Il declino della democrazia è del tutto evidente

di GIUSEPPE ISIDORO VIO

Quando i popoli sono oppressi, si dice, hanno il diritto di ribellarsi. La questione è capire se gli oppressi hanno la coscienza reale di esserlo, altrimenti nessuno darà inizio alla ribellione. Se la tirannia non è conclamata e si vive più una fase di strisciante declino della democrazia, la gente crede ancora che la situazione possa migliorare e che la democrazia non sia in pericolo, anche se, come in molti paesi d’indubbia democraticità, ormai quasi la metà degli aventi diritto al voto si astenga.

Ma come si arriva a controllare e abusare di un popolo? I singoli o i gruppi di persone possono conseguire il controllo di una collettività in due modi: con l’uso della forza bruta o, in democrazia, con quello della convinzione. Ma convincere la maggioranza di aver ragione, non sempre coincide con l’averla davvero e, d’altro canto, puoi avere tutte le ragioni del mondo, argomentare con pazienza e onestà, ma se non riesci a farti capire ed essere convincente, in democrazia sei perdente (e con te la verità) e vincono gli illusionisti e gli ipnotizzatori.

E’ chiaro, pertanto, che perché essa funzioni, alla base di tutto c’è la capacità di giudizio del corpo elettorale che dipende a sua volta dalla semplicità e chiarezza degli apparati normativi e legislativi, dal livello d’istruzione che esso possiede e dalla qualità e quantità dell’informazione cui può attingere. Quest’ultima dipende alla sua volta dalla trasparenza della politica e dall’indipendenza dei media.

I cittadini devono perciò esigere norme e regole semplici, chiare e facilmente attingibili, poiché la confusione, l’interpretazione ambigua o, peggio, la loro mancata o inadeguata divulgazione sono l’habitat naturale degli antidemocratici. Devono, inoltre, esigere una formazione culturale aperta, pluralistica, libera e adeguata, che formi menti critiche e non omologate. Per garantire che la democrazia sia effettiva e non il risultato di un’ipnosi collettiva per opera di un pifferaio magico, non basta partecipare tramite il solo esercizio del voto; c’è bisogno di partecipazione continua e di un controllo costante sul comportamento degli eletti, la trasparenza dei loro atti e la semplicità delle norme prodotte.

C’è da dire, tuttavia, che tutto ciò diventa via via più difficile a misura che crescono le dimensioni di una collettività: se è facile applicare i principi democratici all’amministrazione di una famiglia dove tutti ne conoscono a fondo i problemi, come pure la credibilità e l’affidabilità dei componenti e le regole sono poche e chiare a tutti, ciò diventa sempre più difficile man mano che si passa all’amministrazione di un condominio, di un comune, di una regione, di uno stato. Inutile dire che controllare l’operato degli eletti e la trasparenza dell’amministrazione di un sistema complesso e sovranazionale come l’UE, diventa pressoché impossibile per un  semplice cittadino, che è dunque costretto a delegare tutto ciò ad altri eletti. In definitiva, più aumentano le dimensioni di una collettività, più aumentano le chance per gli antidemocratici d’infiltrarsi nella sua amministrazione, più l’esercizio della democrazia diventa difficile e più questa rischia di divenire una scatola vuota.

L’UE, così com’è congegnata adesso, con alcuni stati nazionali che già le hanno delegato parte della loro sovranità popolare, è quanto di più antidemocratico possa esistere in questo momento nel panorama del mondo occidentale, soprattutto se consideriamo quanto sia limitato il potere del suo parlamento. Solo combinando i principi della democrazia con quelli del federalismo in un’Europa suddivisa in territori che rispecchino fedelmente l’identità storico-culturale dei numerosi popoli che la abitano e non secondo i confini degli attuali stati nazionali, sarà possibile nell’UE un esercizio effettivo della democrazia, diversamente gli europei saranno sudditi dei banchieri e della cricca di Bilderberg.

Questo per la semplice ragione che è più facile per questi poteri forti e più o meno occulti comprare e controllare le governance di pochi stati nazionali piuttosto che tutte quelle di una moltitudine di territori, strettamente collegati ai popoli che li abitano, i quali, di conseguenza, hanno loro la possibilità di controllare più da vicino e rinnovare se necessario le proprie governance. I “casi Sicilia”, ossia di territori con i conti in disordine a causa di classi dirigenti locali corrotte e spendaccione cui corrisponde un elettorato immaturo e in vendita, non cesserebbero di esistere, ma i loro dirigenti corrotti, seppur infiltrati nell’apparato centrale, avrebbero un minor peso e le conseguenze economiche del malgoverno locale un impatto limitato nell’economia generale di una struttura federale siffatta. Questi territori sarebbero comunque soggetti al principio di responsabilità individuale essendo obbligati ad accettare un commissariamento europeo, pena l’esclusione dalla comunità.

