Lavoro, prima gli stranieri. Tranne che in Francia, Germania, Gb e Spagna

stranieridi GIULIO ARRIGHINI

Cresce la disoccupazione dei nostri giovani, aumentano le assunzioni degli stranieri al Nord.

Fortuna che non lo diciamo noi, altrimenti si aprirebbero le porte dell’Unar, l’ufficio di Palazzo Chigi che vigila sulle eventuali discriminazioni nei confronti degli ospiti stranieri.

Il rapporto, l’ultimo, che interessa il 2013,  ‘Gli immigrati nel mercato del lavoro in Italia’, a cura della direzione generale dell’Immigrazione e delle politiche di integrazione del ministero del Lavoro e delle politiche sociali, realizzato in collaborazione con la direzione generale per le Politiche per i servizi per il lavoro, l’Inps, l’lnail, Unioncamere, e il coordinamento di Italia Lavoro, dice che  i lavoratori stranieri occupati sono stati 2.355.923, in aumento di circa 22 mila unità rispetto all’anno precedente (+14.378 Ue e +7.497 extra Ue) a fronte di una forte riduzione dell’occupazione italiana (-500 mila unità).

 

C’è sempre meno lavoro per tutti, ma nonostante la contrazione dell’offerta, e l’incremento della disoccupazione, “Il tasso di occupazione della componente straniera, nonostante abbia conosciuto una rilevante contrazione in questi ultimi anni, rimane più alto -si legge- rispetto a quello della popolazione italiana (58,1% contro 55,3%) a differenza di quanto accade in Francia (55,3% contro 64,8%), nel Regno Unito (67,2% contro 71,1%) in Germania (60,7% contro 74,8%) e in Spagna (53,2% contro 55,2%)”.

Sì, è così, all’estero prima vengono i francesi, i tedeschi, gli spagnoli, gli inglesi e via dicendo. Soprendente anche l’altro passaggio: “Dal 2007 al 2013 a fronte di un calo superiore a 1,6 milioni di italiani rileva il Rapporto- l’occupazione degli stranieri è aumentata di 853 mila unità e nello stesso periodo l’incidenza degli stranieri nel mercato del lavoro italiano è cresciuta, raggiungendo nel 2013 il 10,5% del totale degli occupati, con punte del 19,7% nelle costruzioni e del 13,6% in agricoltura e aumenta in modo rilevante nelle aree del lavoro esecutive e manuale e nelle classi di età più giovani dato che il lavoro non qualificato continua a costituire la forma principale di inquadramento della forza lavoro straniera”.

Il Rapporto evidenzia anche “il crescente peso dalla componente straniera nei servizi di cura, settore in cui l’80% del totale della forza lavoro occupata è immigrata”.

 

Cresce il lavoro per gli stranieri, d’accordo, ma ce ne sono anche tanti che il lavoro lo perdono, restando però a carico delle nostre comunità. “Nel 2013 si registrano, infatti, circa 500 mila cittadini stranieri  in cerca di occupazione (147.376 Ue e 345.564 extra Ue), quota che nell’ultimo anno è aumentata di oltre 110 mila unità (+80.911 extracomunitari e +29.359 comunitari). Il relativo tasso di disoccupazione ha raggiunto quota 17,3% (15,8% per gli Ue e 18% per gli extra Ue) sopravanzando quello degli italiani di circa 6 punti”. Il rapporto ricorda anche che “i nuclei composti da soli cittadini stranieri con almeno un componente colpito dalla perdita di occupazione per licenziamento, cessazione dell’attività del datore o per scadenza del contratto a termine, sono il 24% del totale contro il 14,6% delle corrispondenti famiglie di soli italiani, con tutti i problemi che ne conseguono sotto il profilo della sostenibilità economica dei nuclei monoreddito”.

Al dato sulla disoccupazione si somma la crescita della popolazione straniera inattiva -precisa- che ha raggiunto quota 1.275.343 (+77 mila unità tra il 2012 ed il 2013), crescita che ha interessato soprattutto la componente extra Ue (+52 mila) e che appare in larga parte dovuta al fenomeno dei ricongiungimenti familiari, all’aumento del numero di stranieri di ‘seconda generazione’ e alle quote di ingresso non programmate di popolazione straniera non comunitaria come i richiedenti protezione internazionale”.

