Darwin, la legge del più forte è davvero quella giusta?

leggedi Andrea Rognoni – Il caso Darwin rappresenta un esempio estremamente emblematico di come le cose in Italia non vogliano assolutamente cambiare. L’allora ministro dell’Istruzione Letizia Moratti,   aveva proposto, per i nuovi programmi, un ridimensionamento della dottrina dell’evoluzionismo, che per troppo tempo ha pensato di “erudire il pupo” su una verità di ispirazione atea e materialistica, per vari aspetti non più supportabile di prove e certezze come a inizio secolo Ventesimo. Apriti cielo: si scatenò l’ira degli accademici e degli scienziati italici, impegnati a difendere con tutta la rabbia possibile i presupposti
della teoria e le cattedre a essa legate.
La Moratti fu  così costretta a istituire una speciale commissione (composta da alcuni “saggi” come Montalcini e Rubbia) che arrivò  a una conclusione largamente annunciata: Darwin non si discute, i nostri ragazzi devono continuare a studiarlo, senza così poter conoscere le ideedelle dottrine scientifiche e filosofiche alternative all’evoluzionismo.

Ecco le parole dell’allora sacerdotessa dello scientismo ateo-tricolore, Margherita Haack, più volte salita alla ribalta della cronaca per le sue conclamate convinzioni sulla assoluta inesistenza di Un Creatore: «Finalmente verrà cancellata una vergogna… la decisione di cancellare Darwin è stata vergognosa. Ci è sembrato di regredire al Medioevo. La Moratti ci è sembrata più papista del Papa».
L’evoluzionismo ha finito per resistere a se stesso (nessuna teoria scientifica moderna è durata 150 anni!) proprio grazie a un sistema di connivenze o critiche troppo tiepide da parte delle istituzioni, dei mass media e di altri esponenti del mondo culturale (specie di sinistra) che si sono adeguati al trend dominante o non hanno avuto abbastanza forza per controbattere a una a una le tesi del darwinismo.
Tra i pochi che  questo coraggio lo presero a due mani ci furono Blondet e Sermonti. Vittorio Sermonti, in Le Forme della vita, introduzione alla biologia (edizioni Centro Librario Sodalitium 2003): si spiega che l’evoluzionismo ha prodotto una serie di risultati che vanno contro la logica stessa della natura. In un altro testo fondamentale, L’uccellosauro ed altri animali (edizioni Effedieffe), il giornalista Maurizio Blondet raccontava come il darwinismo fosse in America ormai “alla frutta”.

Sermonti e Blondet: due studiosi che hanno il coraggio di sbugiardare le falsità dei darwinisti, di tagliare il cerchio accademico.
Due i bersagli di questi critici: da una parte il meccanismo “caso-necessità” (avanzato nel XX secolo anche dal noto studioso francese Monod), da ritenersi ormai assurdo alla luce delle scoperte legate alla relatività e all’intelligenza riconosciuta come intrinseca alla natura stessa; dall’altra il rigore che si vuole ancora vedere nel codice del Dna, in grado secondo gli evoluzionisti di
trasmettere alcuni geni che meglio si adattano alla selezione naturale.
La natura, fa intendere soprattutto Sermonti, rappresenta qualcosa di molto più complesso di quanto ci voglia far credere Darwin. E,
come ribadisce lo stesso Blondet verso la fine del suo libro, da alcune recenti scoperte paleontologiche, la convinzione cardine del darwinismo, cioè che l’uomo deriverebbe dalla scimmia, è ampiamente smontata: molto prima dell’uomo neandertaliano esisteva
in Europa un tipo di essere umano dotato di caratteristiche fisiche simili all’uomo di oggi.

È quindi più probabile che sia stata la scimmia a derivare da un ramo in decadenza degli umanoidi piuttosto del contrario.
Ma, come sottolinea Piero Baronero in Osservazioni sull’evoluzionismo (Quaderni per la Consulta cattolica per l’Identità, 1990), le implicazioni più discutibili della teoria darwiniana riguardano soprattutto la nefasta ricaduta ideologica e filosofico-politica che ha provocato nel corso del XX secolo. In particolare il concetto di selezione ha improntato duramente sia il nazionalismo razzista che ha prodotto nazismo e fascismo, convinto di poter dimostrare che vincono le razze umane migliori, più adatte al mutamento dell’ambiente, sia il peggior comunismo, che ha concepito spesso l’evoluzionismo come un progressivo superamento della società capitalistica attraverso una sorta di selezione violenta in grado di far vincere i produttori della merce rispetto ai parassiti del capitale,
una lotta di classe che legittimerebbe alla fine la superiorità naturale della “razza proletaria” rispetto alla “razza padrona”.

Non sottovalutiamo infine quel tipo di darwinismo, che si è convinto con l’arrivo della globalizzazione, che solo l’uso sofisticato della tecnologia e un’ottimale gestione finanziaria possano soddisfare le nuove esigenze planetarie, favorendo a poco a poco l’estinzione di quelle “specie” culturali (o etnie reali) maggiormente legate al lavoro come frutto della loro terra e alle loro tradizioni materiali, spirituali e morali. Come conclude Sermonti nel suo libro, «l’evoluzionismo ha considerato se stesso come l’unica teoria razionale. Ma la razionalità evoluzionista è tutta nella legge della prevalenza del più forte, una legge quanto mai rozza ed elementare».

Con amaro pessimismo Blondet commenta così la battaglia sermontiana:
«Da noi, ogni revisionismo viene per lo più accolto con l’intimazione a tacere, massicciamente ingiunta dalla stampa, dai vari centri di potere, dai baroni, da governi sedicenti progressisti. Tutti uniti a scandalizzarsi di ciò che “non si è mai sentito”, che “non si è mai fatto”. E che naturalmente è vietato dire!».

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