DELLA LIBERTA’ GLOBALE E DELLE IDENTITA’ LOCALI

di MARIO VARGAS LLOSA

Gli attacchi più efficaci alla globalizzazione di solito non sono quelli legati all’economia. Sono invece sociali, etici e, soprattutto, culturali. Questi argomenti sono emersi nel tumulto di Seattle nel 1999 e più recentemente hanno risuonato a Davos, Bangkok e Praga. La scomparsa dei confini nazionali e la nascita di un mondo interconnesso dai mercati infliggerà un colpo mortale alle culture regionali e nazionali e alle tradizioni, ai costumi, ai miti e alle consuetudini che determinano l’identità culturale di ogni paese o regione. Poiché la maggior parte del mondo non riesce a resistere all’invasione dei prodotti culturali dei paesi sviluppati – o, più precisamente, della superpotenza, gli Stati Uniti – che inevitabilmente trascina le grandi società transnazionali, la cultura americana alla fine si imporrà, strandardizzando il mondo e annientandone la ricca flora di culture diverse. In questo modo tutti gli altri popoli, e non solo quelli piccoli e deboli, perderanno la propria identità, la propria anima, e si ridurranno a semplici colonie del Ventunesimo secolo, zombie o caricature modellate secondo le norme culturali di un nuovo imperialismo che, oltre a governare l’intero pianeta con il suo capitale, la sua forza militare ed il sapere scientifico, imporrà agli altri la sua lingua e il suo modo di pensare, di credere, di divertirsi e di sognare. Questo incubo o questa utopia negativa di un mondo che, grazie alla globalizzazione, sta perdendo la sua diversità linguistica e culturale e viene culturalmente colonizzato dagli Stati Uniti, non è dominio esclusivo di politici di sinistra, nostalgici di Marx, Mao e Che Guevara. Questo delirio di persecuzione – incitato dall’odio o dal rancore nei confronti del gigante nordamericano – è evidente anche in paesi sviluppati e in nazioni di elevata cultura ed è condiviso da settori politici di sinistra, di centro e di destra.

Il caso più notorio è quello della Francia, dove vediamo frequenti campagne governative in difesa di una “identità culturale” francese presumibilmente minacciata dalla globalizzazione. Una vasta schiera di intellettuali e politici è allarmata dalla possibilità che la terra che ha prodotto Montaigne, Descartes, Racine e Baudelaire – e una nazione che a lungo è stata arbitro della moda nel vestire del pensiero, dell’arte, della cucina e di tutti i domini dello spirito – possa essere invasa da McDonald’s, Pizza Hut, Kentucky Fried Chicken, rock, rap, film di Hollywood, blue-jeans, sneakers e t-shirts. Questa paura ha avuto come conseguenza, per esempio, i massicci finanziamenti francesi all’industria cinematografica locale e l’obbligo imposto ai teatri di proiettare un certo numero di film nazionali e di limitare l’importazione di pellicole dagli Stati Uniti. Sempre a causa di questa paura, le amministrazioni hanno emesso severe direttive che penalizzano con alte multe qualsiasi annuncio pubblicitario che imbratti con anglicismi la lingua di Molière. (Anche se, a giudicare da quello che vede un pedone sulle strade di Parigi, le direttive non sono state molto rispettate). Per questo motivo José Bové, l’agricoltore-crociato contro la malbouffe (cibo scadente), in Francia è diventato un eroe popolare. E con la sua recente condanna a tre mesi di prigione, la sua popolarità è probabilmente aumentata.

Anche se giudico questo argomento culturale contro la globalizzazione inaccettabile, dovremmo riconoscere che in esso c’è una verità indiscutibile. In questo secolo il mondo in cui viviamo sarà meno pittoresco e tinto con meno colori locali di quello che abbiamo lasciato dietro di noi. Le feste, gli abiti, i costumi, le cerimonie, i riti e le credenze che in passato avevano dato all’umanità la sua varietà folcloristica ed etnologica stanno progressivamente scomparendo o vengono confinate a settori minoritari mentre la maggior parte della società li abbandona e ne adotta altri più adatti alla realtà del nostro tempo. Tutti i paesi della terra vivono questo processo, alcuni più velocemente di altri, ma questo non è dovuto alla globalizzazione. E’ dovuto alla modernizzazione, e la globalizzazione ne è un effetto, non la causa. E’ possibile, certamente, dolersi che questo processo avvenga e provare nostalgia per l’eclissi del modo di vivere passato che, specialmente dalla nostra comoda posizione avvantaggiata del presente, sembra pieno di divertimento, originalità e colore. Ma questo processo è inevitabile. I regimi totalitaristi di paesi come Cuba o la Corea del Nord, temendo che qualsiasi apertura li distruggerà, si isolano ed emanano ogni tipo di divieto e di censura contro la modernità. Ma neanche loro riescono ad impedire la lenta infiltrazione della modernità e il graduale scardinamento della loro cosiddetta identità culturale. In teoria, forse, un paese potrebbe conservare quest’identità, ma solo se – come alcune remote tribù in Africa o in Amazonia – decide di vivere in totale isolamento, interrompendo tutti gli scambi con le altre nazioni e praticando l’autosufficienza. Un’identità culturale preservata in questa forma riporterebbe quella società a standard di vita preistorici. E’ vero che la modernizzazione causa la scomparsa di molte forme di vita tradizionale. Ma, allo stesso tempo, crea opportunità e costituisce un importante passo avanti per una società nel suo complesso. Ecco perché quando possono scegliere liberamente, i popoli, a volte al contrario di come vorrebbero i loro leaders o i tradizionalisti intellettuali, scelgono la modernizzazione senza la minima ambiguità.

