Donald Trump, la sfida di un repubblicano atipico

US Republican candidate Donald Trump speaks about five-state primary voting results in New York, New York

Massimo Severo Orlandi, esperto e studioso di diritto costituzionale, propone in un’intervista alcuni spunti di riflessione per la comprensione del nostro tempo esplorando l’evoluzione dei sistemi politici attraverso i grandi mutamenti socioculturali, nel segno di un’innata sensibilità liberale, federalista e personalista che, sopra ogni cosa, ama gli uomini e le civiltà.

DONALD TRUMP: LA SFIDA DI UN REPUBBLICANO ATIPICO
Intervista a Federica Epis, segretario cittadino della Lega Nord di Orzinuovi
A cura di Massimo Severo Orlandi

Cara Federica, direi di iniziare il nostro colloquio dall’attualità di un Paese geograficamente lontano dall’Italia ma al quale non si può fare a meno di rivolgersi. Del resto, è in quel Paese che è nata la prima, e tuttora più antica, Costituzione: gli Stati Uniti d’America. Si sta approssimando la scadenza del secondo mandato presidenziale di Barack Obama. Quale bilancio possiamo trarre?
Non è facile fornire un quadro complessivo in poche parole, ma c’è un elemento che a mio avviso fornisce la cifra per una lettura d’insieme e che costituisce altresì l’orientamento di fondo a cui Obama ha ispirato le sue politiche: dopo Obama l’America è molto più socialista di prima. Sembra un ossimoro se consideriamo il fatto che nulla più del socialismo è estraneo ai principi costituzionali americani.

La parola socialismo non può certo essere utilizzata con leggerezza, cosa intendi più precisamente?
La parola socialismo ha una storia, anche semantica, molto complessa. In questo momento mi riferisco a un orientamento ideologico di stampo egualitarista, in opposizione a un orientamento liberale, che vede piuttosto nelle libertà del singolo il fondamento di una società ben organizzata. Nel caso di Obama e degli Stati Uniti, quindi, parlo del tentativo di attuare una sostanziale ridistribuzione delle ricchezze attraverso politiche sociali sempre più invasive, parlo dell’accentramento dei poteri nei palazzi di Washington, ma parlo anche e soprattutto del tentativo di modificare, attraverso la comunicazione politica, l’impianto valoriale che regge lo stile di vita e la società americani. Voglio dire che il cosiddetto “sogno americano”, il perseguimento della felicità individuale attraverso l’iniziativa personale, il raggiungimento del successo economico e sociale, è un modello radicato negli Stati Uniti, enunciato anche nella Dichiarazione d’indipendenza. Ogni cittadino americano mette in conto la possibilità di fallire nei propri intenti, di non essere in grado di raggiungere il successo, senza per questo avanzare alcun “diritto” a vedersi garantite delle tutele sociali, a essere cioè risarcito dalla collettività per i propri fallimenti o per una qualche presunta condizione di “svantaggio iniziale”. Sono concetti che per noi europei non sono completamente comprensibili, e forse nemmeno desiderabili, ma sono – e penso che dovrebbero continuare a essere – le colonne portanti di una società che, con questo modus vivendi, ha legittimamente ambito a essere il faro della civiltà nel mondo per circa due secoli. Le politiche avanzate da Obama purtroppo vanno nella direzione opposta.

E il Partito democratico americano avrebbe davvero preso una piega così “socialista”?
Obama ha messo il piede sull’acceleratore, nel senso che abbiamo appena spiegato, sulla via socialista, pensiamo solo alla riforma del servizio sanitario, la cosiddetta Obamacare… Negli ultimi anni è stata chiara la volontà di accentrare il potere nelle mani del Governo, che è lo strumento per imporre al popolo maggiori tasse, con cui finanziare quelle costose politiche sociali che sono generalmente estranee alla cultura politica americana. Non si può negare che l’attenzione per i diritti dei più deboli, delle fasce sociali più basse, sia sempre stata nelle corde del moderno partito democratico americano, va tuttavia rilevato che mai come nell’epoca obamiana il tema sia stato posto e proposto come modello alternativo di civiltà, come nuovo asset valoriale nel segno – o nell’illusione – del progresso. In questi termini il progetto democratico si candida a cambiare indelebilmente la società e il sistema politico degli U.S.A. Se posso dire la mia, non sono affatto convinta che questo, per gli Stati Uniti, sia un cambiamento in meglio. Le proposte di Bernie Sanders sono forse il perfetto esempio di questa tendenza del partito. È vero che è stato battuto da Hillary Clinton nella corsa allanomination del partito, ma la sua presenza dimostra che l’impronta socialista di stampo europeo, tra i democratici e nella politica americana, è sempre più forte.

