Dalla Tasmania all’Europa: riflessioni sulla libertà accademica

di PAOLO L. BERNARDINI

Dalla remota Tasmania mi giunge un interessante piano di sviluppo della locale università, una delle più antiche d’Australia, in un’isola bellissima, una vera e propria oasi della natura che guarda all’Antartide. Patria di tante cose, dal primo romanzo australiano, ad uno dei primi orti botanici australi, nel lontano 1818, al primissimo giornale scientifico australiano. Patria anche del grande storico, e difensore dei diritti degli aborigeni (e della loro vicenda di violazioni e storia negata), Henry Reynolds, classe 1938, autore di mirabili opere che mostrano bene come non basti non avere un concetto giuridicamente formalizzato di proprietà perché la proprietà, attraverso l’esproprio, ovvero il furto di stato, venga negata (Reynolds ha anche lasciato alla UTAS, l’università della Tasmania, l’eredità scientifica dell’ottimo centro di studi post-coloniali, il CAIA) . Vale per gli aborigeni australiani, vale per tutti gli aborigeni dell’America, chiamati altrimenti ma che aborigeni solo, vale per tutti gli espropriati, i “dispossessed” del mondo, anche se, da altra prospettiva, autenticamente libertaria, l’americano Tom Woods ha ben dimostrato che “il furto” di terre da parte dei coloni inglesi ai danni degli indiani è stato spesso solo una leggenda volta a interpretare nel modo ciecamente “politically correct”, l’immensa mistificazione della Storia (non solo americana) da cui mette in guardia lo stesso Ron Paul presentando l’ormai classico libro di Woods del 2004 (la storia, appunto, “politicamente scorretta” degli USA). Comunque sia andata in Tasmania – e il dibattito suscitato dalle posizioni radicali di Reynolds (foto sotto) è ancora vivissimo. (Nella foto, simbolo dell’università della Tasmania)

E tuttavia questo piano, pur intelligente e circostanziato, mostra troppe volte una pericolosissima inclinazione all’idea di “servire lo Stato”, di farsi partner di esso, e di ricevere da esso l’impulso e le coordinate d’azione. La parola “State”, ora maiuscola ora minuscola, appare ben 6 volte in un documento di 11 pagine, lo “Open to Talent Strategic Plan 2012”. Ora, va bene che stiamo parlando di uno stato, quello australiano, che figura da anni ai vertici di tante classifiche internazionali, compreso lo Index of Economic Freedom, dove soggiorna spesso al terzo posto dopo le afose città-stato di Hong Kong e Singapore, ma l’università non dovrebbe essere entità per eccellenza libera da condizionamenti? Anche se la Tasmaniafosse indipendente – ed esistono piccoli gruppi a favore dell’indipendenza, anche se il residuo fiscale è stile Sicilia, o Sardegna in Italia, ma forse se ne parlò seriamente l’ultima volta ai tempi del l’iper-conservatore, controverso (a dir poco…) premier Joh Bjelke-Petersen – si dovrebbe reiterare così spesso il rapporto tra lo Stato e il suo unico centro di sapere avanzato? Certamente, l’indipendentismo (larvale) della Tasmania, potrebbe essere fatto oggetto di indagini in futuro. Ma non dovrebbe piuttosto un’università servire la scienza, servire la libertà? (Un paradosso quest’ultimo: la libertà, alla fine, non esige per definizione nessun servo).

Quel che qui invece vorrei sottolineare è il fatto che la libertà di pensiero, e l’idea che pur essendo “università di stato” non è “università per lo stato”, dovrebbe essere a fondamento, come lo fu, di ogni università, che non voglia ammantarsi della sacra parola “libertas” nelle proprie insegne solo per poi farsi miserrima ancella di poteri costituiti, e non certo sul sapere. Certamente, gli studiosi non sono, ma per definizione, uomini di spada. Sono uomini di penna. Va bene che la penna ferisce spesso, come si suol dire, più della spada, ma non con penne, pennarelli, stilo ed evidenziatori colorati 300 spartani salvarono alle Termopilila Grecia.QuandoPlatone in quei tempi certo non pacifici parlava di filosofi-re prendeva un grandissimo abbaglio. Meglio che i re sappiano usare la spada. La saggezza non pertiene ai reggitori di Stati, poiché lo Stato è la meno saggia delle istituzioni. Ma Platone non era un liberale classico. Purtroppo.

