Stiamo peggio del 2008, l’economia reale non c’entra con le borse

di ALTRE FONTI

Cosa ci riserva il futuro economico-finanziario? Bisogna partire dalla considerazione che l’economia degli USA è la fonte della liquidità globale e che a causa del perdurante deficit americano l’economia mondiale ha accumulato ingenti riserve di dollari utilizzate per espandere la liquidità. Riversandosi sui titoli azionari, obbligazionari e confratelli vari come opzioni, futures e derivati ne sostiene il valore facendo sembrare che godano di buona salute. Questa espansione ha innescato un lungo ciclo inflazionario che si è manifestato nei mercati finanziari rafforzandosi con i deficit spending fuori controllo dei governi la cui metà è finanziata dal mercato obbligazionario. L’inflazione non si è ancora propagata all’economia reale, ma la dimensione dei sistemi bancari (negli USA è di 12 trilioni di dollari, quasi l’intero prodotto lordo e in Europa di 46 trilioni, addirittura quasi tre volte superiore all’intero Pil) lascia pochi dubbi sulla prospettiva generale. Una situazione potenzialmente esplosiva con tutti gli ingredienti pronti per una combustione spontanea.

Osserviamo ora l’andamento dell’indice di borsa Standand & Poor (S&P 500), dei titoli azionari a maggior capitalizzazione e consideriamo il periodo 2000-2013.

Come si vede dal grafico, nel 2000 raggiunge il picco di 1527,46 che segna il climax della famosa bolla dei titoli tecnologi iniziata nel 1995. La bolla scoppia nel mese di marzo e si apre una voragine: l’indice crolla a 800.58. A partire dal 2003 la FED inizia ad iniettare liquidità e l’indice, verso la fine del 2007, raggiunge un nuovo picco: 1561.80. Si è alla vigilia di una nuova catastrofe: nel 2008 scoppia bolla dei mutui e l’indice precipita a 683.38. Si osservi dal grafico che a un picco più elevato segue una caduta più rapida e profonda. Inizia la Grande recessione. Da quel momento gli USA contrastano la crisi reinflazionando l’economia: inizia la sistematica monetizzazione di debiti e perdite, il quantitative easing (QE), con tassi di interesse vicino a zero e nel resto del mondo si seguono politiche similari.

Il 21 maggio scorso S&P ha toccato il picco più elevato: 1,669.16. Da quel momento le oscillazioni sono trascurabili, ma quando il governatore della FED annuncia la possibilità di una graduale riduzione del QE i mercati si innervosiscono come i drogati quando viene loro minacciata la riduzione di eroina e l’indice cala sotto 1600. Una flessione non grave ma sintomatica. Se avvenisse una stretta monetaria i tassi di interesse schizzerebbero verso l’alto ed è facile immaginare cosa registrerebbe il grafico: un collasso inimmaginabile. Probabilmente il trend continuerà ad essere positivo per qualche tempo, ma quando i mercati sono azionati dagli stimoli inflazionistici e non dai fondamentali, prima o poi crollano e anche questa volta non sarà diverso. Si osservi che durante il periodo preso in considerazione il dollaro si è svalutato del 40% e all’incirca nella stessa misura tutte le principali valute; che i fondamentali non sono migliorati da nessuna parte e che il grado di instabilità e di incertezza è dovunque aumentato. Si sta preparando una replica 2008, ma in peggio. Ora soffermiamoci su alcune considerazioni.