Se parliamo di scontri interni, anche il partito repubblicano ha qualche problema: Donald Trump è un candidato atipico.
Trump non è il classico candidato repubblicano, anche se repubblicano lo è per moltissime ragioni. Rappresenta l’esatto opposto della visione obamiana sui principi, sui valori e sulla società americana. È un candidato atipico nei modi, nella comunicazione, nella sua scelta di entrare in politica, ed è anche un uomo di destra.

Cosa intendi con questo aggettivo?
Trump è il candidato della destra americana. È lui che si pone a difesa di un certo modo di vivere e di intendere la vita negli States, che è il modo tradizionale, quello che poggia su valori costituivi e costituzionali molto radicati, anche se messi in discussione da un partito democratico che, oggettivamente, vanta non pochi consensi. Diversamente da quanto vorrebbe la fazione egualitarista, nella scala dei valori americani ciò che conta è più il creare ricchezza che non suddividerla. Questo è il sogno americano di cui parlavamo prima, quello che è ben raccontato nel film “La ricerca della Felicità” di Muccino, con un ottimo Will Smith… È il sogno di realizzarsi in un mondo libero, che premia l’iniziativa personale e il merito (non una generica condizione di svantaggio che garantirebbe il “diritto” ad essere mantenuti dalla collettività) e Trump è certamente un rappresentante di questo percorso, di questo modello esistenziale incarnato nei fatti dalla storia della sua famiglia di umili origini.

Molti accusano Trump di essere un leader populista. Condividi questa definizione?
Ci sono diverse ragioni per cui il termine populismo sta perdendo la maggior parte dei connotati negativi che aveva fino a poco tempo fa. Per un verso è la società stessa che, individualizzandosi, tende a divenire una massa, di individui scollegati, appunto. Nel nostro tempo è inevitabile che un leader di successo voglia e debba parlare a questa platea. Di fatto sono gli stessi elettori che premiano un certo tipo di linguaggio, che può sembrare semplificato, ma non è necessariamente banale. L’alternativa all’utilizzo del “linguaggio del popolo” è il controllo degli organi di informazione, che consente il lusso di condannare come populista chiunque si contrapponga al pensiero politico di chi detiene il potere, veicolato più o meno esplicitamente dai mass media. Per altro verso, sempre a causa della frantumazione della società, vengono meno i corpi intermedi che prima mediavano la rappresentanza politica, ciò significa che il rapporto tra potere e cittadini si fa dualistico: popolo-leader. È un rapporto populista per definizione. Non è affatto detto che un tale modello sia virtuoso o benefico per i cittadini, ma è una tendenza facilmente osservabile in molti Stati, alcuni dei quali serbano comunque parecchi anticorpi istituzionali, sociali e culturali.

Ma non stavamo parlando di Trump?
Sì, hai ragione, ma non ci siamo allontanati: epurato il termine populismo da tante incrostazioni ideologiche possiamo dire che Trump usa un linguaggio duro a volte, perché ha capito che per ottenere il consenso della gente deve mettere le dita nelle piaghe del politicamente corretto. Ammettiamolo, per questo stesso motivo Trump non sempre convince l’establishment del suo partito. Ad ogni modo io sto dalla parte di Trump perché la politica oggi, non solo quella americana, è offuscata da uno spesso manto di ipocrisia che è utile squarciare. Dobbiamo ristabilire il valore della libertà di pensiero e di espressione, non è possibile che alcune opinioni siano costantemente additate dalla propaganda, dai media del sistema, come populiste, razziste, fasciste ecc. A queste etichette posticce la gente si sta ribellando e per questo vota Trump, che le subisce tutte dalla prima all’ultima. In lui ci si identifica perché in fondo dice cose normali per chi vive una vita normale, in mezzo ai problemi, questi ultimi per nulla normali, causati dalle politiche democratiche.