E se non si ribella, asservita e imbelle, neutrale e impersonale, l’istituzione, lo fanno gli individui, talora: da tempo coltivo il sogno di un libretto, che qui anticipo per sommi capi, su quegli accademici che seppero, coraggiosamente, invece, proprio ribellarsi al sistema, rischiando, e spesso perdendo la cattedra, occasionalmente la patria, talora la vita. Il maggior filosofo del Settecento prima di Kant, almeno in Germania, Christian Wolff, perse la cattedra per aver osato mettere a confronto (vincente) Confucio con la morale cristiana. Siamo nel 1723. Fu esiliato, sarebbe stato messo a morte dal principe fosse rimasto a Halle. 220 anni dopo uno studioso di Leibniz e Wolff, Kurt Huber (foto sotto), filosofo e musicologo, venne decapitato, stile giacobino, da Hitler, per il suo coraggioso appoggio alla Rosa Bianca. Il grande Heidegger se ne stava invece in silenzio. Vergogna, e macchia di infamia perpetua sulle sue opere, che, parafrasando Adorno, non sono un gergo dell’autenticità, ma il gergo dell’infame asservimento al potere, come di recente ha riconosciuto George Steiner, la festa della chiacchiera. Non tutti vili, dunque, i professori, non tutti servi dello Stato, schiavitù che ne dimidia, ne limita immensamente la stessa sfera d’azione intellettuale. Parafrasando Sant’Agostino “dilige et fac quod vis!”, ma se l’amore va al Diavolo, cosa si potrà mai veramente fare di buono?

Ma più che l’eroica azione individuale, da Wolff a Huber, e molti altri, è l’azione collettiva, magari meno estrema negli esiti, che desta attenzione. E dunque, in conclusione, vorrei presentare due episodi, peraltro ben noti, ed invitare alla riflessione. Uno, si svolge di nuovo in Germania, nella Germania in fibrillazione pre-48, scossa da mille fermenti. Ebbene sette professori di Gottinga, tra i maggiori intellettuali del tempo, si ribellarono alla svolta anti-costituzionale voluta dal sovrano. Riporto qui la bella sintesi che del caso fa Antonio Sparzani (foto a lato), studioso vicentino, fisico di grande fama, e autore di volumi di estremo interesse, tra cui “Relatività, quante storie” (Bollati-Boringhieri, 2003):

“Alla morte di Guglielmo IV (che regnò in quanto terzo figlio di Giorgio III) nel 1837, sempre regnante su Regno Unito e Hannover, si pose il problema della successione: la prima in ordine era Victoria, figlia del quarto figlio di Giorgio III, ma ella non poteva regnare in Hannover, dove ancora era in vigore la legge salica, legge antica assai ‒ risaliva al re Merovingio Clodoveo I, circa 510 ‒ che però veniva accuratamente ricordata e riconsiderata quando si trattava di impedire alle donne di ereditare qualcosa, anche e soprattutto, una qualche forma di potere; si potrebbe aggiungere che oggidì essa non è più in vigore, formalmente, ma viene ancora, surrettiziamente, largamente applicata. In Gran Bretagna comunque non c’era più e in Hannover sì, così che nel 1837 finì la personal union e la Gran Bretagna andò a Victoria, la famosa regina Vittoria, la più longeva regina di sempre, e il regno di Hannover andò a Ernest August, un fratello di Guglielmo IV. La cosa importante è che, durante il regno di Guglielmo IV, interpretando le timide ma assai diffuse esigenze di libertà dal giogo delle monarchie assolute che ancora dominavano in Europa, il 26 settembre 1833 era stata concessa nel regno di Hannover ‒ anche in seguito alle numerose agitazioni degli studenti universitari dell’inizio degli anni ’30, eco dei moti parigini del luglio 1830 ‒ una Costituzione, o legge fondamentale dello stato che, pur mantenendo ancora molte prerogative del sovrano, introduceva tuttavia un ruolo importante per il parlamento (formato da due camere) e significative libertà democratiche per i cittadini. Libertà che in Gran Bretagna già erano vigenti e che rimasero inalterate durante tutto il regno della regina Vittoria, e anche in seguito, com’è ben noto. Anzi, il potere legale della regina Vittoria, familiarmente denominata la nonna d’Europa per le svariate dozzine di nipoti che seminò nelle corti europee, era già assai limitato dalle funzioni attribuite ai suoi primi ministri, i più famosi William Ewart Gladstone e Benjamin Disraeli.

