Dai maremotati ai migranti. Serve un abecedario…

maremotidi ROMANO BRACALINI – Terremoti, tifoni, epidemie di febbre gialla, fiumi di infezioni – se volete un po’ di vaiolo c’è anche quello -, fateci caso, colpiscono di preferenza gli scenari primitivi, non predisposti alla difesa dell’uomo ma alla sua ecatombe; le grandi calamità naturali o procurate scelgono i cosiddetti “paradisi” tropicali per anemici delle nebbie. E se scampi all’urto della vendetta biblica eccoti servito un bel genocidio di casa, una bella guerra di clan tribali, un’esecuzione in massa o una carestia di riso. Una natura lussureggiante ma insidiosa e carnivora popolata di esserini provvisori in preda all’onda assassina e ridotti a cavie della natura arcigna e dell’ignavia di poteri feudali. Dalle Hawaii avevano avvertito la Thailandia: come se avessero comunicato una leggera brezza. Palme invece di abeti innevati, spiagge soleggiate invece di sudari grigi, ma neppure un’aspirina se si rovescia il maligno; solo un’amaca coloniale sotto il mango col farmaco scaduto se ti viene il cagone.

 

Ma com’è questa storia dell’Asia, cassaforte della morte senza confini e di popoli immiseriti e imbarbariti allo sbando per malattie e fame e scannamenti vari, diventati meta ambita d’un turismo beota che annaspa nel generico e nel luogo comune? Se l’uragano Carolina si abbatte nell’Arkansas rurale scoperchia le case, abbatte gli alberi, disperde gli animali, ma fra i cristiani fa al massimo una decina di morti; se il tifone spazza le coste del Giappone a nessuno verrà in mente di paragonarlo alla luce abbagliante di morte che distrusse Hiroshima. Ma se le faglie sottomarine si urtano nell’Oceano Indiano, tra l’Asia del Sud Est e le coste meridionali dell’Arabia e dell’Africa orientale, è la fine del mondo. Scompaiono interi paesi con quel che c’è dentro, senza che la carta geografica se ne avveda; paesi e villaggi di fango e lamiere di cui forse neppure i governi locali sospettavano l’esistenza.

Quanti morti in quell’angolo di diluvio universale? Quanti decessi accertati in quella sgangherata geografia? Le cifre sono reticenti
e caute nell’unica porzione di mondo sbrindellato in cui non manca la materia prima. Se dicono ottantamila, centomila, stando ben al di sotto della stima reale, saranno almeno il triplo, il quadruplo. Li portano via con i carretti come i monatti nella pestilenza milanese del 1630 descritta dal Ripamonti. Il Myanmar (l’ex Birmania) è dentro l’onda a pieno titolo ma non dà notizie. Ha cambiato nome ma è rimasto lo stesso intrico giallo di mistero. Non sapremo mai quanti sono finiti nelle fosse comuni o dati alle fiamme come legna secca.

Da quelle parti l’anagrafe e più rara, e meno utile, di un piatto di manioca rancido. Forse sarebbe più utile il rabdomante. Ed ora viene spontanea la domanda davanti alle cifre degli europei distesi al sole come graticci di fichi secchi. Ma che ci sono andati a fare in quella disperazione esistenziale i 25.000 italiani? Gente di Frosinone, Termoli, Campobasso, perfino di Pantelleria, non troppo lontana dall’epicentro, un avvocato civilista disabile di Rimini, una donna incinta (le avranno parlato delle rinomate cliniche di maternità del Bangladesh!). Cosa cercano in quel caldo appiccicoso e malato di miseria? Cosa li spinge in quelle fornaci poco igieniche? Forse un
avanzo di avventura esclusiva e protetta col boy che ti pulisce le scarpe per un centesimo, e a casa nostra chiederebbe le ferie pagate e la tredicesima!