Le dichiarazioni contro la globalizzazione e a favore dell’identità culturale rivelano una concezione statica della cultura che non ha basi storiche. Quale cultura è mai rimasta identica e immutata nel tempo? Per trovarne una dobbiamo cercare fra le piccole, primitive comunità magico-religiose che vivono nelle caverne, venerano il tuono e le bestie e, causa del loro primitivismo, diventano sempre più vulnerabili allo sfruttamento e allo sterminio. Tutte le altre culture, in particolare quelle che hanno il diritto di essere definite moderne e vive, si sono evolute al punto di essere solo un remoto riflesso di quello che erano solo due o tre generazioni prima. Questa evoluzione è evidente in paesi come la Francia, la Spagna e l’Inghilterra, dove i cambiamenti nell’ultimo mezzo secolo sono stati così straordinari e profondi che un Marcel Proust, un Federico Garcìa Llorca o una Virginia Woolf a malapena oggi riconoscerebbero le società nelle quali erano nati, quelle società che le loro opere contribuirono molto a rinnovare.

Il concetto di “identità culturale” è pericoloso. Da un punto di vista sociale rappresenta semplicemente un dubbio concetto artificiale, ma da una prospettiva politica minaccia la più preziosa conquista dell’umanità: la libertà. Non nego che le persone che parlano la stessa lingua, sono nate e vivono nello stesso territorio, affrontano gli stessi problemi e praticano la stessa religione e gli stessi costumi, abbiano caratteristiche comuni. Ma quel denominatore collettivo non può mai definire pienamente ciascuna di loro e si limita ad eliminare o a relegare ad uno sdegnoso secondo piano la somma degli attributi e delle caratteristiche uniche che differenziano un membro di un gruppo da un altro. Il concetto di identità, se non è usato in una scala esclusivamente individualistica, è per sua natura riduttivo e disumanizzante, un’astrazione collettivistica e ideologica di tutto quello che di originale e creativo c’è nell’essere umano, in tutto quello che non è stato imposto dall’eredità, dalla geografia o dalla pressione sociale. La vera identità, piuttosto, nasce dalla capacità degli esseri umani di resistere a queste influenze e di contrastarle con libere azioni di loro invenzione.

Il concetto di “identità collettiva” è un’invenzione ideologica ed è il fondamento del nazionalismo. Per molti etnologi e antropologi l’identità collettiva non rappresenta la verità neanche fra le comunità più arcaiche. Le pratiche e i costumi comuni possono essere importanti per la difesa di un gruppo, ma il margine di iniziativa e di creatività per l’emancipazione dal gruppo fra i suoi membri è invariabilmente largo e le differenze individuali prevalgono sui tratti collettivi quando gli individui sono esaminati nei loro termini e non come semplici elementi secondari della collettività. La globalizzazione estende radicalmente a tutti i cittadini di questo pianeta la possibilità di costruire la propria identità culturale individuale attraverso l’azione volontaria, in base alle loro preferenze e alle loro motivazioni personali. Ora i cittadini non sono sempre obbligati, come in passato e in molti posti nel presente, a rispettare un’identità che li intrappola in un campo di concentramento senza via d’uscita: l’identità che viene imposta attraverso la lingua, la nazione, la chiesa e i costumi del luogo in cui sono nati. In questo senso la globalizzazione deve essere benvenuta perché allarga notevolmente gli orizzonti della libertà individuale.

Il fantasma dell’americanizzazione

La paura dell’americanizzazione del pianeta è più paranoia ideologica che realtà. Non c’è dubbio, ovviamente, che con la globalizzazione l’inglese è diventato la lingua generale del nostro tempo, come era il latino nel Medio Evo. E continuerà la sua ascesa, perché è uno strumento indispensabile per le transazioni e la comunicazione internazionale. Ma questo significa necessariamente che l’inglese si sviluppa a spese delle altre grandi lingue? Assolutamente no. Anzi, è vero il contrario. La scomparsa dei confini e un mondo sempre più interdipendente hanno creato per le nuove generazioni incentivi a imparare e ad assimilarsi ad altre culture, perché la capacità di parlare diverse lingue e di navigare comodamente in culture diverse è diventata cruciale per il successo professionale. Considerate il caso dello spagnolo. Mezzo secolo fa quella di lingua spagnola era una comunità isolazionista; ci proiettavamo molto limitatamente oltre i nostri confini linguistici tradizionali. Oggi lo spagnolo è dinamico e fiorente e conquista teste di ponte o addirittura terre su tutti e cinque i continenti. Il fatto che oggi negli Stati Uniti ci siano fra i 25 e i 30 milioni di cittadini di lingua spagnola spiega perché gli ultimi due candidati alla presidenza, il governatore del Texas George W. Bush e l’ex vicepresidente Al Gore, hanno condotto la loro campagna elettorale non solo in inglese ma anche in spagnolo. Quanti milioni di giovani in tutto il mondo hanno risposto alle sfide della globalizzazione imparando il giapponese, il tedesco, il mandarino, il cantonese, il russo o il francese? Fortunatamente questa tendenza aumenterà solo nei prossimi anni. Ecco perché la migliore difesa delle nostre culture e delle nostre lingue consiste nel promuoverle vigorosamente in questo nuovo mondo e non nel persistere nell’ingenua pretesa di vaccinarle contro la minaccia dell’inglese.

