MALEDETTO VALORE LEGALE DEL TITOLO DI STUDIO

di VALTER BAY

Eravamo quasi alla fine degli anni ’60 in prossimità di quel boom economico che (avremmo appreso poi) avrebbe favorito la “irresistibile ascesa” dei malversatori ed intrallazzatori mafiosi della peggior specie, favoriti e coccolati dalla “nomenclatura amerikana e sovietica nel nome dello sfruttamento più sfacciato della penisola italiota e dei suoi spocchiosi abitanti.

La maggior parte del popolo italiota resta ancor oggi convinta che quel periodo sia stato un “periodo d’oro” pieno di progresso e di iniziative volte al miglioramento individuale e sociale….ma…ma…(c’è sempre un “ma”!) invece ci furono ampie sacche di individui che, ben lontane dal benessere del cosiddetto “boom economico”, lavoravano duramente e si spolmonavano per ottenere aumenti di salario ed uscire dalla miseria del dopoguerra!

Fu infatti anche il tempo dei famosi “autunni caldi” e dei disordini di piazza che furono inconsapevolmente propedeutici di quegli “anni di piombo” che sarebbero sbocciati poco tempo dopo…

Ma quali furono le cause e le conseguenze di quegli avvenimenti così contrastanti (da una parte i “danè” del boom economico, dall’altra l’arroganza di un terrorismo fatto più contro i poveri che contro i ricchi colonialisti)?

Proviamo qui ed ora ad analizzare un aspetto collaterale forse sfuggito alla maggior parte degli analisti storici o dei pettegolieri da talk-show. Spesso infatti a quel tempo (1965/1970) ci si interrogava sul cosa ci potesse essere” dietro l’angolo”, ma nessuno pareva accorgersi di cosa ci fosse “davanti agli occhi”.

Eravamo, noi, a quel tempo giovani studentelli in attesa di affacciarci al mondo del lavoro prossimo venturo; vivevamo tra studio nozionistico e bolso, goliardia irridente e dissacrante, disordini di piazza e guerriglia pro o contro sessantotto… non era ancora il tempo della mitica “P38” né quello delle sprangate a tradimento, ma ci stavamo avviando a grandi passi verso una sorta di nuova guerra civile in cui anche le manifestazioni di piazza avrebbero costituito occasione per far business..(vogliamo a questo proposito ricordare per esempio quel famoso slogan feltrinelliano “dipingi di giallo il tuo poliziotto” che si realizzava acquistando la completa attrezzatura del “perfetto contestatore” fatta di eskimo, sciarpa e bombolette spray – in attesa di mutare il contenuto delle bombolette in proiettili sonanti e cantanti, stile guerriglia urbana).

In qualità di semplici studentelli ci interrogavamo già sul come e sul dove saremmo potuti andare a lavorare per renderci indipendenti dalla famiglia e sbocciare a nuova vita sociale….facevamo grandi progetti di cambiare noi stessi ed il mondo intero….ma contemporaneamente analizzavamo dall’esterno il “mondo dei grandi”.

Ci accorgemmo ben presto che molto del mondo del lavoro ruotava intorno al mitico “pezzo di carta”, nel senso che per accedere a professioni un po’ più che dignitose occorreva partire con un pezzo di carta sufficientemente pesante sul piatto del mercato lavorativo. Ingegneria, medicina, architettura erano i pezzi da 90 (pezzi di carta ovviamente) che andavano per la maggiore, poi via via i consueti avvocaticchi o gli scienziati politici o i letterati antichi e moderni e così via fino ai periti o ragionieri o geometri.

Insomma il mitico “pezzo di carta” sembrava rappresentare il viatico sicuro per raggiungere anche noi la nostra quoticina di “boom economico” ormai in discesa (che fosse in discesa lo avremmo capito poi a nostre spese!). Ma quelli che avevano già conseguito il titolo e si erano affacciati al mondo del lavoro (cioè quei nostri colleghi studenti più anzianotti) raccontavano di quando in quando che non era poi così facile come sembrava, poiché innanzitutto occorreva (più che il titolo di studio ed il merito della qualità nostra) una buona raccomandazione….una sorta di “prefisso” necessario per iniziare ogni conversazione alla ricerca di un posto di lavoro….insomma ci cominciammo a convincere che più che una necessità utile, il titolo di studio fosse in realtà un optional accessorio rispetto alla vera caratteristica della domanda di lavoro: la raccomandazione!

Osservammo con altri occhi il “mondo dei grandi” che ci stava intorno e cominciammo a studiare i vari uffici burocratici, i vari enti che incontravamo per le più svariate ragioni (dal pagamento di un bollettino postale, alla denuncia per lo smarrimento di qualche documento, alla visita medica presso qualche ambulatorio, alle pratiche per iscrizione a qualche facoltà universitaria, all’abbonamento per i mezzi di trasporto)

Eravamo tutti ragazzi che vivevamo al Nord, chi a Genova, chi a Torino, chi a Milano, chi a Padova ecc, e tutti concordavamo su un filo comune che legava gli uffici nei quali i burocrati d’ogni tipo e livello pascolavano a grandi mandrie, dotati (essi burocrati) immancabilmente di sicumera ed arroganza nell’affrontare il pubblico e nel porsi (sempre essi burocrati da sportello e sportelletto)con saccenza e sufficienza nei confronti di vecchiette tremolanti ed insicure o di giovani virgulti sprovveduti come noi eravamo a quel tempo.

