituzionale all’interno dei tabù unitari, oppure viene blandito con condivisioni di responsabilità, con parziali e mirati ritorni di parte delle risorse sottratte.
Un’epidemia della “sindrome di Stoccolma” paralizza le pulsioni liberatorie delle maggioranze. Gli indipendentisti padani non sono meno numerosi di quelli occitani o baschi. La malattia è la stessa. Il vero compito degli indipendentisti è di scrollare gli altri dal loro stato ipnotico, è di fare capire le origini dei loro guai, del malessere sociale, economico e culturale e di fare scoprire la soluzione.
Per farlo occorre essere convinti, coerenti e credibili. Si deve percorrere con decisione la stessa strada senza tentennamenti, ripensamenti o giravolte. È già difficile condurre chi è accecato dalla propaganda su un percorso diritto, è impossibile farlo se si fanno incomprensibili evoluzioni, acrobazie e dietro-front.

Chi ha aperto gli occhi e vuole essere guida per gli altri deve sapere bene quello che fa, essere motivato dall’obiettivo e non farsi distrarre dalle lusinghe del potere. Non si fa una rivoluzione (anche pacifica) con l’autorizzazione della Questura.

(da il Federalismo)

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