  1. L’andamento delle borse non ha nulla a che vedere con quello dell’economia reale perché il settore finanziario vive una sua vita propria sostentata dalle banche centrali. Pertanto i prezzi dei titoli non corrispondono al loro valore intrinseco perché non rappresentano aumenti di produzione, redditività e occupazione, solo pura inflazione. In queste condizioni se l’indice salisse dovremmo allarmarci invece di rallegrarci.
  2. La strategia delle banche e dei governi rimane quella di pompare denaro nel sistema per mantenere “l’effetto ricchezza” e dare l’illusione di solvibilità. La liquidità creata va interamente a beneficio delle controparti delle banche centrali, i dealers primari (Goldman Sachs, Morgan Stanley, Nomura, Citigroup, Deutsche Bank, HSBC ecc.) che la usano per acquistare strumenti finanziari i cui prezzi salendo creano l’illusione monetaria che spinge tutti nella stessa direzione e a comprare di più. Decisioni sempre più errate e rischiose si sommano mentre i fondamentali continuano a peggiorare.
  3. Molti osservatori economici negano che l’eccesso di credito e di liquidità creati dalle banche centrali provochino inflazione. In altre parole negano la teoria quantitativa della moneta e i suoi effetti. Non si sono evidentemente accorti che i redditi reali sono di gran lunga inferiori a quelli di dieci anni fa e che i prezzi dell’energia e dei prodotti alimentari crescono ovunque. La teoria quantitativa della moneta funziona, eccome se funziona, solo che non è un fenomeno lineare. Il volume della spesa nel sistema economico è determinato dalla quantità di moneta esistente che non serve solo a comprare prodotti e servizi ma anche strumenti finanziari (i cui valori infatti salgono). Nel settore finanziario c’è inflazione da creazione monetaria (qui, la velocità di circolazione della moneta è elevatissima) mentre nel settore reale c’è deflazione da debito (la velocità è bassa). Inflazione e deflazione coesistono e la volatilità e l’instabilità attuali sono provocate dal contrasto di queste due forze.
  4. La longevità del ciclo inflazionario è spiegata dal fatto che l’inflazione, per così dire, all’ingrosso non si è ancora trasferita al dettaglio dove c’è calma piatta. Ma per quanto il sistema bancario l’abbia imbottigliata non è riuscito ad evitare il deprezzamento sincrono delle principali valute che ha abbassato il valore dei redditi e del risparmio mentre ha elevato quello nominale degli strumenti finanziari. Che viviamo un ciclo inflazionario è confermato dall’immane ridistribuzione della ricchezza dal settore economico a quello finanziario e questo fenomeno può essere causato solo dall’inflazione che fa diventare i ricchi più ricchi e i poveri sempre più poveri.
  5. I tassi di interesse dovrebbero compensare i rischi di inflazione e di default. Se le prospettive peggiorano, maggiore dovrebbe essere l’interesse sui titoli obbligazionari. Ma i tassi ancora artificialmente compressi per ridurre il costo d’indebitamento dei governi e far salire le borse non segnalano la situazione reale. Segnalano la formazione di una bolla più grossa dell’altra. Quella del mercato obbligazionario è la più grande della storia. Il mercato dei bond è infatti il doppio di quello dell’equity e se si includono quelli non cartolarizzati è addirittura il triplo.
  6. L’economia, dunque, va avanti solo grazie alle iniezioni di eroina monetaria che le banche continueranno a pompare fino a quando il genio dell’inflazione non uscirà dalla bottiglia il che potrebbe avvenire a seguito di un crollo del mercato azionario che trascinerebbe con sé quello dei bond. Quando i tassi saliranno, le banche centrali dovranno assorbirli tutti. Mentre la liquidità rilasciata si dirigerà verso il mercato delle commodities formando anche in questo settore una bolla, l’ultima. Perché, in tale ipotesi, l’inflazione che ne seguirebbe farebbe collassare il sistema monetario rendendo completamente impotenti le banche centrali. Fine dell’incantesimo monetario e di tutti i QE.

Ci troveremo presto in una situazione in cui solo il battito di una farfalla sarà capace di scatenare una tempesta. Come nel fenomeno fisico della risonanza una vibrazione minima acquisterà un’intensità fuori proporzione con la causa facendo crollare l’intero l’edificio finanziario e cambiando l’atlante economico finanziario mondiale. Si tenga sotto controllo il grafico dell’S&P 500 e si abbiano occhi per vedere cosa sta maturando, per non averli dopo per piangere. La crisi iniziata cinque anni fa non ha ancora raggiunto il suo climax. Cosa può fare oggi il povero risparmiatore per evitare il bis del 2008? Imitare il suo omologo cinese che ha capito come andrà a finire: si tenga il più possibile liquido e compri qualche monetina d’oro finché il prezzo è giusto.

DI GERARDO COCO – FONTE ORIGINALE: http://www.leoniblog.it

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