Il problema sorse nel regno di Hannover quando, interrotta la personal union, salì al potere, come si diceva, il fratello di Guglielmo, Ernesto Augusto, zio di Vittoria e assai meno liberal, si direbbe oggi. Questi ebbe subito ad argomentare che non essendo stato consultato quando s’era trattato di promulgare la nuova Costituzione, non si riteneva ad essa vincolato. Così il 5 luglio, il fratello era morto il 20 giugno, annunciò che l’avrebbe cambiata e il 1 novembre successivo l’abolì del tutto. Voi capite che i veri sovrani sentono solo nelle proprie mani il prurito del potere e pertanto non amano le costituzioni, per giunta scritte da altri.

Il primo che si mosse per contrastare questa manovra fu lo storico e giurista, membro del Senato dell’università, e tra coloro che avevano largamente collaborato a stendere la Costituzione, Christoph Friedrich Dahlmann: questi si rivolse in un primo tempo al Senato di cui faceva parte, ma ottenne, un secco rifiuto, i suoi 41 colleghi dissero allegramente no a qualunque protesta, tanto più che si era tutti presi, era per l’appunto il 1837, dai festeggiamenti per il centenario della fondazione dell’università. Le feste ‒ allora come ora ‒ fanno spesso gioco al potere, sono piacevoli, attraggono e distraggono.Quando però l’ostinato Dahlmann si rivolse a tutti i professori in servizio ottenne ben 6 autorevoli adesioni alla protesta. Questi i nomi dei coraggiosi da allora noti come i sette di Göttingen:

Wilhelm Eduard Albrecht, esperto di diritto pubblico

Friedrich Christoph Dahlmann, storico

Heinrich Ewald, orientalista

Georg Gottfried Gervinus, storico della letteratura

Jacob Grimm, germanista

Wilhelm Grimm, germanista

Wilhelm Eduard Weber, fisico.

I più noti sono certamente i fratelli Grimm, autori di ben note fiabe per grandi e piccoli e il fisico Weber, esperto di misure di campi magnetici, e il cui nome è appunto quello dell’unità di misura del flusso magnetico nel sistema MKSA.

Dunque i sette firmarono la protesta formale, consegnata il 18 novembre. Il 4 dicembre dovettero comparire davanti a un tribunale universitario e il 14 dicembre furono sollevati ‒ come si dice anche in tedesco con ineffabile perifrasi (ihrer Ämter enthoben) ‒ dall’incarico. Dahlmann, Gervinus e Jacob Grimm, dato che per di più avevano diffuso lo scritto fuori dai confini del regno, ebbero tre giorni di tempo per lasciare Göttingen e furono espulsi dal territorio dello stato.

Va detto da un lato che vi fu un notevole moto popolare di solidarietà con i firmatari: ai tre espulsi venne assicurato uno stipendio con una sottoscrizione pubblica. e al di fuori dei confini del regno di Hannover la risonanza dell’episodio fu piuttosto elevata. E fu probabilmente uno dei molti pensabili precedenti della rivoluzione che percorse anchela Germanianel 1848.

