Dalla Russia con rumore, la Lega del Don

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RASSEGNA STAMPA

di CRISTINA GIUDICI

Il nuovo corso della Lega del Don, che cerca voluttuosamente il fatale abbraccio con Vladimir Putin – e organizza una diplomazia parallela in nome degli interessi economici degli imprenditori italiani penalizzati dall’embargo – è una faccenda grave ma, come spesso capita, persino alle latitudini padane, non propriamente seria. Da un lato, si tratta certamente di una evoluzione dell’antica filosofia della “lega dei popoli”, il sogno di sottrarsi alle direttive dei burocrati europei e di sostenere i fratelli oppressi da statalismi di ogni tipo. (Seppure, farlo con Putin, abbia un che di bizzarro).

Dopo la seconda missione internazionale di Matteo Salvini, che ha passato il ponte di sant’Ambroeus niente meno che alla Duma di Mosca per partecipare a un convegno contro le euro-sanzioni, lo stesso Capitano della Lega del Don l’8 dicembre ha tuittato: “Qui Mosca: per colpa di sanzioni economiche idiote imposte da Bruxelles, l’Italia sta perdendo 5 miliardi (di euri)”, con foto allegata della sua targhetta segnaposto alla Duma, in cirillico, e sotto tradotto in italiano solo il nome, ormai universalmente (ri)conosciuto: Matteo. I cronisti che hanno seguito il suo viaggio oltre la ex (o neo?) cortina di ferro – anche in cerca di un pugno di rubli, sebbene ora svalutati, si ritiene – si interrogano febbrili su un buco di quattro ore nel viaggio del ruspante segretario: per capire chi abbia incontrato, dopo aver dichiarato che non rifiuterebbe un prestito conveniente da una banca russa. Battuta col doppio fondo, utile anche per assestare un bel gancio al suo competitor interno, il sindaco di Verona Flavio Tosi, che già prima di Salvini aveva creato un ponte con la Russia attraverso Antonio Fallico, numero uno di Banca Intesa a Mosca, nominato console onorario della Federazione russa a Verona nel 2008. “Li accetterei da chiunque mi offrisse condizioni migliori di Banca Intesa”, ha dichiarato furbesco il leader del Carroccio. Chi ha orecchie per intendere, intenda. La diplomazia parallela costruita dalla Lega con l’intento di contrastare le sanzioni contro la Russia è iniziata molti mesi fa con l’obiettivo di avere un filo diretto con Vladimir Putin. Ma per ora l’unica traccia del rapporto con il capo russo è un selfie di Matteo, scattato a Milano il 17 ottobre, a margine del vertice euro-asiatico. Il panslavismo della Lega. Per rintracciare il filo (nero) che ha unito il movimento padano ai popoli slavi oppressi, bisogna tornare indietro con la memoria. Al viaggio del Senatùr che, il 23 aprile del 1999, si recò a Belgrado in “missione di pace” per incontrare il genocida Slobodan Milosevic. La missione rischiò di fallire quando, alla frontiera, le milizie serbe videro un visto americano sul passaporto di Roberto Maroni e la delegazione leghista fu trattenuta per qualche ora, sospettata di essere nient’altro che una comitiva di spie. Inoltre, poi, Umberto Bossi osò appisolarsi mentre Milosevic parlava dei bombardamenti americani. Non un granché. Un’altra missione fu tentata il 31 marzo del 1999 da TelePadania, diretta allora da Max Parisi, che annunciò: “Smaschereremo le falsità della Nato. Punteremo la telecamera contro l’aggressione occidentale”, ma la delegazione di giornalisti indipendenti e indipendentisti non riuscì a varcare il confine.

La geopolitica leghista è fatta così: rocambolesca, ma mediaticamente efficace. Scoppiato un putiferio all’interno del partito dopo il quasi abbraccio con Milosevic, il Senatùr aggiustò il tiro, ruggendo sull’organo del Carroccio, la Padania: “Non sapevo ci fossero dei massacri dei serbi nei confronti degli albanesi. Sicuramente c’erano per la pubblicistica americana”. Allora fra i simpatizzanti di Milosevic c’era fra gli altri anche Max Ferrari, appartenente all’ala destrorsa, autonomista e un filo folle della Lega (prima di esserne esplulso per scontri con la “terrona” Rosi Mauro). Nell’inverno del 1991 era partito con il neonato movimento dei Giovani padani alla volta della Croazia in guerra per l’indipendenza. “Cosa andiamo a fare?”, scriverà anni dopo, ricordando sulla Padania il suo errare per i Balcani. Risposta di visionaria statura geopolitica: “L’importante è andare, poi vedremo”. E ancora: “Non ho mai rimpianto di aver difeso la spinta indipendentista croata e poi la posizione serba sul Kosovo”. Ora Max Ferrari è stato reclutato nuovamente nella Lega 3.0 di Matteo Salvini e, nel penultimo viaggio a Mosca, in ottobre, appare nei selfie con il leader del Carroccio, il suo portavoce Gianluca Savoini e il presidente della Duma, Sergei Naryshkin. Tutti in giacca e cravatta, che le felpe antisanzioni erano state riposte nel bagaglio a mano, per tirarle fuori solo dopo e farsi le foto sulla piazza Rossa.

