CUBA, DENUNCIARE IL REGIME ED ESSERE DIFFAMATORE

di LUCIANO CAPONE

Gordiano Lupi è un autore molto prolifico, traduttore di scrittori sudamericani e direttore della piccola casa editrice Il Foglio. La sua vera passione però è Cuba, su cui ha scritto diversi libri. Si è prima innamorato di una cubana, sua moglie, e poi del popolo cubano, della sua storia, della sua cultura e della sua letteratura. Cura un blog che si occupa delle vicende dell’isola ed è anche traduttore italiano di Generaciòn Y, il blog della giovane dissidente cubana Yoani Sanchez. Questo attivismo non è molto apprezzato dai Castro Bros che hanno inserito la moglie nella black list dei “controrivoluzionari” e lui tra le “persone non gradite a Cuba”.

Ieri cadeva il 50° anniversario del Bloqueo, l’embargo americano sull’isola. Probabilmente è il momento di rivedere questo provvedimento, nato per minare la dittatura di Fidel Castro, che è però diventato il parafulmine attraverso cui il regime giustifica tutti i suoi fallimenti. Dopo cinque decenni il blocco ha colpito più il regime o la popolazione?
Ha colpito la popolazione, il regime aggira l’embargo come crede. Però sul tema non bisogna essere demagogici: gli Usa sono il 5° partner economico di Cuba e il 2° per i prodotti alimentari. Le rimesse dagli Stati Uniti non sono vietate, sono numerose e ingenti. I cubano-americani possono recarsi a Cuba, solo lo scorso anno sono stati in 300 mila. L’embargo comporta il divieto di vendere propri prodotti negli Usa, ma Cuba ha tanti partner commerciali come Venezuela, Messico, Brasile, Europa, Vietnam, Cina… In ogni caso sono contrario all’embargo perché attualmente serve solo a mascherare i fallimenti economici del governo. Mi ritrovo nelle parole di Yoani Sanchez: “No all’embargo degli Usa contro Cuba e no all’embargo del governo cubano contro il suo popolo”.

Pochi giorni fa è morto dopo un lungo sciopero della fame il dissidente cubano Wilman Villar. Secondo il governo Villar era un “detenuto comune” morto per “setticemia”, nonostante le cure in uno dei migliori ospedali dell’isola. Per il regime su questa vicenda c’è stata una “campagna internazionale diffamatoria”. Lei fa parte dei “diffamatori”?
Faccio parte di coloro che si sforzano di raccontare la verità, quindi sono un “diffamatore”. Così come tutti coloro che non inneggiano al regime sono dei vermi, delle scorie, dei controrivoluzionari. Il regime ha tanti metodi di repressione: difficoltà sul lavoro, a scuola, nella vita di relazione, sorveglianza continua, intercettazioni; l’ultima tattica per sfiancare la dissidenza sono dei brevi periodi di arresto. Nel caso di Villar è morto un dissidente in sciopero della fame, un uomo minato nel fisico da una dura prigionia, torturato e maltrattato. L’ennesima vittima di una dittatura che sta lastricando di cadaveri il suo tramonto.

Un paio di anni fa un altro dissidente, Orlando Zapata, è morto dopo uno sciopero della fame; anche lui è stato definito un delinquente comune. Le “Damas de blanco”, movimento di opposizione delle mogli di prigionieri e dissidenti politici, sono al servizio della controrivoluzione; Yoani Sanchez è un burattino della CIA. A Cuba esiste un dissidente che non sia un criminale? Fidel Castro nel 1961 nel discorso agli intellettuali disse: “All’interno della Rivoluzione tutto, fuori della Rivoluzione niente!”, il crimine è essere fuori dalla rivoluzione?
Il crimine è porsi fuori dall’ottica rivoluzionaria. Non sono ammesse critiche al sistema, ma solo proposte per migliorare il socialismo. “Se diamo credito alla propaganda governativa – ha scritto Yoani Sanchez – a Cuba, tra chi si preoccupa per il futuro della nazione non c’è una sola persona onesta. Chi si lascia andare a una semplice critica viene subito definito terrorista, nemico della patria, delinquente, persona priva di morale. Siamo 11 milioni di delinquenti comuni”.

L’eco del regime cubano è forte anche in Italia: intellettuali, politici e giornalisti come Gianni Vattimo, Margherita Hack e Gianni Minà sostengono che esiste una “fabbrica che costruisce presunti dissidenti” volta a far fallire la Revoluciòn. L’opposizione anti-castrista non è altro che una macchinazione contro il governo e i dissidenti non sono altro che “collaborazionisti”…
Pure Margherita Hack? Mi cade un mito… Io li stimo per il loro lavoro nei rispettivi campi, non condivido le loro posizioni, ma non mi sognerei mai di dire che sono pagati per sostenere la dittatura. Perché invece loro parlano di collaborazionismo e non di libero dissenso? Perché a Cuba dovrebbe vigere il pensiero unico? Vorrei chiedere a questi signori se accetterebbero una dittatura così oppressiva nel nostro paese…

Gianni Minà ha contestato La Stampa e Internazionale per aver “dato addirittura una rubrica fissa” a Yoani Sanchez. Minà l’ha definita una “blogguera di moda”, che ritira un sacco di premi nel mondo e guadagna un sacco di soldi, una che fa gli interessi dell’imperialismo e dimentica i vantaggi del sistema cubano. Qual è il motivo per cui persone famose che vivono nel mondo libero attaccano chi lotta per avere quella stessa libertà?
Non voglio scendere al basso livello di chi accusa persone coraggiose e indipendenti che rischiano sulla loro pelle per esprimere idee pericolose. Parlare di “blogger alla moda” è tipico del disprezzo castrista, sono le stesse parole che usa il Granma (il giornale del regime, ndr) e i fiancheggiatori del regime sparsi per il mondo si adeguano. In ogni caso Yoani non può uscire da Cuba per ritirare i premi e parlare in pubblico, perché “Papà Stato non vuole”. La forza delle idee democratiche fa diventare pericolosa anche una piccola blogguera.