Se si sceglie la democrazia, ossia la capacità di convincere al posto della forza bruta, bisogna inoltre dotarsi di un sistema elettorale che definisca le regole elettive, tra cui ci potrebbe essere anche quella che esclude del tutto il quorum (per cui i risultati sono sempre validi, anche se ha votato una sola persona) o, all’estremo opposto, quella che toglie i diritti di cittadinanza per sempre a chi non vota anche per una sola volta senza un giustificato motivo, rendendo di fatto un obbligo vincolante votare. La scelta delle regole elettive è però il punto cruciale, dove il ragionamento si avvita su se stesso, ossia: la democrazia ha bisogno di definire regole elettive che, a sua volta hanno bisogno di regole democratiche per essere scelte. Come dire: è nato prima l’uovo o la gallina?

Nella realtà, la democrazia è il risultato di un processo storico-evolutivo di cui si possono riconoscere i primi semi (fin dove si arriva con le conoscenze) e il frutto attuale. Essa è in continua evoluzione e, per chi la pensa in termini positivisti, in continuo miglioramento, nello sforzo di coniugare rappresentatività, pluralismo e governabilità. C’è però il serio rischio che il suo organismo normativo diventi sempre più mastodontico e complicato e che essa rimanga bloccata sotto il suo stesso peso.

Ciò che, di fatto, avviene in Italia, dove esistono ben cinque sistemi elettorali che puntualmente sono modificati dai governi di una o dell’altra parte per pura convenienza politica e grazie a una costituzione omnicomprensiva che consente di legiferare su tutto e il suo contrario (tranne che sul fatto di poter essere essa stessa modificata) ingenerando confusione nei cittadini e continui conflitti tra la magistratura e le altre istituzioni, con quest’ultima assunta al rango di efori spartani, organismo tutt’altro che democratico ma garante dello statu quo e dei privilegi dell’apparato statale, mentre d’altro canto la casta politica difende i propri nel Parlamento. Oppure c’è il rischio che essa rimanga sulla carta, come in Europa, inattuabile a causa delle dimensioni territoriali dell’UE e del suo centralismo, fattore quest’ultimo comunque sempre negativo per la democrazia.

Print Friendly, PDF & Email

Recent Posts

6 Comments

  1. Luciano Aguzzi says:

    La «democrazia» è sempre stata in declino, e non vedo perché oggi stia peggio di cinquanta o sessant’anni fa, quando, dell’Italia, Gaetano Salvemini diceva: si tratta di un regime fascista senza Mussolini.

    Sono però d’accordo che ci sono periodi «peggiori» e periodi «meno peggiori», e quelli che si preparano, a livello UE ma anche a livello Italia, Spagna, Grecia, Francia ecc., saranno peggiori di oggi.

    L’autore dell’articolo (Giuseppe Isidoro Vio) ha però troppa fiducia nella democrazia, dimentica che il termine stesso è estremamente ambiguo e può essere inteso in più modi, e dimentica che, in ogni caso, la democrazia è una variante del totalitarismo. Nel senso che lo Stato democratico è uno Stato totalitario che, anziché affidare le sue decisioni a un solo dittatore o a una piccola nomenclatura oligarchica, le affida, almeno apparentemente, alla maggioranza relativa (non assoluta) dei cittadini. Si potrebbe dire che la democrazia è un totalitarismo condiviso dalla maggioranza relativa dei cittadini. Però, per chi non condivide quelle decisioni, il potere statuale rimane totalitario.

    L’autore, fra i cerchi inferiori dell’organizzazione democratica, include anche il condominio. Dimenticando una differenza di fondo fra condominio e Stato democratico. Il condominio si occupa solo delle parti in comune della proprietà, senza pretendere di dettare leggi sulla gestione delle parti private e individuali della proprietà (se non limitatamente alle eventuali esternalità negative). Al contrario lo Stato, anche il più democratico, non si limita alle parti comuni, intese in senso stretto e ben definite, ma si intromette in ogni aspetto della vita privata degli individui e detta le sue leggi, con la forza, su mille e mille cose che non dovrebbero interessare allo Stato. A meno che non si tratti, appunto, di Stato totalitario, che mira sia al controllo dell’economia sia a quello delle anime dei cittadini ridotti a sudditi, cioè a incapaci sotto tutela.

    La democrazia è un regime politico che non rispetta né la sfera privata degli individui, né le minoranze (se non nei limiti ipocriti del politicamente corretto), ma ha la pretesa di dettare a tutti la migliore via per il cosiddetto bene comune, e di obbligare con la forza chi avesse un’idea diversa del bene comune. Non è totalitarismo, questo?

    Alla democrazia giacobina, Stato etico per eccellenza, una volta veniva contrapposta la democrazia detta liberal-democratica, ma oggi, ormai da decenni, anche questa versione liberale della democrazia ha abbondonato molti dei suoi presupposti liberali e si è adattata al costruttuvismo etico/utopistico della democrazia giacobina. Anche negli Usa, anche in Inghilterra, anche… dappertutto, purtroppo.

