CRISI, DALL’INCOLPARE LA GERMANIA ALLO STAMPARE EURO

di MATTEO CORSINI

Ho tratto le parole riportate qui di seguito da un articolo pubblicato su MF-Milano Finanza. L’autore si firma Buddy Fox, dal nome di un personaggio del cult movie Wall Street e dietro lo pseudonimo, secondo il giornale, “si cela un celebre studioso della materia fallimentare”. Ecco quel che ha sostenuto: “Nel nostro Paese le tasse si evadono, si eludono… e non si pagano, o meglio, non si sono pagate per decenni e decenni… Dietro la sottrazione all’obbligo di pagamento delle imposte (proprie e altrui) si cela invece una questione economica e sociologica complessa, connessa alla debolezza della struttura del sistema produttivo italiano… da qualsiasi angolazione si voglia osservare il fenomeno, ciò che emerge è che il sistema produttivo italiano è nel suo complesso inefficiente e bisognoso di riforme strutturali… La domanda che rivolgo al governo italiano è: perché non prendere spunto dalle manovre del governo democratico americano e della Fed, piuttosto che restare succube ai diktat della destra tedesca, il cui unico obiettivo è quello di evitare alla Germania, come nella storia hanno sempre fatto gli Stati egemoni, la concorrenza sui mercati degli altri membri della Comunità”?

Dopo aver riempito righe su righe con i notori luoghi comuni circa il dovere del pagare le imposte per una convivenza civile in un Paese democratico, questo signore, chiunque egli sia, sentenzia che “Dietro la sottrazione all’obbligo di pagamento delle imposte (proprie e altrui) si cela invece una questione economica e sociologica complessa, connessa alla debolezza della struttura del sistema produttivo italiano”. In pratica la complessità parrebbe ridursi a un problema di debolezza della struttura del sistema produttivo. L’autore sembra non essere neppure sfiorato dal dubbio che quella che lui considera una causa sia in realtà in buona parte un effetto. Probabilmente il sistema produttivo ha davvero bisogno di riforme strutturali, ma non credo vadano sottovalutate le responsabilità che ha lo Stato nei ritardi accumulati dalle imprese italiane (non tutte, peraltro) nei confronti delle concorrenti di altri Paesi. Uno Stato che, sia a livello centrale, sia nelle sue articolazioni territoriali, fa un po’ di tutto per complicare la vita alle imprese. Si va da una regolamentazione complicata e in continua evoluzione (con l’assurdo per cui una norma di legge è solitamente corredata da circolari ministeriali enciclopediche che, se possibile, rendono il tutto più oscuro anziché fare chiarezza), cervelloticamente incentrata su formalismi piuttosto che sulla sostanza, ad adempimenti burocratici che assorbono (troppe) risorse che altrimenti potrebbero essere destinate all’attività aziendale, per finire a un fisco che arriva ad assorbire il 60-70 per cento degli utili lordi.

Quando si trovano a competere a livello internazionale, le imprese italiane sono quindi come un podista che deve gareggiare con uno zaino di 30 chili sulle spalle: per vincere serve loro uno sforzo nettamente superiore a quello dei concorrenti. Alcune ci riescono comunque, altre no. Probabilmente se si alleggerisse quello zaino apparirebbero meno inefficienti di quanto possano sembrare al signor Fox.

Tutto ciò detto, cosa propone il misterioso autore per risolvere il problema? Propone al governo italiano di prendere esempio da quello americano e dalla Fed, sottraendosi ai diktat tedeschi. Sulle soluzioni americane non mi soffermerei più di tanto, mi limito a ribadire che se per generare un euro di Pil se ne fanno 3,5 di debito pubblico è meglio evitare. Tra l’altro, dubito che l’Italia potrebbe permettersi di farlo, considerando la condizione già disastrosa del bilancio dello Stato. Quanto all’affrancamento dai diktat tedeschi, l’unico modo per evitarli è non dover essere nelle condizioni di ricevere aiuti da loro. Se si vuole essere competitivi è indispensabile avere uno Stato meno pesante, il che comporta un minor carico fiscale. E, proprio per via del debito pregresso, le uniche vie per alleggerire il carico fiscale sono tagli di spesa e dismissioni di beni di proprietà pubblica. Non sarebbe realistico pretendere dalla Germania l’elargizione di pasti gratis.

I tedeschi stanno indubbiamente traendo beneficio dalla debolezza dei Paesi periferici, Italia inclusa. Ma è colpa loro se questi Paesi hanno accumulato troppo debito (pubblico o privato che sia) e hanno perso competitività perché non hanno mai voluto mettere a dieta lo Stato? Io penso di no. E tutti coloro che si riempiono la bocca di eurobond e mutualizzazione del debito a livello europeo dovrebbero essere consapevoli che se e quando ciò dovesse avvenire, oltre a non essere molto probabilmente risolutivo (più avanti cosa si chiederà: la mondializzazione del debito?), di certo non sarebbe fatto in cambio di nulla da parte dei Paesi virtuosi (che credo sarebbe meglio definire meno viziosi).