 

Forse un brivido assatanato di erotismo minorenne! C’è anche questo risvolto turpe e lascivo di un terzomondismo di specie coloniale. Là si compra tutto e tutto è a buon mercato: dal Buddha col pancione alla bambina per la notte. A Cesenatico sei uno come tanti. Forse
al fondo di questo riflesso scurrile e bottegaio c’è una forma grave di lacuna culturale, un richiamo infantile e cinematografico di “patacche”, d’avventure inventate a tavolino da un sedentario Salgari, che non vide una noce di cocco in vita sua. Misteri della psiche
umana, senza contare l’obbligo di presenziare la serata col racconto delle vacanze ai tropici, come in un film di Bob Hope e Doroty
Lamour. Cosa ti resta se non scappare, con una scusa qualsiasi, quando minacciano la visione delle diapositive e del filmato fesso
sempre uguale? Basta la tintarella da esibire, il racconto della gita a dorso di elefante, la foto con i figli sul cammello che ha già scarrozzato il geometra di Amatrice e la segretaria di Anzio col pupo. Si parte senza sapere quel che si trova. Lo Sri Lanka è in preda alla
guerra civile dei Tamil che vogliono una società induista, assolutamente contemplativa se per caso qualcuno avesse voglia di darsi da fare.

 

In Indonesia, Malesia, Sumatra, spostata di trenta metri dal maremoto, come farebbe la Gondrand con la mobilia di casa,
son tornati i tagliatori di teste come al tempo di Sandokan, ma stavolta ispirati da Bin Laden; e le contrade insicure come le strade borboniche infestate di briganti. Ma il tour operator rilasciandovi il biglietto aereo di andata e ritorno, albergo compreso per sette
giorni di pensione completa bevande escluse, non vi parlerà del rischio Tamil o di Bin Laden perché il pacchetto cumulativo non lo
prevede. È come il maremoto che non fa parte del tutto compreso e se vi capita è gratis. Nemmeno i Lloyd di Londra vi assicurerebbero contro la frequenza ostinata della morte in Asia, perché la morte è la vera natura dell’Asia; chi va per lande infestate di disgrazia e di colera dovrebbe saperlo e invece va per spiagge tropicali come a Gabicce, come all’Idroscalo già carico di bacilli. Ma che si va a fare nello Sri Lanka salvo frequentare una scuola di portierato?

 

I cingalesi scappano; nel loro perfetto inferno seduto sopra il vulcano ci vanno quei babbei di europei. Anche le vacanze sono il prodotto
del nostro tempo malato, che ha perso ogni regola di buon gusto e sobrietà. Più vivi in cattività come i pappagalli e i canarini, da schiavo urbano del cartellino, attaccato ai tubi di scarico, annoiato e anonimo, nella provincia più sfessata e inerte, sogni l’evasione dove sonnecchia la belva in una illusione di libertà condizionata.
Ci dev’essere qualcosa che non torna in questo calcolo di merciai, un difetto della scuola dell’obbligo. Ho parlato con uno che era stato
alle Maldive (se non vai alle Maldive non sei nessuno), e per quanti sforzi facesse passando febbrilmente da un continente all’altro
non riusciva più a trovarle sulla carta. In quest’ultima tornata alle Maldive, isole che vivono di luce riflessa come certe stelle già
estinte, c’erano centinaia di italiani da diporto, qualche giocatore di calcio in libera uscita, qualche attore di circuiti minori, qualche giornalista natalizio. Ora chiusi in albergo, come del resto prima, estranei all’oceano di miseria e di zanzare che li circondava, aspettano viveri e soccorsi come i viaggiatori cannibali di Mark Twain bloccati nel treno dalla tormenta.

La contabilità lugubre di morte è ancora alle prese con i conti che non tornano: cataste di morti senza nome e senza domicilio, sudditi senza storia vissuti invano; e le associazioni di pietà battono cassa. La CEI, la Caritas, Medici senza frontiere chiedono l’obolo di circostanza. Son lì per questo, non per ammansire la bestia. Adottate lo Sri Lanka! Date una mano alla Malesia! Quando lo capiranno che invece dell’elemosina servirebbe l’abecedario? Intanto arrivano in massa i profughi, dopo le avanguardie smarrite. Si sono salvati dal maremoto.
Non ci salveremo dai maremotati. Arrivano col ponte aereo in sari da spiaggia, in ciabatte, volti stralunati di onesti salariati,
protagonisti di un’avventura più grande di loro. Avranno di che raccontare al paese. Ma il prossimo anno si replica, cascasse il mondo. Viaggio di andata e ritorno tutto compreso sull’atollo di Bikini. Le vacanze al caldo. Ci sarebbe l’Etna con un focherello intermittente e divino.

(da “Il Federalismo”, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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