Desertificazione del lavoro al Nord. Quando i vescovi pensavano ai nostri lavoratori

zentidi ROBERTO BERNARDELLI – Più immigrati, meno immigrati. Mentre cresce il fronte dei “revisionisti” della Bossi-Fini, nell’Italia delle frontiere che a tutti i costi ex Dc, sinistra e Caritas vogliono siano aperte anche a chi non ha un lavoro, abolendo le quote d’ingresso, perché, dicono, urgono nuove braccia, come se i disoccupati di casa nostra passassero in secondo piano, ebbene, il lavoro scappa
di mano ai cittadini che questo diritto se lo sono conquistato.

Lavoratori quindi “gabbati” tre volte: dalla nuova forza lavoro straniera invitata a farsi sotto; dall’eccessivo carico fiscale che porta l’azienda a cercare costi di produzione più contenuti all’estero; dalle stesse ganasce del fisco che preleva dalla busta paga e porta altrove il frutto del lavoro del Nord, senza ricadute sul territorio dove si produce ricchezza. E mentre qualcuno torna a parlare e a rivendicare giustizia per i lavoratori padani, non dimentichiamoci quando si alzò anche un’altra voce, non scontata, a difesa del territorio, che affermava, difendendo i dipendenti di una fabbrica veneta: il lavoro è come un’opera d’arte. È un bene che non può subire più
mutilazioni. Difenderlo, sostenerlo è una priorità, come si ci trovassimo di fronte ad un’opera artistica.

 

Chi ha creato ricchezza sul proprio territorio, ha generato un patrimonio che appartiene a quel territorio. E anche per questo non può essere scaricato come ferro vecchio se le sirene del mercato globale invitano a intraprendere nuove attività oltre le frontiere di casa.
Parole efficaci, appassionate, preoccupate perché «la delocalizzazione selvaggia e senza regole, rischia di provocare una progressiva desertificazione occupazionale dei territori, come il NordEst, che fino a ieri erano oasi invidiate ed esemplari».

Non è un sindacalista, non è un politico, era semplicemente Giuseppe Zenti, vescovo di Vittorio Veneto. Lo ricordate? Quando la nostra Chiesa parlava del suo popolo.
Torna alla ribalta, prepotentemente, come un prevedibile temporale di agosto, la questione settentrionale. E appassiona chi, da un osservatorio particolare, guarda e ascolta la propria gente, confusa, disorientata. Che una questione settentrionale esistesse se ne erano accorti, con qualche generazione di ritardo, anche le sinistre. Inizia a far capolino nel ’99, quando i Ds al loro congresso lombardo annunciano persino sul tema una tavola rotonda.

 

Il “modello lombardo – Welfare leggero e flessibile, Federalismo e Devoluzione in Lombardia”, nel 2000 è il titolo di una relazione di Claudio Bragaglio, consigliere regionale diessino, che esordisce: «La questione settentrionale rappresenta l’epicentro nazionale
della crisi politica e istituzionale, spazio territoriale e sociale su cui si è determinata la più grave cesura politica e di classi dirigenti tra sinistra e modernizzazione».

Il filosofo ed ex sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, nel 2001 affermava a Repubblica: «Fassino vicepremier, con delega per
la questione settentrionale». E, nel giugno  2003  allo stesso quotidiano, rispondendo alla domanda, “Cosa dovrebbe fare il centrosinistra?”: «Rilanciare alla grande la questione settentrionale». Posizione condivisa nellostesso periodo dal sociologo Aldo Bonomi, sul Corsera: «Sul tavolo c’è una questione settentrionale grande come una casa», mentre Pierluigi Bersani e Antonio Panzeri pensavano a rilanciare una rete per Milano e per il Nord.

Problemi insoluti, temi dimenticati, rivendicazioni che il sindacato e i meccanismi contrattuali hanno colpevolmente accantonato,
evitando accuratamente il confronto con la Lega Nord, mentre tornavano a fare capolino alla festa provinciale dell’Unità di Milano con un dibattito dal titolo “La nostra sfida per il Nord: le elezioni regionali e la questione settentrionale”. Altri tempi…

Ma torniamo alla delocalizzazione. Quella della Zoppas prevedeva la chiusura di due stabilimenti e l’apertura all’estero
di nuovi impianti. «Non è giusto – diceva il vescovo veneto nel suo messaggio – che i sorrisi dei nuovi occupati in terre lontane sia pagato
dalla rabbia difficilmente controllabile dei disoccupati che da quell’azienda hanno tratto il sostentamento della propria famiglia, mentre hanno coscienza di aver assicurato un contributo personale di impegno e di dedizione per la prosperità dell’azienda».

Semmai, questa è la proposta, gli utili della delocalizzazione tornino ad essere condivisi nell’azienda d’origine.
La vicenda del NordEst è emblematica per questi aspetti e anche per il tentativo di conciliare etica ed economia, per una positiva ricaduta sociale degli investimenti. Ma il dibattito sul fenomeno della delocalizzazione abbraccia ormai il Nord Europa (oltre che tutto il resto del Paese), e s’incrocia, fatalmente, con il fallimento della politica franco-tedesca delle 35 ore, che si dimostrò un boomerang per il sindacato.
La vertenza  si era aperta anche in Germania, dove i rappresentanti dei lavoratori avevano fatto un passo indietro, siglando un patto con la Siemens, che stava sì per progettare 2.000 nuovi posti di lavoro, ma in Ungheria.
Morale: addio 35 ore, tornano ad essere 40, senza retribuzioni straordinarie, in cambio dell’impegno a non portare fuori casa il lavoro. Tutti d’accordo. Proteste, scioperi, referendum? Nulla. Anzi, una sorta di effetto domino: replica del caso Siemens anche alla Daimler
Chrysler in Baden Wurttemberg, alla Bosch di Vénissieux, in Francia o a Lione, dove i dipendenti, pressoché all’unanimità,
votavano per l’aumento dell’orario a parità di paga.

Non volevano essere “desertificati” e preferirono pagare la stabilità, la certezza del posto di lavoro, barattando l’aumento di produttività con l’azienda, che non li avrebbe licenziati. Dal sindacato di casa nostra non arrivò nessun commento, mentre un altro attacco alla legge
delle 35 ore veniva portato ancora in Francia, dove il gruppo alimentare Doux, primo produttore europeo di pollame, aveva annunciato aver soppresso i 23 giorni di ferie aggiuntive accordate ai dipendenti.

 

Prima, ogni 39 ore pagate, ne venivano lavorate 32,8. Poi se ne dovevano lavorare 35 effettive. Così l’azienda: «… il gruppo mira risolutamente alla continuazione dell’attività e in nessun caso metteremo a rischio l’avvenire dei nostri dipendenti e delle nostre famiglie», alludendo alla necessità di lavorare più ore per garantire la sopravvivenza dell’azienda.
Un patto che accontenta entrambe le parti e che, al momento, sembra essere una delle poche risposte efficaci alla concorrenza asiatica. Lavorare di più. Sarà questa la via maestra?

 

Presidente Indipendenza Lombarda

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