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7 Comments

  1. oppio 49 says:

    io l’economia non l’ho studiata e ci capisco poco ma mi consola il fatto che di imbecilli che l’hanno studiata ma che sono rimasti imbecilli ne nasce uno al giorno. a questo pirlone , che tutto può essere ma non una volpe r tantomeno un amico, non è venuto il dubbio che il problema possa essere un altro? a questo genio (che deve essere della stessa scuola di monti e compagni di merende) non ha insegnato nessuno a disaggregare i dati e riaggregarli, per esempio, a livello regionale? a leggere questi articoli mi viene la sanavra (malattia tipica cremasca) e se non fossi così educato lo avrei già mandato a cagare.

  2. gigi ragagnin says:

    oltre a tutto per ottimizzare la spesa bisogna prima cambiare le leggi di spesa e armonizzare un sacco di cose.
    fatto ciò la distruzione dell’itagliaseddesta avverrebbe istantaneamente.

  3. WASABI says:

    Non contenti del totale fallimento dell’unità d’Italia, abbiamo perseverato nell’errore partecipando al tentativo di unire l’Europa. Con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti, malgrado molti si ostinino a no voler guardare.

    Ma ormai ci siamo dentro e uscirne forse sarebbe un errore ancora più devastante di quello di esserci entrati. E’ come un divorzio: devi potertelo permettere, se no finisci per morire di fame nel vero senso della parola.

    E qual’è l’unico stato europeo che potrebbe permettersi il lusso di uscire dall’Euro? Cosa aspettiamo a prendere atto che l’unico paese che può (e forse deve) uscire dalla moneta unica è proprio quello di Angela Merkel? Non è forse la cosa più logica che un paese forte come la Germania torni al suo tanto amato marco tedesco, esattamente come l’Inghilterra è rimasta con la sua tanto amata sterlina, invece di spingere al suicidio tutti gli altri?
    _____

    Wasabi

  4. Diego Tagliabue says:

    Torno a ripetere: se la cicala è fallita, non è colpa della formica.
    Questo vale sia in FallItaGlia che in Europa: regioni e nazioni del centronord pagano per gli sprechi e le malversazioni croniche al centrosud.

    Tutto il resto è solamente un tentativo di arrampicarsi sugli specchi o di fare sceneggiate alla Mario Merola, per incolpare “altri” (che pagano e pagano) del proprio fallimento.

  5. Daniele Roscia says:

    Questa storiella di tagliare la spesa pubblica e ridurre la tassazione, ormai e’ diventato un mantra che mi fa arrabbiare parecchio. La mia breve ma intensa attività di consulente aziendale e di pubblico amministratore: sindaco di una piccola comunità, mi permette di suggerire a questi improvvidi consigliori e spacciatori di ovvietà, di assumere qualche expertise magari sul campo. Tagliare la spesa pubblica senza declinarla nelle articolazione della stessa, non serve a niente perché non comporta responsabilità e scelte che i rappresentanti preposti, ad ogni livello, dal comune allo stato centrale, devono assumere con tutti gli oneri conseguenti. Basterebbe misursi nel concreto, non so, magari prendendo il bilancio del proprio comune ed indicando la spesa da tagliare nei vari capitoli confronta dosi con le categorie sociali che quei tagli subirebbero. Lo stesso si potrebbe fare con la spesa dello stato centrale, leggete il sito della Rgs: ditemi quali settori e missioni pubbliche tagliereste, ragionando anche sulle conseguenze di quei tagli. Un ultima considerazione, non ditemi che bastano tagli agli sprechi e alle inefficienze, altrimenti oltre che ad arrabbiarmi potrei degenerare negli insulti.

    • Matteo C. says:

      Non mi pareva che il pezzo avesse un contenuto tale da indurre rabbia in chi lo legge. Lei peraltro non suggerisce nulla di alternativo a tagli di spesa e cessione di patrimonio, pur potendo esibire nel curriculum una “breve ma intensa attività di consulente aziendale e di pubblico amministratore”.
      Non bastano certo i tagli agli sprechi, e non lo dico per evitare la degenerazione della sua rabbia, attirando su di me anche gli insulti.
      Va da sé, poi, che ogni taglio di spesa, anche la più parassitaria, comporta i lamenti di chi era beneficiario di quelle somme. Chi vuole amministrare, però, credo debba anche assumersi la responsabilità di scontentare qualcuno.
      A livello metodologico, credo che un benchmarking a livello internazionale potrebbe essere una base di partenza, tenendo peraltro presente che l’Italia non può permettersi di spendere la stessa somma in rapporto al Pil dei Paesi più virtuosi (o meno viziosi), bensì di meno, data la posizione di partenza.
      Per questo credo abbia davvero poco senso l’invocazione (che pure si sente spesso) a spendere di più in certi settori perché così avviene altrove. Da altri possiamo prendere esempio solo dove essi spendono meno, perché altrimenti non si risana niente.
      Sempre che non si ritenga che la soluzione sia, alternativamente o in combinazione: altre tasse, mutualizzazione del debito europeo o stampa di denaro.
      Ma non crede che sia proprio perché finora chi ha governato ha preferito spendere a debito e tassare che i conti non tornano?

  6. Alberto Pento says:

    Ottimo, bon bon, ben scrito,
    W la Xermagna!

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