Dalla Russia con rumore. Il più attivo nella campagna di Russia è sicuramente il portavoce di Matteo Salvini, Gianluca Savoini, rimasto a Mosca dopo il ritorno del suo capo in patria per tessere la tela russo-padana con imprenditori e politici.
E’ stato Savoini a portare al congresso che ha eletto Salvini segretario, a dicembre 2013, il parlamentare del partito putiniano Russia unita, Viktor Zubarev. L’intraprendente portavoce di Salvini è anche presidente dell’associazione culturale Lombardia Russia, il cui motto è: Identità, tradizione, sovranità. “Il mondo attuale in balia del delirio mondialista”, si legge sul sito web dell’associazione, è la negazione del mondo tradizionale come lo abbiamo conosciuto e la Russia pare oggi l’unico baluardo e unico faro verso cui guardare con speranza”. Sintesi del pensiero politico dell’associazione: le autorità di Kiev sono illegali, le sanzioni dell’Unione europea rispondono agli interessi delle lobby atlantiste e gli Stati Uniti vogliono assoggettare la libera e democratica Madre Russia alle volontà liberticide della buro-economia europea. Il progetto abbracciato dai sostenitori della Lega del Don è quello di costruire l’Eurasia. Esaltando anche il mito (al contempo zarista e mussoliniano) della Terza Roma. Infatti fra gli amici di Lombardia Russia – oltre al socio onorario, lo scrittore Nicolai Lilin, l’autore di “Educazione siberiana”, che a un convegno a Varese ha confessato: “Sono magro perché sto vivendo un dramma personale per quanto accade in Ucraina e per le vergognose campagne mediatiche russofobiche” – c’è anche Irina Osipova, presidente dell’associazione giovanile italo-russa, Rim, che cerca di contrastare la “disinformatia” su quanto sta accadendo in Ucraina e Crimea. L’acronimo che ha un doppio significato: Rossijsko-italijanskaja Molodiozh (giovani italo-russi), e Roma. Terza Roma, si intende. Come ha spiegato la stessa Osipova: “Si ritiene che una volta caduto l’impero bizantino Mosca dovesse diventare la terza Roma per difendere i valori cristiani”.

La campagna di Russia ha anche un intento più terra terra: aiutare gli imprenditori italiani penalizzati dall’embargo. Il tentativo è di favorire investimenti in Russia in grado di aggirare le sanzioni: forse, chissà, con triangolazioni commerciali attraverso la rimpianta Grande Serbia. Infatti anche Luca Zaia, il governatore del Veneto dotato come Salvini di un’abile capacità mediatica, da mesi cavalca la battaglia per creare con Putin una rete diretta in grado di difendere, soprattutto, la filiera agro-alimentare veneta, la più penalizzata dall’embargo. “Ho trovato piena disponibilità a dialogare e la comune volontà a consolidare i reciproci rapporti nonostante le sanzioni”, ha detto Zaia una decina di giorni fa, dopo la sua personale missione a Mosca, dove ha incontrato il vice primo ministro Arkady Dvorkovich. Ci sono da prendere non due, ma tre piccioni con un fava: rilevare il rapporto privilegiato con Putin che fu del Cav., portare a casa un pugno di rubli e sognare l’Eurasia. In fondo, si tratta solo di spostare il centro del mondo da Pontida a Mosca. La missione permanente della Lega del Don non si ferma: nuovo appuntamento lunedì prossimo a Padova, dove è annunciato un convegno con due ministri russi. Cosa ne pensi Putin non si sa, ma si sa è che ogni volta che qualche leghista fa una requisitoria contro Bruxelles per difendere la democrazia putiniana, le sue esternazioni vengono tradotte in cirillico e mandate in onda sulle tv russe. La faccenda è grave, ma non seria, al punto che un altro salviniano di ferro, il deputato Paolo Grimoldi, ha creato un gruppo trasversale a Montecitorio: gli Amici di Putin.

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