Cultura e giornalisti, cose inutili in Italia, conferma il Censis: i nuovi poveri

di GIUSEPPE REGUZZONI, CRISTINA MALAGUTI e STEFANIA PIAZZObirmaniagiornali

All’estero si legge. In Italia no. All’estero la cultura genera valore, cioè lavoro. In Italia no. L’ultimo rapporto Censis decreta l’ignoranza patologica trasversale di tutte le classi sociali, l’appiattimento verso il basso e l’imbruttimento, basta vederlo, di una classe politica atonale. Ergo, chi non è ingegnere, idraulico, panettiere, gommista, ha un futuro da fame in questo Paese. C’è un sindacato, dei giornalisti, che oggi rinnova il contratto ad una categoria in estinzione e che si preoccupa di chi il lavoro ce l’ha già. Una schiera, oramai, di privilegiati che vivono in un mondo che non esiste più. I giornali stanno chiudendo – e i giornalisti stanno sparendo – sotto la scure della crisi, oltre che di pessimi editori, avventurieri della truffa; la gente preferisce comperare un gratta e vinci, il pacchetto di sigarette, la vacanza last minute, ma non i giornali. E allora va sul web.

Sapete cosa mangiate? Sapete cosa leggete?

Sul web trova blog e pseudogiornali non registrati, senza giornalisti, veri, a gestirli. Costano poco o anche niente. Dire che vige l’anarchia e il disprezzo della legge è dir poco. Oggi nessuno vuole difendere la comunicazione che risponde a delle regole. Un giornalista è obbligato a rispondere del suo operato così come un medico, un avvocato, un notaio. Questi sono professionisti che, come noi, rispondono ad una legge professionale oltre che alla Costituzione. Per esercitare una professione sensibile, occorre superare un esame di stato, e avere fatto gavetta. E rispondere di ogni virgola al proprio ordine professionale.

Il bordello di internet

Oggi accade esattamente l’opposto. E cioè che Ordine e sindacato curino l’orto dei propri iscritti e non facciano pulizia del bordello che regna su internet. La divisione anacronistica tra pubblicisti e professionisti è un ulteriore vulnus. Pubblicista doveva essere solo colui che, esercitando un’altra professione, si dilettava anche di scrivere ogni tanto. Che ne so, il medico che pubblicava articoli di scienza su una rivista scientifica… l’architetto che pubblicava su una rivista di arte il proprio pensiero urbanistico… Diventare pubblicisti invece è diventata la regola. Giornalisti a spot. Tuttologi con il tesserino. Ed è pure l’anticamera della truffa. Su internet dilagano le offerte di “lavoro” per raggiungere il tesserino: due lire ad articolo, per due anni. Solo che, oltre a guadagnare una miserrima miseria, senza ritenuta d’acconto, gli aspiranti giornalisti non andranno mai da nessuna parte. Poi ci sono i professionisti. Diventarlo è come scalare l’Everest. La condizione per diventarlo era il praticantato, quindi il lavoro vero, in una redazione, per almeno due anni. Oppure l’università, le scuole di giornalismo, con una selezione da Nasa. E già questo è uno scoglio. Poi, il lavoro lo devi mantenere. Ma se lo perdi, tra te e lo stradino del Comune, non c’è competizione. Ha più chance lo stradino.

Un mercato abusivo, come i falsi dentisti

Il tuo mestiere è diventato superfluo, inutile. I giornali sono sul web e  i costi di gestione che azzerano carta, abbonamenti, spedizioni, non fanno che moltiplicare i siti. Dove tutti scrivono e riempiendo le pagine credono di fare un giornale. Una giungla dove chiunque può improvvisarsi professionista dell’informazione. Come se domani mattina noi ci svegliassimo e aprissimo uno studio dentistico abusivo, senza che nessuno ce lo impedisca. Basta che costi poco o niente farsi aprire la bocca e fare un’otturazione. L’informazione è in questo cul de sac, soffocata dall’apparente soddisfacimento da rete, tanto bastano i social, la comunicazione veloce, immediata.

Comunicare purché costi poco

Una delle ragioni per cui questo mestiere è in via d’estinzione, non è solo la crisi, non è solo la tecnologia, ma è l’idea che si ha di questo mestiere: un bene immateriale come l’informazione non deve costare. La cultura è una roba che metti da parte. Se sei bravo a scrivere, mica occorre che ti si paghi per questo, è un dono del Signore.
Si pensa cioè che tanto, scrivere sia una cosa da poco, che non costi fatica scrivere un editoriale, un approfondimento, cercare le notizie. Eppure la riparazione della lavatrice costa, l’avvocato costa, l’architetto costa, il fabbro che cambia la serratura costa, un pranzo servito al ristorante costa, il lavaggio dell’auto (10 minuti di acqua e sapone) costa, ma il giornalista può anche non costare. Che siamo pazzi a pagare un’idea? Una intuizione?

E quindi… il livello basso basso della politica
Casaleggio non ha torto. I giornali moriranno. D’altra parte in questo paese non si legge, se non al bar. E le discussioni della politica, di quel livello sono. O no? La politica non accetta che divulgare la cultura politica sia un investimento. La politica soprattutto di destra e centrodestra, perché la sinistra ha imparato bene la lezione dai suoi padri fondatori. La sinistra avrà anche chiuso l’Unità, ma non ha smesso di investire nella comunicazione: vedi scuola, università…
Si sono spesi fiumi di denaro per fare della politica un bordello a ore, per sputtanare le indennità in spesucce da peculato, truffa… Ma mai immaginare di investire nel fare comunicazione. Basta avere i giornali che ti cercano, e il gioco è fatto. Infatti, si vede che fine ha fatto la grande battaglia federalista, indipendentista in questo Nord scalcagnato, afono e pieno solo di eco. A casa d’altri.

 

Print Friendly, PDF & Email

Recent Posts

Leave a Comment