E’ MORTO WILMAN VILLAR, “CRIMINALE” E UOMO LIBERO

di LUCIANO CAPONE

La scorsa settimana, dopo un lungo sciopero della fame, è morto un dissidente cubano. Era Wilman Villar, un ragazzo di 31 anni condannato a quattro anni di carcere dopo una manifestazione di protesta. Nell’ultimo post sul suo blog, la dissidente cubana Yoani Sanchez aveva avvisato che presto il regime dei Castros avrebbe iniziato a infangare Villar. Puntualissimo, il giorno dopo, arriva un comunicato del governo: Villar era un criminale ad è morto per “un’insufficienza multi-organo conseguente a un grave processo respiratorio settico”, insomma “non era un dissidente, né era in sciopero della fame”.

È vero, Villar era un criminale. Lo era per il semplice motivo che a Cuba tutti i dissidenti sono criminali: in una dittatura oppressiva che non lascia libertà di parola, di associazione, di movimento, di usare internet, è facile diventare criminali. “Siamo 11 milioni di delinquenti – dice Yoani Sanchez – siamo profughi da un codice penale che ci asfissia, fuggiamo dal ‘tutto è proibito’, evadiamo da una prigione che fonda le sua basi nella Costituzione della Repubblica”. A un regime che si fonda sulla menzogna non basta che il dissidente sia un delinquente, non basta delegittimare la sua vita, ma anche la sua morte: Villar non è deceduto per uno sciopero della fame di 50 giorni ma per una “setticemia”, nonostante il ricovero “in uno degli ospedali di maggior livello”. Il regime è talmente buono che voleva salvare la vita di un delinquente, ma non c’è riuscito. Solo due anni fa Orlando Zapata, un altro “criminale” condannato a 36 anni per vilipendio a Fidel Castro, è morto dopo uno sciopero della fame per protesta contro le condizioni carcerarie. Dopo di lui lo scrittore Guillermo Fariñas iniziò uno sciopero della fame che lo ridusse pelle ed ossa per chiedere la liberazione dei prigionieri politici arrestati durante la “Primavera nera” del 2003. A Cuba la lunga tradizione dello sciopero della fame inizia con Pedro Luis Boitel, un militante che rovesciò la dittatura di Batista insieme ai barbudos. Boitel, come molti attivisti, non accettò la svolta comunista imposta alla Rivoluzione da Castro e Che Guevara e decise di candidarsi alla presidenza della Federazione Studentesca Universitaria contro l’uomo imposto dal partito: venne condannato a 10 anni per cospirazione, durante i quali subì torture e percosse. Boitel iniziò una serie di scioperi della fame che lo portarono alla morte nel 1972.

Eppure l’epopea della Revoluciòn non sembra affatto scalfita da più di 60 anni di crimini, torture, massacri, privazione delle libertà essenziali e povertà. Non si spiega l’ammirazione degli intellettuali europei, di insigni giornalisti, di poeti, attori, tutta gente che in genere lotta contro la fame nel mondo, l’Aids, per i diritti dei bambini. In Italia il panorama a sinistra è spesso desolante, ma neanche nel cuore del capitalismo le cose vanno meglio. Fidel è ancora oggi il “Tiranno preferito da Hollywood”, come titola un libro del cubano Humberto Fontova. In tanti hanno visitato ed elogiato il regime di Fidel: Jack Nicholson, Oliver Stone, Steven Soderbergh, Benicio Del Toro, Michael Moore, Kevin Costner, Naomi Campbell, tanto che la Cuba castrista è sembrata a lungo una Isola dei Famosi ante-litteram, con l’unica variante che a fare la fame non erano i naufraghi, ma gli indigeni.

Ancora più splendente di Fidel, è la stella per eccellenza, Che Guevara: il Gesù Cristo del Novecento, l’eroe romantico, il compagno degli oppressi. A differenza di Fidel non ha dovuto subire nemmeno gli acciacchi della vecchiaia, operazioni all’intestino o alla prostata, calvizie, tremolio, cadute dal palco. Il Che è l’eroe sempre-giovane immortalato dalla foto di Alberto Korda che compare sulle magliette dei giovani di mezzo mondo. L’immagine del Guerrillero Heroico non è appannata nemmeno dai massacri compiuti da procuratore: el Carnicerito della Cabana, il macellaio della Cabana, così era soprannominato. Ernesto Guevara non era il volto umano della Rivoluzione, ma l’ideatore dei “campi di lavoro correzionale” che dal 1959 hanno “ospitato” 100.000 cubani. I crimini del Che non sono gli effetti collaterali della conquista del potere, ma la violenza istituzionalizzata da un ammiratore di Lenin, Stalin e Mao . A Cuba il terrore diventa sistema di governo: repressione, censura, arresti ed espulsioni contro dissidenti, cattolici, protestanti e maricones. Nessuno di questi morti sarà sulla copertina di un libro o su un poster, non troverete nei negozi t-shirt con il volto di Pedro Luis Boitel, Orlando Zapata o Wilman Villar. Non ci saranno trasmissioni di approfondimento su Cuba, manifestazioni per la libertà di espressione o gigantografie nelle piazze italiane. Non c’è nulla di romantico nei “delinquenti comuni” che muoiono di fame.

Lo scrittore cubano Cabrera Infante in “The lost city” – lo splendido film di Andy Garcia sulla sua amata Havana – riassumeva così il dolore di un dissidente esiliato: “Non posso essere fedele ad una causa ma posso esserlo ad una città perduta”. Ancora oggi in Italia e in Occidente ci sono “intellettuali”, politici e giornali che giustificano la dittatura cubana con le parole o spesso col silenzio. Fedeli più alla loro ideologia che alla realtà. Fedeli ad una causa, una causa persa.

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