Grande Nord? Da La Stampa, 6 novembre 1975: accordo tra Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto ed Emilia per superare la crisi è “improcrastinabile”

fantida La Stampa, 6 novembre 1975
L’ accordo tra Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto ed Emilia per superare la crisi è giudicato dal Presidente emi-liano “improcrastinabile”. Quest’area geografica «ha in comune un groviglio di problemi irrisolti». Alla vigilia dell’incontro Gover-no-Regioni fissato a Roma per metà novembre, Guido Fanti Presidente della Giunta dell’Emilia Romagna, rilancia con il tema Padania il ruolo dell’area del Po e giudica improcrastinabile un accordo tra Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto ed Emilia per superare la crisi che ha colpito il Paese. C’è sul tavolo del governo Moro il piano di intervento a medio termine e Guido Fanti propone la partecipazione delle Regioni al dialogo per il rilancio economico. Chiede perciò che al discorso con i Sindacati, il Governo affianchi in parallelo quello con le Regioni impegnate in queste settimane ad attuare i decreti anticongiunturali e a preparare i bilanci 09del prossimo anno.

«È un’occasione che il Paese non può perdere – dice – un appuntamento al quale gli Enti locali, proprio per le funzioni loro attribuite, non possono mancare». Inserisce su questo punto il progetto di un accordo tra le cinque Regioni dell’area del Po e subito aggiunge che la proposta nonnasconde l’insidia di scaricare una nuova forza sul governo centrale: vuole al contrario, «convogliare l’apporto coordinato di un’area geografica che ha in comune un groviglio di problemi irrisolti, di scelte non fatte». «Nessuno vuole indebolire il governo Moro – dice – anzi la nostra è una proposta di sostegno» e liquida i timori di una aggregazione tra Regioni forti, fatalmente contrapposte ad un Mezzogiorno debole, chiarendo: «Nel Centro- Nord la crisi economica non si è tradotta come al Sud, in crisi sociale: quindi in un discorso ampio di programmazione, la strategia di intervento non si deve risolvere sulla testa del Meridione d’Italia, anzi le cinque Regioni del Po sono chiamate a incidere come fattore di equilibrio».

Fa un esempio, quello dei Servizi sociali che sempre è stato molto a cuore agli amministratori emiliani e si dice pronto a “non pochi sacrifici”. Ricorda che in questo settore il livello raggiunto dalla sua Regione rappre-senta una «singolare eccezione» ma si domanda: «In una situazione di crisi e di dissesto generale dell’economia, è giusto continuare con le scuole materne e gli asili nido addebitati alla spesa nazionale? Si possono ancora spendere somme così ingenti?». Per Fanti è necessario un coordinamento della spesa pubblica sul piano nazionale e subito aggiunge: «Noi siamo pronti a sacrificare parte delle nostre risorse purché si sappia dove vanno a finire questi quattrini e insieme si decida come utilizzarli, si esige quindi un coordinamento secondo priorità valutate e programmate complessivamente».

In questo quadro che parte da un’analisi di crisi per il sistema economico «senza precedenza in 40 anni», il Presidente della Giunta emiliana, individua nel superamento delle vecchie strutture dello Stato centralistico e nella rapida attuazione del nuovo Stato decentrato, «la via d’uscita per il Paese». «Le Regioni – dice Fanti – rifiutandosi di chiudersi in se stesse, sono chiamate a svolgere il ruolo di protagoniste della politica nazionale e il consolidarsi dei rapporti permanenti, nell’area padana, rappresenta un contributo decisivo». Le singole realtà regionali sono per Fanti limitate e i grandi temi, da quello dell’industrializzazione e dell’occupazione a quello degli investimenti «si estendono su aree geografiche ben più vaste; le risorse potenziali del Po sono disperse e inutilizzate, la crisi dell’agricoltura investe pesantemente anche le zone padane tradizionalmente più avanzate. Il patrimonio zootecnico si depaupera di giorno in giorno mentre il più grande fiume italiano è oggi una minaccia naturale, non una fonte di ricchezza».

Il progetto di aggregazione per le Regioni della Valle Padana è in formazione e si annunciano i primi contatti tra i Presidenti delle Giunte regionali. Fanti individua i punti al primo posto e le Regioni padane, nel tentativo di collaborare debbono tenere presenti essenzialmente, con gli sbocchi professionali dei giovani, il lavoro nelle campagne. «Ed è proprio nell’agricoltura che si fa necessario uno sviluppo coordinato tra le Regioni padane e quelle meridionali, non si può continuare a produrre disordinatamente senza confrontarsi sui problemi dell’irrigazione agricola, dei rapporti di produzione in agricoltura, delle colture pregiate, dell’industrializ-zazione agricola, della connessione agricoltura-industria». Dall’agricoltura passa all’industria: «C’è da tener conto della domanda sociale, ma è necessario individuare tutti insieme, gli sbocchi sui mercati interni e su quelli esteri, ecco la necessità del confronto fra le Regioni del Po. Non si può ignorare la politica delle localizzazioni industriali, per uno sviluppo equilibrato del territorio». Fa l’esempio dell’Innocenti, della necessità di riconversione produttiva da programmare con una base di organicità comune.

Ecco la via d’uscita in nuovi indirizzi di polita industriale capace di promuovere l’ammodernamento e la ristrutturazione di alcuni comparti e di favorire processi programmati di riconversione nei settori destinati a un ridimensionamento. Dall’agricoltura, all’industria, alla ricerca scientifica, alla utilizzazione delle risorse naturali nell’area del Po, ad una diversa politica finanziaria che consenta un reale coordinamento. «Non c’è dubbio – dice – che non possiamo parlare di una programmazione nazionale e
regionale senza lo strumento essenziale della politica finanziaria ed è qui che è necessaria un’iniziativa consona delle Regioni: non solo per la loro autono-mia, ma nella direzione più generale di una riforma complessiva della finanza centrale». Questa della Padania, è per Fanti una proposta essenzialmente politica. Ne ha parlato a Bruxelles, la settimana scorsa in sede Cee con il Presidente Ortoli e dice: «È inutile andare a Bruxelles a chiedere soldi per le Regioni quando non ci sono: la nostra proposta è stata diversa: chiediamo piuttosto che siano le Regioni e non la Cassa per il Mezzogiorno a gestire i fondi riservati in sede comunitaria, alle aree depresse del nostro Paese».

 

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