Era il tempo del “lei non sa chi sono io!” e del “io sono laureato, caro signore”. Cominciammo a domandarci, noi giovani del tempo, da cosa fosse causato tutto ciò e da quali incongruenze derivasse quella arroganza diffusa. Ci accorgemmo quasi subito che spesso i “laureati” (cosiddetti) farfugliavano un italiano sui generis infarcito di cadenze e sproloqui dialettali da terzo mondo. Ci domandavamo in quale modo fosse stato possibile infarcire l’ambiente della burocrazia statale o parastatale di ignoranti che bellamente intasavano gli uffici più che produrne efficienza lavorativa, per di più con il valore aggiunto delle contumelie o della ilarità a buon mercato (passi allo sportello 12!!!…anzi no; ora vada allo sportello 15!!!…anzi no; ora stiamo chiudendo torni domani). Insomma NON assistenza e spirito di servizio, da parte dei burocrati che incontravamo, ma altezzosità e pretenziosità; quelle stesse caratteristiche che spesso avevamo già incontrato nelle aule scolastiche da parte dei nostri professori cattedratici.

Cominciammo ad analizzare e paragonare le situazioni e raggiungemmo la conclusione che spesso ai vertici burocratici dei vari enti (scuola,università, ospedali, mutue varie, polizia, ecc.) c’erano NON dei professionisti accreditabili e seri, ma dei “pressappochisti” sicuramente raccomandati ed a prevalenza provenienti dal mondo della emarginazione meridionale.

Eravamo ancora semplici studentelli impreparati al mondo dei grandi, ma forse già avevamo intravisto il dramma che si stava consumando nella nostra penisola italiota. Caduto il fascismo e la monarchia, non era caduto il meccanismo dei concorsi per “titoli e meriti” dove per titoli ora non valevano più i titoli di nobiltà aristocratica o di marciasuroma socialpopolarfascista. Ora valevano meriti guerrescopartigiani (cioè quelle lauree prese durante la guerra col mitra in mano) o titoli di studio presi con taroccamento di concorsi od esami in qualunque parte d’Italia (cioè prevalentemente al Sud). E mentre i più arrischiati di noi ed anche avventurosi miravano al mondo del lavoro nel privato, quindi nel rischio della imprenditoria produttiva (alto rischio, alti guadagni), la maggior parte degli inetti e dei pigri miravano al “posto fisso” dove lavorar poco e guadagnare un po’ meno ma in sicurezza assoluta, impigrendosi e diventando sempre più frustrati ed arroganti.

Capimmo al volo che il meccanismo per l’invasione del mondo statal-burocratico aveva avuto una origine semplice e banale: il titolo di studio. In che senso? Nel senso che la pletora di burocrati che era riuscita ad infiltrasi nelle maglie dello Stato degradandone efficienza e credibilità, non era soltanto colpa dell’inettitudine dei singoli, ma era proprio uno vero errore del sistema basato sul valore aggiunto dei “titoli e meriti”. Infatti qualunque concorso statale non prescindeva mai dalla classica dicitura “è indetto un concorso per titoli e meriti….”

Dunque per quella pletora di disoccupati pigri ed ignoranti che ambivano altezzosamente al posto fisso e che poi, con anche aggiunte le opportune raccomandazioni, miravano al “duro” percorso del concorso pubblico c’era soltanto una strada: un bel titolo di studio, magari una laurea qualunque, da conseguire con ogni mezzo; dove per ogni mezzo non ci si riferisce alla sola scopiazzatura del tema di italiano o del problema di matematica, ma ci si riferisce alla vera e propria taroccatura degli esami (quando non compravendita!), per cui ci siamo ritrovati allora come ora pieni zeppi di fior di ignoranti con al seguito una bella laurea in qualche cosa. Laurea ovviamente non corrispondente ad una effettiva preparazione, considerando inoltre che già la preparazione di una laurea italiota in sé e per sé fà acqua da tutte le parti. Laurea che comunque consentiva di accedere (e taroccare) ad un qualche concorso per “titoli e meriti”; con la conseguente assegnazione a qualche ufficio burocratico dal quale pontificare a scapito di sprovvedute vecchiette o studentelli ignoranti ed impreparati.

Fu così che sentenziammo: “se vogliamo liberarci di questi spocchiosi e fastidiosi parassiti mafiosamente burocratici occorre abolire la validità legale dei ogni titolo di studio”. Sentenziammo a quel tempo (1965/1970).

Oggi risentiamo parlare dell’argomento “abolizione del valore legale del titolo di studio”.

Eravamo dunque profetici ed inascoltati? Avevamo visto giusto?

Noi oggi, comunque, data la situazione di degrado cui siamo approdati con la connivenza del popolo italiota tutto diciamo ed affermiamo: “Ma cha vadano tutti a morì ammazzati! Teste di c…. abissali, ladri di soldi e di anime”. Speriamo che venga una bella guerra che li faccia affogare tutti in un bagno di sanguE.

 

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One Comment

  1. Domenico says:

    VALTER ma tu il “pezzo di carta” ce l’hai?

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