Al di là della sua fondatezza, come vivono i dissidenti l’accusa di essere finanziati dall’estero per alimentare la controrivoluzione? Se i cubani non hanno mezzi e libertà all’interno del regime e non possono cambiarlo con mezzi democratici, perché dovrebbero rinunciare all’aiuto estero?
I dissidenti non devono rinunciare all’aiuto di chi vuole finanziare una battaglia per la libertà. Va da sé che vivono male le accuse che li dipingono come mercenari, perché combattono una battaglia per una Cuba pluralista e libera. Sono persone che si dedicano a una lotta non violenta, a vantaggio anche di chi non riesce a occuparsi di politica. Spesso anche i cubani che vivono all’estero non protestano, non esprimono opinioni per paura di non poter rientrare in patria. Per timore rinunciano alla libertà anche dopo aver lasciato Cuba.

Secondo l’ultima classifica sulla libertà di stampa nel mondo di Reporter senza frontiere, Cuba è al 167°, per la Heritage Foundation è 177° per libertà economica. Secondo Freedom House, che valuta diritti politici e libertà civili, Cuba è tra “i peggiori dei peggiori”. Sono tutte istituzioni al servizio degli americani o fotografano una terribile realtà?
Se ne parla con Gianni Minà le dirà che sono tutte organizzazioni finanziate dalla Cia… A Cuba la Sicurezza di Stato organizza le manifestazioni più ridicole del mondo, veri e propri atti di ripudio, dove alcuni figuranti retribuiti dal governo sfilano al grido di “Abbasso i diritti umani!”. Ha mai sentito uno slogan più surreale? A Cuba manifestare per il rispetto dei diritti umani equivale a essere controrivoluzionari. Non è assurdo? Sembra di vivere una commedia di Ionesco, o meglio, di Virgilio Piňera visto che parliamo di Cuba.

Nel mondo libero c’è comunque una forte indulgenza nei confronti di Cuba. Ci sono libri, documentari, film che celebrano la Revoluciòn, mentre è molto difficile ascoltare le voci del dissenso. Se da un lato sappiamo molto di Fidèl, Raul Castro, Che Guevara e Camilo Cienfuegos, dall’altro sappiamo poco di Carlos Franquì o Huber Matos, ex rivoluzionari costretti all’esilio per aver dissentito dal comunismo guevarista. In Italia è stato quasi impossibile vedere al cinema The lost city, lo splendido film di Andy Garcia dedicato agli esuli cubani che raccontava il volto crudele del regime. Perché?
Mi faccio la stessa domanda da anni. In ogni caso i libri di Carlos Franqui, che ci ha lasciati da poco, sono reperibili in italiano e meritano di essere letti. Andy Garcia ha diretto anche The Arthuro Sandoval Story, i suoi film sono pura poesia: The Lost City è il testamento di Guillermo Cabrera Infante, altro scrittore che da noi è sempre stato trascurato. Tra l’altro in entrambi i lavori recita un grande Tomas Milian, che in Italia conosciamo solo per ruoli comici (il commissario Nico Giraldi, ndr). Di certo queste opere non godono di una buona diffusione: per certa pseudocultura di sinistra chi è contro la dittatura cubana, come avrebbe detto Che Guevara, si macchia di una sorta di peccato originale.

A parte i diritti politici e la libertà di espressione, quali sono le difficoltà che incontra un cubano nella vita di tutti i giorni?
Raúl Castro ha fatto qualcosa in campo economico, imitando il modello cinese: si possono vendere e comprare case, macchine, computer ed elettrodomestici, ma con quali soldi? La gente è stanca del doppio sistema monetario: un cubano è pagato in pesos nazionali, che non valgono niente, ma molti prodotti si trovano solo in pesos convertibili, veri e propri dollari mascherati. La popolazione è obbligata al permesso di uscita e di entrata, ha difficoltà ad accedere a internet, non ha libertà economica, non riscuote un salario adeguato al lavoro, non può contare su veri sindacati e partiti politici. Nel regno dei Castros un cubano non può programmare un futuro per i propri figli che non sia la fuga.

FONTE ORIGINALE: http://www.fareitaliamag.it/2012/02/09/racconto-la-verita-su-cuba

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One Comment

  1. Andrea says:

    E questi magari sono i difetti del regime. Poi non sarebbe male anche elencare tutto cio’ che di buono e’ stato fatto e che la stragrande maggioranza dei cubani condivide, perche’ nessun regime dura piu’ di mezzo secolo con la pura repressione. In quanto a Andy Garcia, appartiene a quella minima percentuale di cubani benestanti (alla quale apparteneva anche Castro, tra l’altro) che poi sono fuggiti non perche’ cacciati ma perche’ non volevano accettare la rinuncia agli scandalosi privilegi che Batista gli concedeva. Ma dei massacri e della corruzione di Batista nonche’ degli attentati compiuti a Cuba dalla Cia Andy Garcia si dientica di fare un film. Non amo le dittature, ma non amo nemmeno le finte democrazie tipo quella a stelle e striscie.

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