Agli amanti del posto fisso piace fare sonni tranquilli

di GIUSEPPE ISIDORO VIO

Ha ragione lei a dire «Il lavoro non è un diritto, ma va conquistato». In troppe regioni d’Italia, infatti, il “diritto costituzionale al lavoro” è disinvoltamente e convenientemente inteso, tout court, come diritto costituzionale a un salario. Lavorare sul serio è poi un altro paio di maniche e la produttività di queste regioni ne è la riprova. Se non fossimo un paese già fallito tanto varrebbe istituire, come propone Grillo, il reddito di cittadinanza di 1000 euro al mese per tre anni per chi perde il lavoro o non l’ha mai avuto. Così, dopo essersi rimpinzati di pasta al pomodoro – come dice giustamente la Fornero – quando serve e se non costa troppa fatica, costoro potranno poi anche fare qualche lavoretto in nero per pagarsi gli extra. Cose come il reddito di cittadinanza, purtroppo, caro Grillo, funzionano correttamente solo nei paesi nordici che hanno inventato il welfare, non certo in Grecia e Magna Grecia, patrie dei furbi e del mala-fare, dove garanzie e tutele si trasformano subito in diritti acquisiti e privilegi, quando non in ghiotte occasioni per depredare e sperperare le risorse statali.

Così il posto di lavoro fisso, specie se a un tiro di schioppo se non proprio sotto casa, diventa un diritto da difendere a tutti i costi, anche se questi costi significano mantenere in vita, con interventi di accanimento terapeutico a spese dello stato, industrie decotte e virtualmente defunte. Chi non è salariato (autonomi, artigiani ecc.) non ha alcuna garanzia che la sua attività possa produrre un “reddito a tempo indeterminato” né ha ammortizzatori sociali se è costretto a chiudere a causa dell’evoluzione sociale e dei mercati o in seguito a crisi economiche. Per questo deve continuamente spendere per attualizzare o reinventarsi la propria attività non dimenticando di accantonare possibilmente dei risparmi per affrontare tali crisi e non doversi invischiare con banche o, peggio, strozzini privi di scrupoli. Lo squilibrio tra salariato e no sul piano delle garanzie e tutele è palese e fa sì che vita del secondo sia certamente poco monotona. Ma agli amanti del posto fisso piace fare dei sonni tranquilli e si offendono se gli si dice ironicamente che fanno (o ambiscono a fare, nel caso dei loro rampolli) una vita monotona!

In certe regioni dell’Italia, le Università (non proprio fra le prime nelle classifiche mondiali) sfornano a nastro stuoli di laureati in materie umanistiche (filosofia, storia, letteratura, ecc.) destinati a infoltire le fila del precariato e dei portaborse politici, ma non tutti questi precari possono ambire a diventare docenti universitari (con posto fisso e vicino a casa) a meno di non moltiplicare le già numerose università umanistiche nel sud, che i pantaloni del nord dovranno poi mantenere. Esortare costoro a farsene una ragione e non essere schizzinosi (choosy) mettendo in conto la possibilità di fare tutt’altro nella vita, è ritenuta una gaffe, un’affermazione politically incorrect, come dire a un non vedente che è un cieco ed è questo che in realtà sono questi precari illusi, fra i quali “uno su mille ce la fa” come cantava Morandi. Inoltre, finché dovremo sottostare alle ideologie che ritengono gli studi universitari un diritto da includere nel welfare, le nostre università non scaleranno mai la classifica delle migliori. Già è costoso per lo stato garantire il diritto-dovere allo studio per le scuole primarie e secondarie di 1° e 2° grado, pertanto è interesse generale che alle università pubbliche acceda chi, indipendentemente dal reddito e dalla classe sociale, ne abbia le qualità e le capacità. Chi provenendo dalle classi sociali più povere (per le quali si potrebbe riservare un certo numero di posti) supera i test di ammissione con un determinato punteggio, andrà sostenuto con adeguate borse di studio la cui prorogazione sarà condizionata al superamento, con un adeguato punteggio e nei tempi previsti, degli esami del corso di studi intrapreso.

Dire, infine “paccata di miliardi” a proposito delle risorse (ipotetiche) che il governo avrebbe dovuto mettere sul piatto in cambio del “sì” dei sindacati alla riforma Fornero del mercato del lavoro, per gli osservatori (ufficiali e non) della sinistra, assuefatti come sono alle reboanti e retoriche esternazioni di Napoletano, è evidentemente considerato un linguaggio poco consono a un ministro del Governo Italiano, più adatto per rivolgersi ed entrare in sintonia con gli studenti (dai quali il termine è stato ovviamente coniato) che alle alte e potenti sfere del sindacato italiano che si sono sentite offese e sminuite dall’espressione imputata.

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3 Comments

  1. CSS says:

    ha ragione nel dire che spesso viene inteso come diritto allo stipendio ma non condivido quando asserisce sul fatto che lavorare sul serio è dimostrato dalle produttività regionali, nel nord italia lavorano molti più meridionali che settentrionali e questo secondo la sua teoria non ha alcun senso, se al sud non lavorano seriamente, non hanno voglia di lavorare ecc ecc,com’è possibile che quelle stesse persone arrivano al nord e diventano magicamente volenterosi e produttivi lavoratori? sarà forse l’aria? al sud non lavorano perchè non c’è lavoro e questa non è una scelta fatta dai cittadini meridionali, se mancano le fabbriche non è a causa loro, se mancano le infrastrutture, i servizi le istituzioni la colpa non è loro, se il meridionale va a lavorare nel nord italia un motivo ci deve essere e di certo non è perchè non hanno voglia di lavorare, quindi mi scusi se non concordo con le sue opinioni che mi sembrano molto campate in aria e cariche di pregiudizi

  2. Tere says:

    Se poi il posto fisso è statale, timbri il cartellino e poi vai a fare shopping

  3. Unione Cisalpina says:

    bravo… interessante… kiomplimenti

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