De Bortoli: Federalismo dimenticato e sepolto dagli scandali

Rassegna stampafederalismo

(dal Corriere del Ticino)

di FERRUCCIO DE BORTOLI

C’era una volta il federalismo italiano. Prometteva ampie vallate verdi di buona amministrazione e ridotta pressione fiscale. Guardava alla Svizzera con invidia e ammirazione. E si proponeva di fare addirittura meglio. Poi all’improvviso è passato di moda. Dimenticato. Come l’oggetto più vile nelle stazioni ferroviarie della politica. E l’impressione generale è che nessuno si presenterà allo sportello degli oggetti smarriti. Che cos’è accaduto?

La battaglia di Bossi

Il federalismo è stata la grande battaglia di Bossi e della Lega dagli Anni Novanta in poi. Un’idea vincente e suggestiva. Allora. Nelle regioni più virtuose del Nord non vedevano l’ora di liberarsi del peso dei trasferimenti alle amministrazioni del Sud, notoriamente inefficienti. Per gestire meglio, controllare di più, pagare meno tasse. La sinistra, presa in contropiede, si svegliò di colpo. Seppellì la propria tradizione centralista e, nel timore di perdere le elezioni del 2001 (cosa che poi avvenne), cambiò in tutta fretta la Costituzione per favorire un maggiore decentramento delle funzioni.

Il pasticcio della sinistra

Il risultato? Una confusione di ruoli tra Stato e Regioni. La moltiplicazione dei ricorsi alla Corte Costituzionale sulla legislazione concorrente. E una velenosa coda fiscale. La tassazione immobiliare, con l’ICI – la più tipica delle imposte locali – era pari nel 2011 a circa dieci miliardi di euro. Nel 2014 il gettito di IMU e TASI ( i nuovi nomi delle tasse locali) è stato pari a 25 miliardi con un aumento del 153 per cento, in gran parte drenato dallo Stato, ma fatto pagare dagli enti locali. Una beffa. Il governo centrale annunciava di voler ridurre la pressione fiscale e poi regioni, province e comuni si rivalevano ritoccando le addizionali. Il cittadino pagava e paga, ma se la prende più con sindaci e governatori che con il governo centrale. Un esempio, il bonus di 80 euro di Renzi è stato finanziato colpendo le autonomie locali, alle quali, dal governo Monti in poi, sono stati chiesti sacrifici crescenti, in parte giustificati, visti sprechi e scandali.

Nessun freno ai trasferimenti

Quando la Lega era al potere, negli anni di Berlusconi non è riuscita a imporre alcun freno ai trasferimenti dalle regioni virtuose a quelle inefficienti. Ogni spinta al decentramento veniva compensata con la pretesa, discutibile, di garantire livelli di servizio o assistenza uguali su tutto il territorio nazionale. Come nella sanità, settore nel quale tutte le regioni del Sud, con l’eccezione della Basilicata, e qualcuna del Nord, sono state commissariate. Il criterio cardine di un buon federalismo – risorse trattenute sul territorio a fronte di un più rigido vincolo di bilancio – si è presto attenuato. I debiti della Regione Lazio, ma anche quelli di Roma e di Napoli e altri comuni, sono finiti a carico della fiscalità generale. Le imprese, prima entusiaste dell’idea federalista, hanno fatto amaramente i conti. Troppa burocrazia, incertezza nell’applicazione delle norme, costi aggiuntivi. Disillusi.

Lo slogan velleitario di Maroni

Roberto Maroni è stato eletto presidente della Regione Lombardia con la promessa di trattenere sul territorio il 75 per cento delle tasse. Slogan suggestivo quanto velleitario. Il successore di Bossi non parla più di federalismo. Salvini ha ingaggiato altre battaglie, sugli immigrati e sull’euro, avendo come alleati in Europa – Marine Le Pen su tutti – nazionalisti accesi e convinti. Di federalismo e di secessione non parla più. Nessun rito celtico. Il dio Po è disperso.

Il colpo di grazia per via giudiziaria

Il colpo di grazia al federalismo italico è arrivato per via giudiziaria. Con i troppi scandali che hanno rivelato non solo le miserabili pratiche dei rimborsi allegri ma soprattutto l’inconsistenza di una classe politica locale che avrebbe dovuto innalzare orgogliosa il vessillo del decentramento virtuoso. E invece ha finito per replicare le peggiori abitudini dei vecchi e odiati partiti centralisti. Che peccato! Sono tante, non solo al Nord, le amministrazioni locali efficienti e oneste. Per un curioso destino, sono chiamate a sopportare – anche con il patto di stabilità interno – sacrifici che non meritano. Sono le vere vittime di un federalismo italiano trasformatosi negli anni in un costoso e confuso policentrismo anarchico.

 http://www.cdt.ch/commenti-cdt/editoriale/131695/federalismo-dimenticato-da-tutti.html

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One Comment

  1. Giancarlo Pagliarini says:

    “C’era una volta il federalismo italiano”. Calma, calma. Il federalismo non è due o tre euro in più o in meno…….. “Il criterio cardine di un buon federalismo – risorse trattenute sul territorio a fronte di un più rigido vincolo di bilancio”. Ma scherziamo? Non è questo il criterio cardine del federalismo! O signur cosa mi tocca leggere

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