Così scrisse Jacob Grimm un anno più tardi, nello scritto Über meine Entlassung [Sul mio licenziamento]:

«Die Geschichte zeigt uns edle und freie Männer, welche es wagten, vor dem Angesicht der Könige die volle Wahrheit zu sagen; das Befugtsein gehört denen, die den Mut dazu haben. Oft hat ihr Bekenntnis gefruchtet, zuweilen hat es sie verderbt, nicht ihren Namen. Auch die Poesie, der Geschichte Widerschein, unterläßt es nicht, Handlungen der Fürsten nach der Gerechtigkeit zu wägen. Solche Beispiele lösen dem Untertanen seine Zunge, da wo die Not drängt, und trösten über jeden Ausgang.»

[La storia ci mostra alcuni uomini nobili e liberi che hanno rischiato di dire tutta la verità sulla faccia del re; ed è a chi ha questo coraggio che appartiene l’autorità per farlo. Spesso la loro professione di fede ha dato i suoi frutti, talvolta li ha rovinati, ma non i loro nomi. Anche la poesia, riflesso della storia, non trascura di misurare le azioni dei principi col metro della giustizia. Questi esempi sciolgono la lingua ai sudditi: quando il pericolo incombe, lo consolano di qualsiasi esito futuro.]” Così Sparzani, e similmente wikipedia. Ora, si tratta di una storia che non ha mancato di suscitare il dovuto revisionismo: si veda ad esempio il libro di Klaus von See (foto a lato), grandissimo studioso di letterature scandinave morto nell’agosto del 2013,  Die Göttinger Sieben. Kritik einer Legend (2000). Ernesto Augusto aveva il diritto di alterarela Costituzione, in effetti, cosa che al professor Dahlmann dava immenso fastidio (e a parte delle forze politiche dello Hannover), e probabilmente le sue alterazioni ne avrebbero limitato in positivo le concessioni presenti. In ogni caso, che la costituzione fosse espressione o meno di (autentico) pensiero liberale, questi sette dimostrarono notevole coraggio intellettuale, la loro fu una “lotta per il diritto” che si concluse con la loro sconfitta, almeno immediata, in quanto parte più debole, inevitabilmente, nella contesa.

Se mi sono intrattenuto più a lungo sulla vicenda di Gottinga, è perché quella fascista è molto più nota, ovviamente, almeno in Italia (ma non solo in Italia). L’ha narrata tra gli altri Giorgio Boatti, (Einaudi, 2001) e ancor prima Helmut Goetz (La NuovaItalia, 2000). Su 1250 docenti, nel 1931, quando passò la legge del giuramento, solo 20 circa (i numeri variano, perché alcuni come Borgese scelsero l’esilio; altri erano già via, come Sraffa), si rifiutarono di giurare, perdendo così la cattedra. I comunisti di Togliatti suggerivano di giurare, per poter continuare dalla cattedra a far propaganda antifascista, i cattolici giurarono con “riserva interiore”, ma in ogni caso coloro che apertamente dissero no furono venti, poco più dell’1% dei titolari di cattedra italiani. Tutti eccellenti cattedratici, come Giorgio Levi della Vida, orientalista, lo storico Lionello Venturi, Aldo Capitini (foto a lato), il “Gandhi italiano”, e un altro filosofo, spirito libero davvero, Piero Martinetti, le cui argomentazioni sui diritti degli animali, e la cui avversione contro la prima guerra mondiale, lo rendono figura di pensatore eccellente e di grande validità tuttora (come del resto Aldo Capitini, cui molto, nonostante anche evidenti differenze, in realtà lo accomuna).

Le università nascono prima dello stato moderno. In epoca di globalizzazione, occorrerebbe finalmente smetterla di dare primati alla Sorbona, Oxford, Cambridge, Bologna, Padova o Napoli. L’università di Al Azhar al Cairo (foto del simbolo qui sopra) risale al 970, qualche secolo prima delle sullodate, creata dai Fatimidi, non solo “madrasa”, ma scuola di astronomia e scienze. Nei sigilli di molte università americane, ad esempio, si parla di “veritas”, di “lux”, di alti ideali, che allora dovrebbero essere rispettati, come la “patavina libertas” di Padova. Sottoscrivere alla menzogna significa convalidare la premessa maggiore di un sillogismo diabolico, in cui se non tutte, quasi tutte le conclusioni sono false.

 

Print Friendly, PDF & Email

Recent Posts

Leave a Comment