Culture: la storia dell’umanità è costellata di popoli e civiltà

di GIUSEPPE ISIDORO VIO

L’homo sapiens è una specie, ossia un insieme d’individui interfecondi i quali, per quanto possano essere geneticamente diversi, accoppiandosi sono ancora in grado di generare individui a loro volta fertili. In genetica, una popolazione, come quella degli indios dell’Amazzonia, è invece un gruppo d’individui appartenenti alla stessa specie (quella umana nel nostro esempio) che vivono in un territorio definito e attingono per i loro geni a uno stesso pool genico, ossia a un particolare sottoinsieme del pool genico della specie. Questo sottoinsieme di geni contraddistingue tale popolazione dal resto delle popolazioni umane. Se al termine razza si attribuisse una valenza puramente genetica, priva di ogni accessione etnologica, esso collimerebbe esattamente con quello di popolazione sopra definito.

Il pool genico di una popolazione, anche piccola, è influenzato solo dalle sue dinamiche interne, ossia cambiano le frequenze dei geni ma non la dotazione complessiva del pool, questo se gli incroci sono casuali e non si hanno immigrazioni/emigrazioni né mutazioni e selezione naturale. Al contrario, gli incroci di razze o meticciamento, assieme alle mutazioni casuali, sono i due principali modi con cui una popolazione amplia il proprio pool genico rendendolo più vario e garantendosi quindi una maggiore possibilità di affrontare la selezione naturale e superare gli ostacoli posti dai cambiamenti ambientali.

Questi cambiamenti possono essere climatici o biologici, come l’introduzione di specie esogene (i batteri della comune influenza, nel nostro esempio con gli indios). Gli alleli (varianti di un gene) inadatti saranno eliminati (selezione negativa) assieme agli individui che ne erano portatori, ma nel caso delle popolazioni umane, le conoscenze e la cultura, di cui questi individui erano portatori, molto spesso saranno tramandate alle generazioni dei sopravvissuti.

L’insieme delle condizioni chimico-fisiche di un habitat, del complesso delle specie che ci vivono e delle relazioni che s’instaurano tra queste, definisce un eco-sistema (la Foresta amazzonica, ad esempio). A sua volta, anche per la sopravvivenza di un eco-sistema, è fondamentale la sua biodiversità, ossia la disponibilità di una grande varietà di specie che possano occupare tutte le nicchie ecologiche disponibili. In altri termini la biodiversità è, per gli eco-sistemi, altrettanto importante quanto lo è l’ampiezza del pool genico per le specie.

Se il meticciamento tra le popolazioni (o razze) di una specie si estendesse fino a produrre un’unica popolazione mondiale, il pool genico di questa si amplierebbe fino a coincidere con quello specifico, pur essendo ciascun individuo portatore solo parziale e casuale dei geni del pool. Tuttavia, è certo che questo meticciamento globale, che i mondialisti auspicano per l’umanità, sia vantaggioso per una specie? Di sicuro il meticciamento è vantaggioso per gli individui e per le popolazioni (gli incroci d’indios con europei hanno prodotto nel sud America delle popolazioni indie immuni all’influenza) ed è probabile che esso lo sia anche quando è globale.

Tuttavia, le popolazioni umane, a differenza delle altre specie animali, spesso si distinguono tra loro quasi più per gli aspetti storici e culturali che per la loro genetica. Viene perciò naturale chiedersi se il meticciamento dell’umanità a livello antropologico, ossia fondere in un’unica cultura tutte le conoscenze di cui sono portatori gli individui e i gruppi (intesi come popoli e comunità religiose o ideologiche) sia altrettanto vantaggioso del meticciamento genetico o non porti solo alla scomparsa delle culture più primitive (come quelle degli indios) fagocitate da quelle più aggressive ed evolute e all’appiattimento nel pensiero unico.

A riguardo, è indubbio che già esista una base culturale dell’homo sapiens, molto antica, comune a tutti gli uomini e fatta in parte di segni. Grazie ad essa individui di popolazioni anche molto lontane e diverse possono intendersi, scambiarsi e condividere conoscenze feconde di nuove soluzioni che a loro volta possono essere condivise. D’altra parte, è pure sicuro che esistano popolazioni e gruppi umani che vivono storicamente in determinati territori, i cui individui attingono allo stesso “pool etnoculturale” sebbene sia vero che gli scambi, anche economici, amplino questo pool di conoscenze e rendano nel complesso queste popolazioni più performanti e idonee a controllare la natura e le sue risorse.

Inoltre, esiste anche la possibilità che individui geneticamente differenti possano integrarsi condividendo, nel tempo, lo stesso pool etnico e culturale, come i Veneti, una popolazione, le cui origini sono molto antiche, che nel corso dei secoli, subendo e assorbendo invasioni e immigrazioni di ogni tipo, si è evoluta dal punto di vista storico e antropologico pur conservando nome, tradizioni e sentimento identitario, mentre geneticamente si fortificava ampliando proficuamente il suo pool genico.

