DELL’UTRI: CONDANNA D’APPELLO ANNULLATA. PROCESSO DA RIFARE

di REDAZIONE

La Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza d’appello di condanna a sette anni di reclusione per il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. Il processo di secondo grado dovrà essere rifatto a Palermo davanti ad altri giudici. E tutto questo a 15 anni dall’inizio del procedimento giudiziario.

E’ stata dunque accolta la tesi della Procura generale della Cassazione e della difesa dell’imputato. «Nessun imputato deve avere più diritti degli altri ma nessun imputato deve avere meno diritti degli altri: e nel caso di Dell’Utri non è stato rispettato nemmeno il principio del ragionevole dubbio». Lo aveva detto il sostituto procuratore generale della Cassazione, Francesco Iacoviello, nella requisitoria oggi pomeriggio.

Iacoviello ha inoltre sottolineato che nel processo a Dell’Utri, per concorso esterno, «l’accusa non viene descritta, il dolo non è provato, precedenti giurisprudenziali non ce ne sono e non viene mai citata la sentenza ‘Manninò della Cassazione, che è un punto di riferimento imprescindibile in processi del genere». Il pg ha chiesto l’annullamento con rinvio della condanna di Dell’Utri e l’inammissibilità del ricorso della procura di Palermo. Per questo il magistrato aveva chiesto  l’annullamento con rinvio della sentenza di condanna a sette anni di reclusione per il sen. Marcello Dell’Utri, accusato di concorso esterno alla mafia. In alternativa, il pg aveva proposto che la vicenda sia trattata dalle sezioni unite penali. La Cassazione stasera, dopo circa tre ore di camera di Consiglio, ha accolto la richiesta principale del Pg.

Il senatore Dell’Utri si è detto «molto soddisfatto» per la decisione della Cassazione. Il commento del senatore è stato reso noto dagli avvocati Giuseppe Di Peri e Pietro Federico. Nel caso invec e di conferma della condanna, Dell’Utri avrebbe perso il seggio di senatore e sarebbe entrato in carcere.

«La decisione della Cassazione dimostra che nei confronti di Dell’Utri sono stati fatti dei processi contrari al diritto, e la Suprema Corte, nonostante le pressioni che si sono manifestate in questo ultimo periodo, ha preso una decisione coraggiosa ma pienamente aderente ai principi del corretto funzionamento della giurisprudenza». Questo il commento, dopo l’annullamento con rinvio della condanna per Dell’Utri, dei legali del senatore del Pdl, avvocati Pietro Federico e Giuseppe Di Peri.

«Nel nuovo processo d’appello che si terrà a Palermo noi non ci auguriamo la prescrizione, nè la cercheremo, ma chiederemo che sia riconosciuta l’estraneità e l’innocenza del senatore Marcello Dell’Utri». Lo ha detto l’avvocato Giuseppe Di Peri commentando con i cronisti la decisione della Suprema Corte e parlando del nuovo percorso giudiziario che si apre.

La Cassazione annulla il processo a Marcello Dell’Utri per mafia e il Pdl esulta. A esprimere soddisfazione, raccontano, sarebbe stato soprattutto Silvio Berlusconi, in Russia per una visita lampo a Vladimir Putin. Secondo alcune fonti parlamentari della maggioranza, il Cavaliere era preoccupato per l’esito della sentenza e per le possibili consenguenze politiche in caso di un verdetto negativo, visto che il senatore pidiellino è sempre stato uno dei suoi fedelissimi. Non ho mai avuto dubbi sull’innocenza di Marcello, ha sempre ripetuto Berlusconi in questi giorni. Le parole del Pg avevano fatto ben sperare il Pdl, ormai convinto che la sentenza sarebbe stata positiva. Il Cav, dunque, avrebbe tirato un sospiro di sollievo, chiedendo ai suoi di esprimere tutta la soddisfazione per la notizia e mettendo in evidenza la «forzatura politica» sul caso Dell’Utri da parte di alcuni settori della magistratura. Finalmente, non prevalgono i soli pm politicizzati, sarebbe stato il ragionamento del Cavaliere.

«Il calvario di Marcello Dell’Utri è destinato a proseguire non si sa ancora per quanto ma il tentativo di ‘mascariare’ la figura di un uomo onesto è stato definitivamente e con ritardo impedito. Adesso è bene che qualcuno ammaini definitivamente il vessillo giustizialista e si rassegni all’evidenza dei fatti». Lo afferma, in una nota, il parlamentare nazionale e leader di Grande Sud Gianfranco Miccichè.