    Forse il declino di cui parla Giuseppe Isidoro Vio è proprio questo continuo e sempre più spinto scivolare dalla liberal-democrazia alla democrazia giacobina e socialista, cioè al totalitarismo esplicito.
    Luciano Aguzzi

    • Giuseppe Isidoro Vio says:

      Per come la vedo io, per essere il meno totalitaria possibile, la democrazia dovrebbe intendersi come il luogo del confronto, del dialogo e del compromesso che alla fine dovrebbe lasciare tutti soddisfatti, anche se rischia più spesso di lasciare tutti insoddisfatti.
      Siccome individui e comunità, anche nello stato più omogeneo sono tutti diversi tra loro ed è quindi utopico pensare di avere un sistema di valori condiviso da tutti, per non avere la sopraffazione delle maggioranze sulle minoranze, servirebbe che le prime diventassero più tolleranti e le seconde rinunciassero a certe peculiarità, ma per fare questo bisognerebbe essere disponibili a dialogo, negoziazione e compromesso, concetti estranei a ogni forma di fondamentalismo e totalitarismo dichiarato.

      • Luciano Aguzzi says:

        Giusto. Dialogo, negoziazione e compromesso sono concetti estranei a ogni forma di fondamentalismo e totalitarismo, ma sono anche estranei alla democrazia giacobina e, azzarderei dire, alla democrazia in generale come storicamente si è vista, e non come si pensa che dovrebbe essere. Le contrapposizioni viscerali fra la sinistra e il Berlusconi, tanto per fare un solo esempio, lo dimostrano anche per i tempi più recenti.

        Il suo errore – mi sembra di capire – è l’avere un’idea del dover essere della democrazia che è in contrasto con la sua realtà. La «democrazia reale» non è quella ideale che lei forse ha in testa, e che, in quanto ideale, è utopistica e non si vedrà mai (molto probabilmente).

        Ma quei tre elementi: dialogo, negoziazione e compromesso, non sono invece propri dei rapporti di mercato? Si potrebbe quindi pensare a una democrazia fondata sul mercato, cioè, detto in altri termini, a un miniStato che non interferisca più di tanto nei rapporti pattuali fra individui.
        Luciano Aguzzi

  2. Antonino Trunfioa says:

    La storia del mondo, l’intelligenza e il buon senso umano sanno che c’è un futuro oltre la democrazia. Se le generazioni di ogni epoca non avessere creduto questo, oggi potremmo essere ancora sotto benito, sotto napoleone o i borboni, sotto i principi e i signori del medioevo o ancora sotto l’imperatore romano e il faraone d’egitto. Quelli che ignorano questo, sono solo in mala fede e sono quelli che classicamente dalla visione del futuro sono terrorizzati perchè il sistema attuale è quello che li sostiene e li fa prosperare allegramente

    • wow says:

      Vero ! sono cadute le peggiori dittature del ‘900 quindi nel breve (5 anni) non sentiremo più neanche nominare quelli che tutti i giorni oggi vediamo in televisione

    • Luciano Aguzzi says:

      Oltre la democrazia potrebbe esserci una iper-democrazia, cioè un totalitarismo apparentemente benigno e sollecito del benessere umano, come si trova descritto in tanti romanzi di fantascienza sociale e politica e in molte distopie. O potrebbe esserci un regime politico basato non sulla volontà della maggioranza, ma sul rispetto di tutte le libertà individuali, cioè un regime liberal/libertario.

      Nella letteratura di fantascienza il modello distopico prevale. Prevalgono, cioè, le previsioni negative. Forse questo si deve alla consapevolezza, di cui hanno parlato anche molti psicoanalisti (da Freud a Fromm ecc.), che la maggior parte degli uomini teme la libertà, perché la libertà comporta l’angoscia del scegliere e il peso della responsabilità delle conseguenze delle proprie scelte.

      Molti, allora, preferiscono un regime in cui adagiarsi e sopravvivere nella banalità quotidiana. Banalità, sì, ma per molti più sicura, priva di incertezze, protettiva. Questa è ciò che gli psicoanalisti chiamano fuga dalla libertà. Nei periodi di crisi e di notevole incertezza la fuga dalla libertà si accentua, e così i politici ne approfittano e colgono sempre questi momenti di emergenza per aumentare il potere intrusivo dello Stato e diminuire i diritti individuali. Anche Napolitano e Monti lo hanno fatto. E non per nulla anche Hitler e Stalin hanno goduto di lunghi periodi di consenso maggioritario.

      Detto in altri termini, la fuga dalla libertà è ciò che alimenta la «banalità del male» magistralmente descritto,a proposito del nazismo, in un celebre libro di Hannah Arendt, autrice anche di un altro celebre libro sul totalitarismo.

      Il problema dei liberali è che la maggioranza delle persone non ama la libertà. Semmai ama la licenza, che è una furbizia del tutto particolare e diversa dalla libertà. La libertà comporta scelta e responsabilità, mentre la licenza comporta un’eccezione rispetto alla legge, a titolo di favore e/o di privilegio, senza necessità di scegliere e di pagarne le conseguenze.
      Luciano Aguzzi

Leave a Comment