Tuttavia, è altrettanto vero che nella storia umana e anche nell’attuale mondo globalizzato, per ragioni economiche e di predominio, classi sociali, popoli, comunità religiose e ideologiche di solito si siano comportate e si comportino come se fossero delle “specie antropologiche” distinte, appartenenti a uno stesso sistema socio economico mondiale, ma non integrabili tra loro e tra cui intercorrono le tipiche relazioni interspecifiche presenti in un eco-sistema naturale, come la predazione, il parassitismo, la competizione, il commensalismo, il mutualismo, la mutua esclusione (una forma estrema di competizione tra due specie che rende una o entrambi incompatibili con l’altra) e via dicendo.

Trasferendo queste relazioni in ambito storico e antropologico si avrebbero i seguenti parallelismi: predazione con genocidio, parassitismo con sfruttamento coloniale e imperialismo, competizione con concorrenza economica e militare, commensalismo con il fenomeno sociale del barbonismo, mutualismo con il federalismo e, infine, la mutua esclusione con l’incompatibilità culturale, come quella che c’è ora e indipendentemente dalle differenze genetiche, tra l’integralismo islamico e il tollerante mondo cristiano-occidentale. Questa incompatibilità culturale s’intreccia a volte con situazioni inaccettabili di sfruttamento; ogni possibile riferimento o insinuazione alla questione settentrionale in Italia è in questo caso assolutamente cercato, mentre l’esempio forse più noto e antico di pacifica e mutua convivenza tra etnie differenti, è quello della Confederazione Elvetica, dove vivono armoniosamente da secoli varie etnie, sicuramente diverse antropologicamente, per quanto possano geneticamente appartenere a una stessa popolazione di tipo alpino.

Se dunque la biodiversità di un eco-sistema naturale è fondamentale per la sua sostenibilità, la diversità etnoculturale potrebbe essere altrettanto fondamentale per l’esistenza dell’umanità, che per sua natura è stata spinta a esplorare il creato e capirne le leggi che governano la materia e l’energia di cui è fatto grazie alle idee rivoluzionarie d’individui o gruppi che hanno avuto la forza di ribellarsi al pensiero unico. Questi cambiamenti sono avvenuti a volte attraverso i conflitti, altre con la collaborazione tra gli uomini, ma anche il collaborare, implica che esistano delle differenze di pensiero, sebbene l’obiettivo sia comune.

In conclusione, gli attuali processi immigratori di massa, auspicati e favoriti dall’ideologia mondialista, quando non sono causa di conflitti interetnici, portano al rimescolamento globale della specie umana, sia genetico sia etnoculturale. Tuttavia, se il rimescolamento genetico è vantaggioso, quello etnoculturale sarebbe sicuramente nocivo per la specie umana, poiché ridurrebbe inevitabilmente quelle differenze etnoculturali e sociopolitiche che è utile conservare per la sua stessa sopravvivenza. Invece, spesso succede che il sentimento identitario dei popoli sia confuso con xenofobia o razzismo e che un’ideologia diversa sia avversata come fosse un’odiosa eresia involutiva rispetto al pensiero unico dominante, dimenticando che una monocultura potrebbe essere altrettanto fragile delle monocolture agricole.

Nel corso della storia dell’umanità sono esistiti popoli e civiltà, di cui non son rimaste che poche tracce e che si sono estinti, sopraffatti da altri popoli e civiltà emergenti, vittime di una selezione culturale che ha fatto evolvere l’umanità alla situazione attuale. Se ai giorni nostri volessimo conservare le diversità culturali, basterebbe garantire a tutti i popoli esistenti uguale cittadinanza nel mondo, contrastando le invasioni anche pacifiche e negando a qualsiasi ideologia o teologia la pretesa di essere ecumenica, ossia universalizzarsi e convertire gli “infedeli”.

Quest’uguaglianza giuridica dei popoli non nega le diversità culturali che esistono e vanno conservate se pur profonde e purché non siano trapiantate altrove, dove già esistono altre culture incompatibili la cui integrità potrebbe essere compromessa; negare le diversità è solo pietosa ipocrisia, come gli eufemismi del politicamente corretto, quando non un tentativo di uniformare l’umanità per meglio controllarla e sfruttarla, come fosse una monocoltura agricola. E’ inutile stracciarsi le vesti e tacciare di razzismo chi si limita a evidenziare tali diversità, razzista è chi abusa e approfitta della sua momentanea superiorità culturale, ma se davvero apparirà un pensiero migliore che dimostri la sua utilità per tutti, esso s’imporrà facilmente e spontaneamente senza colpo ferire.

Print Friendly, PDF & Email

Recent Posts

5 Comments

  1. Silvia says:

    Grazie sig. Giabardo
    Un saluto.