Chi propone tali rimedi parla molto di cultura ma è di solito una persona ignorante che maschera la sua vera vocazione: il nazionalismo. E se c’è una cosa in netto contrasto con la propensione universalistica della cultura è la visione parrocchiale, esclusiva e confusa che le prospettive nazionaliste cercano di imporre alla vita culturale. La lezione più ammirevole che le culture ci insegnano è che esse non hanno bisogno di essere protette da burocrati o commissari, o confinate dietro sbarre di ferro, o isolate da ufficiali doganali per rimanere vive ed esuberanti; questi sforzi, al contrario, servirebbero solo a inaridire o addirittura a rendere insignificante la cultura. Le culture devono vivere liberamente, giostrandosi costantemente fra culture diverse. Questo le rinnova e le rigenera, permettendo loro di evolversi e di attardarsi al continuo flusso della vita. Nell’antichità il latino non uccise il greco; al contrario, l’originalità artistica e la profondità intellettuale della cultura ellenica permearono la civiltà romana e, attraverso essa, i poemi di Omero e le filosofie di Platone e Aristotele raggiunsero il mondo intero. La globalizzazione non farà scomparire le culture locali; in una cornice di apertura mondiale, tutto quello che è prezioso e merita di sopravvivere nelle culture locali troverà terreno fertile per fiorire. Questo sta succedendo in Europa, dappertutto. Particolarmente degna di nota è la Spagna, dove le culture regionali stanno riemergendo con speciale vigore. Durante la dittatura del generale Francisco Franco, le culture regionali furono represse e condannate ad un’esistenza clandestina. Ma il ritorno della democrazia ha liberato la ricca diversità culturale spagnola e le ha permesso di svilupparsi liberamente. Nel regime di autonomie del paese le culture locali hanno avuto un boom straordinario, in particolare in Catalogna, Galizia e nei paesi baschi, ma anche nel resto della Spagna.

Naturalmente non dobbiamo confondere questa rinascita culturale regionale, che è positiva e arricchisce, con il fenomeno del nazionalismo, che rappresenta una seria minaccia per la cultura della libertà. Thomas S. Eliot, nel suo celebre saggio del 1948 Notes Towards the Definition of Culture, prevedeva che nel futuro l’umanità avrebbe vissuto un rinascimento delle culture locali e regionali. A quel tempo la sua profezia sembrava piuttosto azzardata. Ma la globalizzazione la farà probabilmente diventare realtà nel Ventunesimo secolo e dobbiamo esserne felici. Una rinascita delle piccole culture locali ridarà all’umanità la ricca molteplicità di comportamento e di espressione che lo stato-nazione ha annientato per creare le cosiddette identità culturali verso la fine del XVIII e soprattutto nel XIX secolo (questo fatto viene spesso dimenticato, o noi cerchiamo di dimenticarlo, a causa delle sue gravi connotazioni morali). Le culture nazionali furono spesso forgiate nel sangue e nel fuoco, proibendo l’insegnamento o la pubblicazione delle lingue vernacolari o le pratiche di religioni e di costumi che dissentivano da quelle che lo stato-nazione considerava ideali. In questo modo, in molti paesi del mondo lo stato-nazione impose con la forza una cultura dominante su quelle locali che furono represse e abolite dalla vita ufficiale. Ma, contrariamente agli allarmi di chi teme la globalizzazione, non è facile cancellare completamente le culture – per quanto possano essere piccole – se dietro di loro c’è una ricca tradizione e un popolo che le pratica, anche se in segreto. E oggi, a causa all’indebolimento dello stato-nazione, stiamo vedendo culture locali dimenticate, marginalizzate e ridotte al silenzio che riemergono e dimostrano dinamici segni di vita nel grande concerto di questo pianeta globalizzato.

Tratto da Ideazione n.2-2001, marzo-aprile

 

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One Comment

  1. Giorgio Fidenato says:

    Ottimo articolo per far capire che la tradizione, la cultura tradizionale non deve contrapporsi al nuovo che avanza ma deve sapersi contaminare per non farsi eliminre. Quesa è una lezione per il cocenti di tradizione che lega cerca di far passare, che porteà alla morte di tutte le culture locali.

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