In effetti Trump è stato definito anche fascista…
Come ho detto non tengo in conto queste etichette gratuite, preconfezionate per screditare chi la pensa diversamente e ti spiego il perché. Molte delle priorità della nostra contemporaneità sono legate al concetto di sopravvivenza: dobbiamo sopravvivere al terrorismo islamico, sopravvivere all’ingerenza di Governi centralisti che impongono una quantità di tasse omicida, sopravvivere all’invasione di milioni di immigrati che rischiano di mettere in serio pericolo la tenuta sociale dei Paesi occidentali, sopravvivere al pensiero unico che uccide la libertà di espressione. Dover sopravvivere ovviamente significa anche trovare soluzioni per reagire, per ristabilire un certo grado di normalità. Quando si sopravvive si lotta con le unghie e coi denti ed è ovvio che in questa situazione abbiamo poco spazio per le filosofie. Quindi anche Trump, pur facendo leva su ideali e valori repubblicani di stampo tradizionale, si lascia andare di tanto in tanto a posizioni che lasciano spazio a una certa idea di forza e di potenza, come l’importanza della difesa del popolo e dei confini, oppure la protezione dell’economia interna dall’importazione di prodotti che fanno concorrenza sleale, ma anche a una lucida valutazione dello scontro di civiltà tra Occidente e mondo islamico. Sono modi adatti a fronteggiare i problemi del mondo contemporaneo e accomunarli al fascismo non è altro che una grossolana semplificazione, o mistificazione.

Ne fai solo un problema di dialettica e di definizioni. Eppure alcune uscite di Trump hanno fatto discutere.
Prendiamo un argomento di grande attualità: la vendita e il possesso delle armi. Pochi lo ricordano, ma negli Stati Uniti il possesso di armi è un diritto costituzionalmente garantito. È anche questo il motivo per cui, al di là delle intenzioni di Obama, è così difficile una riforma della legislazione in materia. Portare un’arma, per una certa tradizione occidentale, significa avere la maturità per farne un corretto uso. Il cittadino è messo al centro dell’ordine sociale perché è un cittadino che materialmente esercita il suo diritto a difendere la proprietà, il domicilio e la famiglia. È, questo, un principio liberale e repubblicano. Invece, in una visione centralista e socialista, non è più il cittadino a possedere originariamente dei diritti su sé stesso e sui suoi averi. Questo diritto viene piuttosto fatto discendere dallo Stato che può farlo valere su tutto quanto si trova sotto la propria giurisdizione. È lo stato che si arroga la potestà di tutelare ciò che è nelle disponibilità dei cittadini e i diritti che ad essi assegna. Purtroppo poi, a giudicare da come stanno le cose in Italia, dove chi si difende in casa propria viene perseguito dalla legge che contempla addirittura la possibilità di risarcire i ladri, dovremmo dire che gli Stati hanno fallito completamente in questo compito.

Avevi parlato di diversi aspetti. Cos’altro fa di Trump un repubblicano atipico?
Il suo modo di agire in politica è particolare, eccentrico. È riuscito a imporsi come candidato grazie alle sue finanze personali, si può forse dire che abbia scalato il partito dall’esterno, conquistando prima le masse e poi imponendosi all’interno del partito repubblicano. Trump è il candidato che arriva ai comizi sul suo aereo privato! Non è un aereo dipinto col suo nome a solo scopo pubblicitario e non è nemmeno un aereo pagato con i soldi dei contribuenti, come può essere l’Air Force One di Obama. È il suo aereo, che si è guadagnato con i suoi affari prima di entrare in politica. E qui entrano in gioco quei fattori della mentalità americana, e in particolare repubblicana, che sono molto distanti dalla nostra. Gli americani sono affascinati dal successo personale di chi è diventato o ha saputo restare ricco. Non è concepita l’invidia sociale che caratterizza tanta parte della società del Vecchio Mondo. Se uno possiede un aereo privato è perché ha meritato di averlo e i suoi meriti vanno premiati, non certo condannati, anche in politica.

Vladimir PutinAnche questo mi ricorda qualcosa. Un Presidente di una nazione per molti anni nemica degli Usa, un altro uomo di polso che risponde al nome di…
…Vladimir Putin. È complementare a Trump. Né opposto né simile, direi più complementare. È un uomo cresciuto nell’Unione Sovietica, ha delle radici personali e politiche quasi opposte a quelle americane. Eppure, col suo vissuto tanto differente, anche lui è, in un certo senso, americano. O meglio, come in quella famosa canzone, “fa l’americano”. La Russia putiniana è un Paese attento alla ragion di Stato, ai confini, all’identità culturale e anche religiosa, sullo scacchiere internazionale Putin si muove dichiaratamente per difendere la Russia e gli interessi dei russi. La tutela degli interessi nazionali è qualcosa che sembra ormai sconosciuto al pensiero unico veicolato da molti Governi europei e alla stessa Unione europea. Insomma, se le sorti del mondo fossero rette da Trump e Putin anziché da Obama e dalla Merkel, penso che vivremmo tutti quanti molto meglio.

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