Sino a quando il sistema reggerà?

“Buona parte delle assunzioni rivolte a personale non italiano – leggiamo ancora – si concentra nelle regioni settentrionali; la ripartizione Nord raccoglie più del 54% del totale dei rapporti di lavoro attivati che hanno interessato la popolazione straniera, il Centro il 24,5% e il Mezzogiorno il 21,3%”. Per quanto riguarda la componente extracomunitaria, precisa “è significativa la quota di lavoratori che hanno beneficiato di politiche passive”. “Nel 2013, 69.460 lavoratori hanno utilizzato le cig (l’11,2% del totale), 17.618 l’indennità di mobilità e 212.806 le indennità di disoccupazione ordinaria non agricola (l’Aspi per i licenziati dal 2013) e speciale edile con un’incidenza pari al 13,2% del totale dei beneficiari”.

Ricapitoliamo: meno lavoro per i nostri disoccupati, cresce l’occupazione per gli stranieri; cresce il ricorso alle misure assistenziali per gli immigrati che restano a piedi. Cresce il costo economico per sostenere le loro famiglie comprese di ricongiungimenti. In Europa, negli altri Paesi, prima trovano lavoro i residenti, poi gli ospiti. Il Nord è l’area del paese che assorbe più forza lavoro.

Prendo ad esempio solo la Francia, che è sempre un tripudio di tricolori, soprattutto con la Le Pen. E’ uno stato centralista, che ha decentato moltissimo, ma è pur sempre uno Stato vecchio stile. Eppure, senza tirare in ballo politiche federaliste o indipendentiste, i politici francesi e le loro imprese, hanno fatto una scelta. Prima i francesi.

La Germania, con la cancelliera Merkel, altrettanto, nonostante la fortissima presenza della comunità turca. La Gran Bretagna, terra aperta alle esperienze più disparate, quando si tratta di lavoro, accoglie, ma prima vengono i sudditi della regina. La Spagna, centralista e indipendentista, fa altrettanto. Prima gli spagnoli, prima i catalani, prima insomma loro.

E in Italia? C’è il centralismo, c’è lo Stato che tassa di più al mondo, però la questione sta tutta nella testa dei politici, sono loro che fanno la drammatica differenza. Destra, sinistra, centro, invocano la patria nelle feste comandate, ai mondiali di calcio, quando qualcuno costruisce un tanko artigianale. Per tutto il resto, venga avanti chi vuole. Italia terra di nessuno e dei partiti, fino alla disgregazione totale.

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2 Comments

  1. Dan says:

    Agli italiani piace così quindi perchè lamentarsi.

  2. luigi bandiera says:

    L’ITALIA TERRA KOMUNISTA.

    Ieri sera in questo luogo di vileggiatura c’era il mercatino. Mia moglie fa i conti… ma che conti, che cosa numeri ? Le chiedo distrattamemte.
    Lei mi risponde: sto contando i mercanti nostrani perché se conto i foresti ci impiego di piu’.
    Su trenta bancarelle circa tredici erano dei nostri.
    Si parla di Eraclea Mare VE.
    BEL SEGNALE VERO?

    Come ho scritto in testa fin che non si kambiera’ lo status komunista di questo stato, come da articolo, sarà sempre peggio.
    Molti non lo vedono, sto andazzo rosso tramonto.
    Sperano che chi ci sta INVADENDO porti ricchezza, benessere.

    Beh. Si comprende o no che questi sonnambuli cittadini (la scuola e il suo declinovdocet) di questo stato sono imbevuti di bromuro o altra sostanza dopante?

    Come scrivevo in altro post dipende dalla skuola ke non educa, non insegna ma klona le menti al komunismo.
    Mao aveva il suo bel LIBRETTO ROSSO. Qua noi abbiamo lo STATO ROSSO e si spera TRAMONTO.
    Non ne usciremo a breve anche perché se voti e scegli Tizio va su Caio.
    E ma adesso faranno le riforme: per consolidare il loro potere di cui il DOMINIO SUL POPOLO SEMPRE PIÙ ROSSO MA DALLA RABBIA.

    Eppure nessuno si muove per sbloccare questa komunista situazione.

    Bacio le mani…

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