DICIOTTO ANNI DI VICENDE GIUDIZIARIE PE RIL BRACCIO DESTRO DI BERLUSCONI

Tra gli anni Settanta e il 1992 Marcello Dell’Utri, con la mediazione di Gaetano Cinà, avrebbe avuto rapporti con personaggi di spicco di Cosa nostra come Stefano Bontade, Mimmo Teresi, Vittorio Mangano, che poi lavorò come «stalliere» nella villa di Arcore di Silvio Berlusconi. Questi rapporti sarebbero serviti a Dell’Utri per assicurare la «protezione» mafiosa alle operazioni finanziarie da lui gestite per sè e nell’interesse delle società di Berlusconi. Questi i motivi che hanno portato alla condanna del senatore del Pdl: nove anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, ridotti a sette in appello. Sentenza, quest’ultima, annullata ora dalla Cassazione. Era il marzo 1994 quando il nome di Dell’Utri, all’epoca amministratore delegato di Publitalia, venne messo in relazione con ambienti di mafia. Ne aveva parlato ai magistrati di Caltanissetta il pentito Salvatore Cancemi, aprendo uno scenario nuovo sui rapporti tra Cosa nostra, la finanza e la politica: da poche settimane Silvio Berlusconi aveva annunciato la sua «discesa in campo» con Forza Italia. La dichiarazione di Cancemi è stato il primo passo di una serie di vicende giudiziarie che hanno coinvolto il senatore, adesso indagato anche per la presunta «trattativa» tra Stato e mafia; mentre nel maggio 2002 fu archiviata, su richiesta della Procura, l’indagine partita nel luglio ’98, e che ha coinvolto anche Silvio Berlusconi, per concorso in strage con finalità terroristiche e che riguardava Capaci e via d’Amelio. Due anni dopo le prime dichiarazioni di Cancemi, nel ’96, Dell’Utri venne sentito dai pm per oltre undici ore. I pentiti che hanno parlato dei possibili rapporti tra il senatore e Cosa nostra sono, nel corso degli anni, diventati 35 e il rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa è arrivato il 19 maggio ’97. Con lui fu rinviato a giudizio anche Gaetano Cinà, che intanto era stato arrestato. Il processo di primo grado si è aperto il 5 novembre 1997: oltre tre anni dopo l’iscrizione di Dell’Utri nel registro degli indagati. E ci sono voluti altri sette anni per arrivare alla sentenza al termine di un lungo dibattimento (256 udienze) passato attraverso l’esame di 270 tra pentiti, testimoni e consulenti. Nel 2004, dopo 12 giorni di camera di consiglio, il tribunale emise la sentenza: nove anni al senatore, sette a Cinà. Il processo d’appello è cominciato il 30 giugno 2006 davanti alla corte presieduta da Claudio Dall’Acqua. Dell’Utri è rimasto l’unico imputato: Gaetano Cinà, l’uomo che lo avrebbe messo in contatto con Vittorio Mangano, è morto nel 2006 a 72 anni. Nonostante le pesanti accuse, dilazionate in un processo durato altri quattro anni, Dell’Utri non ha mai perso ironia e serenità. Nel 2008, quando Mangano morì, lo definì «un eroe» e nel 2010, mentre il pg concludeva la sua requisitoria chiedendo la condanna a 11 anni, Dell’Utri era a Porta Carbone, a pochi passi dal palazzo di giustizia, a mangiare la palermitanissima pizza «sfincione». Sarà per questo che ha accolto con leggera soddisfazione la sentenza d’appello, da lui definita «pilatesca». La corte non ha preso in considerazione, infatti, la ricostruzione di Gaspare Spatuzza (per sentirlo il pg aveva interrotto la requisitoria), assolvendo Dell’Utri per le condotte successive al 1992. Oltre a quello per il concorso esterno in associazione, altri due ricorsi attendono Dell’Utri in Cassazione: uno, fissato per il 26 maggio innanzi alla Sesta sezione penale e firmato, ancora, dal pg Gatto, contro l’assoluzione nel processo per calunnia ai danni di due pentiti – si prescrive il prossimo 27 luglio – conclusosi a Palermo il 31 marzo 2011. L’altro, fissato per il 20 giugno innanzi alla Seconda sezione penale, è firmato dal pg milanese Isabella Pugliese contro l’assoluzione di Dell’Utri, emessa dalla Corte di Appello di Milano il 20 maggio 2011, dall’accusa di tentata estorsione nei confronti dell’imprenditore Vincenzo Garraffa. Per questa vicenda – già approdata altre due volte in Cassazione – la prescrizione matura il primo luglio 2013.

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2 Comments

  1. in un paese normale, i magistrati che hanno perso tutto questo tempo a inseguire teoremi senza ricercare prove, e sprecato tanto denaro pubblico, rallentando o rendendo impossibile la giustizia per gli altri cittadini, dovrebbero essere semplicemente messi sulla strada, e cercarsi un’altro lavoro. Quello di lavavetri ai semafori.

  2. FrancescoPD says:

    .Accidenti se siete tempestivi!! peggio dell’Ansa!

    .. e con questo è evidente che i giudici non hanno un cazzo di meglio da fare e continuano a girare e rigirare la solita minestra invece di occuparsi seriamente dei problemi e del grido di giustizia che sale dal paese.

    E’ fin troppo tardi pensare di introdurre una responsabilità anche per loro,… o si credono la mano lunga ed infallibile di Dio??

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