Diversa quindi pericolosa. Assedio alla Svizzera

svizzera

di GILBERTO ONETO – È difficile trovare qualcuno che non racconti qualche barzelletta sugli svizzeri, o che non li descriva in termini poco esaltanti (freddi, gnucchi, avari, pedanti, eccetera), ma poi non si trova
nessuno che non vorrebbe essere svizzero, che non vorrebbe essere nato o abitare in un “noioso” paesino dell’Oberland bernese, in una casa stipata di orologi a cucù.

Dove il resto del mondo si divide invece in maniera piuttosto decisa è sul giudizio politico. Da una parte ci sono quelli che descrivono la Confederazione come la sentina di tutti i mali, come un covo delle peggiori pulsioni economicistiche e libertarie (un tempo si sarebbe detto “demoplutocratiche”), come la personificazione istituzionale dell’ipocrisia, come la colpevole negazione del principio di nazionalità. Dall’altra si allineano tutti quelli che vi vedono lo scrigno delle libertà individuali e comunitarie, la patria delle autonomie e delle piccole identità, della lotta contro i nazionalismi e la globalizzazione.

I primi descrivono le virtù svizzere come dei vizi imperdonabili: l’impermeabilità alle ideologie, l’estraneazione dalle grandi lotte politiche internazionali, la predilezione delle minuzie rispetto alle “grandezze” del mondo. I secondi – e fra questi ci sono tutti i federalisti e gli autonomisti – sostengono che i difetti svizzeri siano solo il tributo che le loro virtù abbiano dovuto pagare ai vizi del mondo esterno per sopravvivere.

La Svizzera è l’ultimo brano di Europa medievale sopravvissuto grazie alle montagne, è un pezzo di quel patchwork delle enclavi che Gianfranco Miglio (rigoroso come uno svizzero ma cordiale come un padano) chiamava la “geografia della libertà”. In tutto il resto del continente i piccoli Stati, le autonomie localistiche, le piccole comunità indipendenti sono sparite del tutto, con qualche rarissima eccezione trasformata in curiosità turistica. Solo qui un groviglio di repubbliche piccole e piccolissime ha invece resistito ai marosi della storia come una colonia di muscoli aggrappata agli scogli.

Di tempeste la Confederazione ne ha dovute affrontare tante nella sua lunghissima vita ma ce ne sono state alcune, negli ultimi due secoli, che hanno avuto la forza devastante di uno tsunami. La prima è stata l’occupazione napoleonica e il tentativo di trasformazione in una repubblica centralista di stampo giacobino. Poi è venuta la Prima guerra mondiale nella quale la Svizzera si è salvata perché si è venuta a trovare fra i due gruppi contrapposti (minacciando di appoggiarsi ora all’uno ora all’altro in caso di aggressione), ma soprattutto perché la sua neutralità serviva a tutte le parti in lotta. Fedele alla sua politica di pacifismo armato, la Confederazione aveva però mobilitato un efficiente esercito di 250.000 uomini.

Molto più serio e drammatico è stato il pericolo corso nella Seconda guerra mondiale quando la Svizzera si è trovata completamente circondata da una sola delle parti in lotta, anzi si è ridotta alla condizione di isola di indipendenza all’interno dell’oceano nazi-fascista. La sua difesa è stata allora giocata sul duplice fronte della preparazione militare e della diplomazia a tutto campo. Con un referendum i cittadini avevano deciso di prolungare l’età degli obblighi militari fino ai 60 anni, così un paese di 4,2 milioni di abitanti era in grado di
schierare un esercito di 440.000 uomini, oltre a 150.000 volontari (di età superiore ai 60 o inferiore ai 18 anni) e 200.000 “complementari”.

