DA PROCESSO A DELL’UTRI A PROCESSO AI GIUDICI DI PALERMO

di REDAZIONE

Sono bastate tre ore di camera di consiglio alla Cassazione per decidere che deve essere rifatto il processo al senatore del pdl Marcello Dell’Utri, condannato a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa dalla Corte di Appello di Palermo il 30 giugno 2009. La Suprema Corte, infatti, accogliendo la richiesta della stessa Procura della Cassazione, ha annullato con rinvio la condanna disponendo l’appello bis. La difesa del senatore, con l’avvocato Massimo Krogh, un ex giudice, aveva chiesto l’annullamento senza rinvio puntando all’azzeramento totale del procedimento. «Affronterò il nuovo processo ancor più convinto della mia innocenza che ho testimoniato in tutti questi anni, fiducioso nella giustizia», ha subito commentato il senatore Dell’Utri, che dal 1997 è sotto processo a Palermo con l’accusa di aver fatto da mediatore tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi, dalla metà degli anni settanta al 1992, per la vicenda della protezione nella villa di Arcore e del pizzo per i ripetitori della Fininvest in Sicilia.

La decisione della Quinta sezione è stata presa dal collegio presieduto da Aldo Grassi al quale è andata, fin dalle prime parole del sostituto procuratore della Cassazione Francesco Iacoviello, l’attestazione di stima dopo articoli di stampa che gettavano discredito e in seguito ai quali è intervenuto, a tutela, anche il Csm. In aula, a indicare il pieno sostegno del vertice della Procura della Cassazione alla riapertura del processo, è arrivato anche il Procuratore Aggiunto Gianfranco Ciani che presto guiderà l’ufficio da titolare. Deciso l’intervento del Pg Iacoviello nei confronti dei giudici di Palermo che – a suo parere – hanno scritto una sentenza «senza descrivere il fatto contestato, parlando genericamente di Dell’Utri come ‘mediatore’ e ‘referente politico’ della mafia senza riferire una condotta precisa di cui incolparlo ma solo additando le sue frequentazioni che, è già stato stabilito nella sentenza che ha assolto l’ex ministro Mannino, non sono un elemento di prova».

«Tutti gli imputati devono avere gli stessi diritti e non ci sono imputati che devono averne di meno: nel caso di Dell’Utri – ha aggiunto il Pg – si è ignorato persino il principio del ragionevole dubbio e si è ricorsi al solito pentitismo». L’avvocato Krogh ha messo in evidenza, come «plateale» mancanza della Corte di Palermo, l’aver preso per buono l’episodio del presunto incontro tra Silvio Berlusconi e i boss Di Carlo, Bontade e Teresi, a metà degli anni Settanta nell’ ufficio milanese dell’ex premier, allora imprenditore in ascesa. In proposito, Krogh ha rilevato che il giorno dell’incontro Bontade e Teresi «erano a Palermo per un processo a loro carico, non potevano inoltre partire perché sottoposti a misure di sicurezza, e poi la descrizione dell’ufficio di Berlusconi fatta da Di Carlo non collima con la piantina topografica. Non si è nemmeno ricordato della pareti dipinte di rosso». «I giudici – ha rilevato Krogh nella sua arringa di circa trenta minuti – hanno creduto a delle bugie perché pressati dall’assedio della Procura, compiendo acrobazie di diritto, anziché prendersi la briga di andare a Milano e controllare come era fatto l’ufficio e verificare se Bontade e Teresi presero l’aereo».

Con commenti positivi il centrodestra ha accolto il verdetto. «Il pervicace tentativo di riscrivere la storia del centrodestra sotto forma di ‘romanzo criminale’ si è infranto contro la profonda correttezza dei giudici della Cassazione e la coraggiosa onest… intellettuale di un sostituto procuratore generale», ha commentato, tra gli altri, Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo vicario del PdL al Senato. Dall’altra parte Laura Garavini, capogruppo Pd in commissione antimafia, ha detto: «Dopo questa decisione della Cassazione sul processo Dell’Utri, almeno speriamo che nessuno osi più dire che la giustizia italiana non è garantista».

Ora il processo tornerà a Palermo. La prescrizione matura il 30 giugno 2014 e la difesa del senatore dice di non volerci puntare. L’obiettivo, dicono i legali storici di Dell’Utri, Giuseppe Di Peri e Pietro Federico, «è dimostrare la sua totale innocenza».

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