  2. Silvia says:

    Mi piace la parte del testo riguardante la biodiversità…

  3. alessandro says:

    Gentile prof. Iosodoro Vio,
    ho letto con il suo articolo. E la ringrazio per l’estrema chiarezza con cui ha affrontato temi che spesso da alcuni lettori di questa testata, vengono declinata con estrema superficialità se non idiozia. Mi riferisco, è ovvio, al tema della variabilità genetica della specie umana.
    Mi permetto ora di avanzare una critica. Sono certo che, se lei la riterrà degna, potrà accoglierla ed eventualmente risolverla (spero in un altro articolo di analogo tenore). Lei sottopone la variabilità culturale ad un processo analogo a quello della variabilità genetica. Le chiedo se questa analogia possa consentirci di comprendere i temi dello sviluppo culturale e dello sviluppo politico della specie. Indico questo secondo, perché lei stesso ha ipotizzato la necessità di una soluzione giuridica che garantisca il diritto alla diversità culturale. Ciò implica, credo, un’autorità militare capace di garantire l’applicazione di una siffatta legge. Non so se sia auspicabile per la nostra specie. O se si possano immaginare altre soluzioni. Sono domande, capisco, che rientrano nel campo della dottrina del diritto e, perciò, estranee a quanto lei ha scritto. Non è mia intenzione farle perdere tempo; mi sono limitato a proporre un banale esercizio di collegamento dei problemi.
    Tornando quindi all’analogia tra diversità genetica e culturale, forse a causa della mia formazione sono costretto a chiederle di specificare il meccanismo che consente di proporre questa associazione, che, riconosco, appare suggestiva. Detto ciò posso condividere i giudizi morali che emergono dal suo articolo, i quali mi pare rappresentino l’unica opportunità per continuare ad immaginare .la nostra specie nella sua più singolare peculiarità: quella di produrre e godere dell’arte.

    • Aquele Abraço says:

      Caro Alessandro, ti ringrazio per l’apprezzamento, ma devo ti confessare che la mia preparazione è prevalentemente scientifica e naturalista. Tuttavia, spinto dall’attualità politica e dalla ricorrenza con cui il tema in questione anima i commenti in questa testata, ho semplicemente fatto delle riflessioni personali, facendo ricorso a quelle basi di cultura generale in storia e antropologia che più o meno tutti abbiamo. Il confronto tra quanto avviene in un eco-sistema naturale e quello umano dove s’intrecciano aspetti culturali, sociopolitici ed economici, oltre a quelli genetici, è venuto perciò spontaneo. Alla base delle mie riflessioni c’è la teoria evoluzionista darwiniana, applicata però ai popoli e alle civiltà. Questa teoria prevede che in natura per il successo di una specie sia indispensabile la ricchezza del suo pool genico. La specie umana però è diversa da tutte le altre specie animali, le capacità del cervello umano le hanno permesso di avere un controllo parziale sulla natura stessa. Benché sia probabile che l’evoluzione genetica della specie umana continui anche in futuro, selezionando individui con un cervello sempre migliore, tuttavia, come possiamo dedurre anche dall’archeologia e dalla storia dell’umanità, questa selezione sarà sempre più culturale e sempre meno naturale. Infatti, i popoli, in passato espressione di un particolare pool genico e di una particolare cultura, sono stati selezionati su base culturale, così, ad esempio, quelli che scoprirono la metallurgia del bronzo hanno soppiantato quelli che usavano la pietra, essendo poi superati a loro volta da quelli che hanno imparato a usare il ferro. La competizione etnologica che è avvenuta all’interno della specie umana e che ha prodotto una selezione sempre più su base culturale è stata fondamentale per il progresso dell’umanità. Anticamente l’umanità era suddivisa in vari sistemi regionali (l’Europa, incluso il Medio Oriente e l’Africa settentrionale, l’Asia, le Americhe principalmente) e all’interno di ciascuno di essi sono avvenuti questi processi selettivi, ma progressivamente tali sistemi si sono fusi nell’attuale sistema globale. Ora la globalizzazione comporta dei rischi per la specie umana se dovesse portare a un’unica cultura. A mio parere, il processo d’integrazione globale comporta sicuramente la perdita di quegli aspetti culturali che sono incompatibili tra loro riducendo le diversità culturali. Peggiore ancora sarebbe se la competizione globale portasse alla fine al prevalere di una particolare etnia e cultura. In ogni caso si avrebbe un’umanità uniformata e in regime di monopolio, dove non esisterebbero più concorrenza e competizione. L’unico modo di ovviare a tale prospettiva sarebbe di garantire il diritto all’esistenza delle diversità culturali e biologiche cristallizzando l’attuale situazione della Terra sia dal punto di vista antropologico che biologico o comunque rendendo il sistema globale il più vario e sostenibile possibile. L’umanità, e qui si chiude il cerchio, pur con tutte le sue peculiarità immaginative e creative, sta pur sempre al vertice della piramide alimentare di tale sistema e dipende da chi sta sotto di lei.

Leave a Comment