L’intero schema difensivo si basava sul cosiddetto “Ridotto alpino” nel quale l’esercito si sarebbe dovuto ritirare per resistere a oltranza, arroccato su un munito sistema di fortificazioni, depositi e rifugi. Il 25 luglio 1940, il generale Guisan, nominato comandante supremo, radunava tutti gli ufficiali superiori sullo storico prato del Grütli (luogo del “giuramento” del 1291) ed emanava uno straordinario comunicato: «Se attraverso la radio, i manifestini o altri mezzi fosse trasmessa qualsiasi informazione che mettesse in dubbio la volontà del Consiglio federale, o del Comando supremo dell’esercito, di resistere all’attaccante, questa informazione dovrà essere considerata come una menzogna della propaganda nemica. Il nostro paese resisterà all’aggressione con tutti i mezzi a sua disposizione e fino all’ultimo».

Tutti gli uomini erano addestrati a sparare un solo colpo alla volta, con calma e precisione, anche da lunghe
distanze, e a verificarne gli effetti prima di premere nuovamente il grilletto: gli invasori avrebbero dovuto pagare un prezzo altissimo di vite umane e combattere duramente per moltissimo tempo. Questo, assieme alla certezza che i principali valichi alpini (Sempione e Gottardo) sarebbero comunque stati fatti saltare interrompendo le comunicazioni fra Germania e Italia, ha di fatto dissuaso ogni aggressione. Ma non ha del tutto impedito agli svizzeri di essere coinvolti anche se solo marginalmente nel conflitto: alcune città sono state bombardate dagli Alleati e ci sono stati scontri aerei soprattutto con i tedeschi. Tutti i belligeranti avevano però vantaggio a mantenere un luogo di rifugio (per uomini e capitali), di incontro, e di scambio commerciale.

Una serie di complicati accordi ha permesso alla Svizzera di importare materie vitali e di esportare a entrambi i contendenti sofisticati prodotti bellici. Alla fine del conflitto il Paese era stremato (aveva ospitato circa 400.000 profughi) ma aveva conservato la propria libertà: l’ultimo pericolo l’aveva corso a Yalta quando Stalin aveva proposto l’invasione della Confederazione in odio al suo capitalismo e alla sua democrazia. Un non meno pericoloso assalto alle sue libertà, la Svizzera lo sta subendo in questi ultimi anni: circondata dall’Unione europea, è sottoposta a continui ricatti economici da parte di chi ha paura dell’esempio della sua “differenza”, un duro colpo le è anche venuto con la richiesta del risarcimento dei beni delle vittime dei nazisti, rimasti nei conti cifrati delle sue banche. Si è in realtà trattato di una colossale prepotenza ordita dal World Jewish Congress, una associazione privata appoggiata dal governo Clinton, che è riuscita a farsi consegnare 1,25 miliardi di dollari minacciando di bloccare i grandi interessi economici svizzeri in America.

La cifra è del tutto arbitraria: dei 356.000 nominativi inizialmente indicati come titolari di conti, di più di 300.000 è stata successivamente verificata l’estraneità,e dei rimanenti solo 2.726 sono stati classificati “aperti e senza informazioni”, e comunque riguardanti somme di piccola entità. Dei soldi estorti agli svizzeri solo una piccolissima parte è andata effettivamente ai superstiti e ai loro eredi: il grosso è finito agli studi legali, all’organizzazione che ha promosso l’iniziativa e – indirettamente ma significativamente – al finanziamento del partito di Clinton. Una brutta storia che la dice lunga sulla volontà delle forze globalizzanti di distruggere la bandiera delle piccole-grandi autonomie, libertà e differenze rappresentata dalla Svizzera.

Il consigliere federale Rudolf Minger aveva dichiarato in un grande raduno popolare del 1933: «Gli svizzeri difenderanno anche il diritto di esprimere liberamente la propria opinione… Vogliamo custodire la nostra tradizione federalista e siamo felici che il nostro popolo comprenda lingue e razze diverse. Questa è la migliore garanzia che la nostra nazione, in tempi di guerra e di grandi tensioni internazionali, non si lascerà sedurre da irresponsabili tentazioni politiche».

(dal settimanale Il federalismo, direttore responsabile  Stefania Piazzo)

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One Comment

  1. RENZO says:

    L’unica bandiera di LIBERTÀ rimasta… aggredita continuamente da mondialisti di.. m..
    WSM

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