SPIEGATE A DI PIETRO IL RAPPORTO CHE C’E’ TRA SPREAD E BCE

di MATTEO CORSINI

“Io avrei preferito rilanciare l’economia dicendo alla Bce che quando le banche vanno a prendere le ‘paccate di miliardi’ all’1% non le devono ridare al sistema produttivo al 5-7% o non devono comprarci i Bot facendo speculazione finanziaria.” (A. Di Pietro)

Che il rapporto tra Antonio Di Pietro – leader dell’Italia dei Valori – e la lingua italiana sia piuttosto conflittuale non è una novità. Interpreto (liberamente) le sue parole come se avesse voluto dire che avrebbe preferito che la politica invitasse la Bce a vietare alle banche sia di fare credito al 5-7% con i finanziamenti ottenuti all’1%, sia di utilizzare il denaro per comprare titoli di Stato. Di Pietro probabilmente è tra coloro che ritengono che sia compito delle banche centrali (meglio se controllate politicamente?) non solo vigilare sulle banche, ma anche fissare i tassi di impiego, e magari stabilire pure a chi fare credito. Probabilmente per Di Pietro il tasso ideale a cui impiegare i fondi ottenuti dalla Bce sarebbe lo stesso 1 per cento.

Sugli effetti deleteri della creazione di denaro dal nulla ho già scritto innumerevoli volte, per cui non mi ripeterò in questa sede. Vorrei, invece, soffermarmi su quel “non devono comprarci i Bot facendo speculazione finanziaria”. Si dà il caso che la Bce e lo stesso Governo italiano abbiano invece sostenuto implicitamente quando non esplicitamente che sarebbe stata cosa buona e giusta se le banche avessero usato quei soldi per comprare titoli di Stato. Da dove crede Di Pietro che venga il calo dell’ormai famoso spread tra BTP e Bund realizzatosi proprio da quando la Bce ha allagato il sistema di liquidità per tre anni? Pensa che sia dovuto solo “alla credibilità internazionale che l’Italia ha ritrovato grazie a Monti”, come spesso si sente ripetere dai mezzi di informazione?

Ebbene, credo che un paio di numeri aiutino a fare chiarezza sull’argomento: lo spread sulla scadenza a 2 anni è diminuito dal livello massimo raggiunto a novembre 2011 di circa 550 punti base, passando da 720 a 170; sulla scadenza a 10 anni (quella più seguita dai media) il calo è stato di circa 295 punti base passando da 575 a 280 (dati del 16 marzo).

Tra l’altro, le scorse settimane il divario tra il calo dello spread a 2 anni e quello a 10 anni era ancor più marcato.

Credo non sia un caso che a beneficiare maggiormente sia stato il tratto a breve termine della curva dei rendimenti dei titoli di Stato italiani. Gli acquisti di gennaio e febbraio erano quasi interamente domestici, effettuati per lo più dalle banche. Le quali, risolti i problemi di raccolta all’ingrosso che pure erano non indifferenti per diverse di esse a fine 2011, di fronte a un margine di 300-500 punti base su titoli con scadenza non superiore a quella dei finanziamenti triennali della Bce, erano davanti a un bivio: impiegare quei soldi in titoli di Stato liquidi, che per le regole di vigilanza non assorbono capitale proprio e quindi non hanno effetti negativi sugli indicatori di patrimonializzazione, per di più facendo contento il Governo che aveva anche deciso di consentire loro di autoemettere titoli con garanzia pubblica da utilizzare come collaterale in Bce; oppure prestarli a imprese e famiglie, nonostante le prospettive che offre un’economia in recessione e le copiose sofferenze accumulate negli ultimi anni. Con la consapevolezza, peraltro, che in caso di default dell’Italia le probabilità di salvezza sarebbero state sostanzialmente nulle anche non avendo alcun titolo di Stato in portafoglio.

Se si vuole, una sorta di azzardo morale generalizzato, che non esiterei a definire istituzionalizzato. Se lo si voleva evitare la soluzione non era imporre questa o quella forma di impiego del denaro, ma non creare tutta quella liquidità.

 

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One Comment

  1. gianmario says:

    Vabbe’ Cordini…ssrai contro la creazione fi liquidita’…ma e i 3 QE deglii USA via FED?

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