CRONACA VERA, UNO STRANO SETTIMANALE INDIPENDENTE

di REDAZIONE 

Nacque nel 1969 dalla mente di Sergio Garassini, l’editore del primo maschile italiano, Kent, in cui aveva coinvolto le firme di Marcello Marchesi, Luciano Bianciardi, Gian Carlo Fusco, Mario Soldati, e sul quale Gianni Brera aveva scritto a puntate il suo capolavoro: Il corpo della ragassa.

Per Cronaca Vera arrivò invece il giallista Antonio Perria, già inviato di nera per L’Unità e poi caporedattore di Abc. Ancora oggi è il giornale più letto nelle redazioni televisive, che ne scippano regolarmente le storie facendole passare per loro. Perché citare Cronaca Vera non fa fine: ancora in bianco e nero, il giornale parla con un linguaggio che proviene “dalla pancia” (oggi mutuato da diversi quotidiani) e affronta quasi sempre storie di delitti e disperazione. È tuttora il settimanale più letto nelle carceri, negli ospedali, dal barbiere. E secondo lo scrittore Edoardo Montolli, che ne ha raccontato la storia in “Cara Cronica – lettere (mai pubblicate) a Cronaca Vera” riuscì a unire come pubblico il sottoproletariato urbano di Pasolini con i cafoni di Fontamara. Proprio per questo la pubblicità si è sempre tenuta a debita distanza, perché quel pubblico, un pubblico molto spesso emarginato, non considerato nemmeno dai sondaggi, era vissuto come la scoria della società, dalla politica così come dalla carta stampata, i cui giornalisti, pur collaborando da tutta Italia (oggi sono 350), si firmavano esclusivamente con uno pseudonimo. E figuriamoci dunque cosa poteva interessare ai pubblicitari. Fin dalla sua nascita così, Cronaca Vera è vissuto esclusivamente di vendite: non prende, a differenza di tutti gli altri giornali, nemmeno il rimborso della carta. Ma a differenza di tanti altri giornali, non lo ha mai sbandierato ai quattro venti. Dal 1996 lo dirige Giuseppe Biselli, un grande appassionato di arte, e tanti autori noir, da Andrea G. Pinketts a Giuseppe Genna, considerano il settimanale ormai un oggetto di culto. Gli hanno dedicato tesi di laurea, documentari, libri fotografici e sociologici. E alcuni scrittori hanno rotto gli indugi e deciso di apparire in prima persona. Dai racconti ospitati, tra cui proprio quelli di Pinketts, o di Andrea Carlo Cappi o ancora di Stefano Di Marino, fino agli editoriali.

Questo che vi proponiamo, per gentile concessione del direttore, è l’editoriale di Edoardo Montolli (autore, tra gli altri del bestseller “Il Caso Genchi” sugli ultimi vent’anni della Repubblica) attualmente in edicola sul numero 2059 e che riguarda la responsabilità civile dei magistrati, tema a noi molto caro. Buona lettura.

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SE IL GIUDICE NON E’ RESPONSABILE

di Edoardo Montolli 

Si fa un gran parlare in questi giorni del decreto svuotacarceri e della responsabilità civile dei magistrati. Di giustizia, insomma. Oggi in galera ci sono 68144 persone a fronte di una capienza di 45654 posti. Troppe. Il decreto svuotacarceri prevede di farne uscire 3mila, che sconterebbero gli ultimi 18 mesi di pena ai domiciliari. Naturalmente questo è un Governo tecnico che bada alle questioni economiche e ritiene che così si risparmierebbero 380mila euro al giorno. Se potesse badare anche al diritto si accorgerebbe che il vero problema del sovraffollamento non sono i condannati a fine pena, ma gli spaventosi 14mila detenuti in attesa di giudizio. E i trentamila in totale che tuttora sono dentro senza che siano stati condannati definitivamente. Ossia trentamila, su 68000 mila, possibili innocenti. Nello Stato della favola dell’“innocente fino a prova contraria”, loro continueranno a star dentro. Non si tratta ovviamente di esagerazioni. Il monumentale Rapporto Eurispes del ’96 raccontava come, tra il 1980 e il 1994, degli oltre tre milioni e mezzo di cittadini finiti davanti al giudice, più di un milione e mezzo era stato assolto, e tra questi 313.000 prosciolti con la formula “il fatto non sussiste”. Poi, i numeri sulla giustizia italiana ha iniziato a snocciolarli la Corte per i diritti dell’Uomo di Strasburgo: dal 1959 al 2010 contiamo 1617 violazioni alla Convenzione, quasi il triplo della Francia, otto volte il Regno Unito, quindici volte la Germania, quasi 30 volte quelle della Spagna che ne conta appena 56. Tuttora abbiamo il 9,1 per cento delle cause pendenti a Strasburgo, dati in continua crescita. Vantiamo il record dell’intrusione dello Stato nella vita famigliare, con 131 sentenze di condanna (unici a tre cifre), molte delle quali per sottrazione illecita dei minori da parte dei giudici. E, naturalmente le lunghezze processuali sono devastanti, anche se abbiamo un terzo in più della media europea dei magistrati (1,39 ogni diecimila abitanti a fronte di 0,91). Non bastasse, facciamo processi pessimi, se si pensa alle 238 condanne per aver violato l’equo processo: vuoi per aver impedito di interrogare i testimoni, le vittime o gli accusatori. O perché l’imputato non è stato informato delle accuse. O ancora per assenza di difesa effettiva o incapacità dell’avvocato d’ufficio, o per processi conclusi solo per via della testimonianza delle vittime o ancora per imparzialità della pubblica accusa: così tante violazioni e disinteresse verso le poche ma fondamentali regole dei trattati firmati dall’Italia che la Corte Costituzionale, come vi informò tempo fa “Cronaca Vera”, lo scorso aprile emanò la sentenza 113 che di fatto apriva la strada alla revisione processuale anche in caso di condanna all’Italia da Strasburgo per violazione dell’“equo processo”. Questo accade anche perché in Italia c’è molta discrezionalità da parte dei magistrati nell’interpretazione delle leggi e delle convenzioni internazionali. Solo che a questa discrezionalità, se non vi è dolo o colpa grave, non corrisponde un’assunzione personale di responsabilità. Le promozioni così sono automatiche e le condotte disciplinari eventualmente sanzionabili prossime allo zero (secondo i dati emersi in Ordinamento Giudiziario (Cedam) di Daniela Cavallini, tra il 1999 e il 2006, su 1010 procedimenti disciplinari al Csm, 812 finirono in assoluzione o proscioglimento e solo 28 videro un provvedimento concreto, dal rallentamento di carriera a 6 espulsioni). Così, nei giorni scorsi, quando un emendamento alla Camera ha introdotto l’azione diretta di risarcimento civile verso i giudici da parte di chi abbia patito un torto, subito si sono levati gli scudi a difesa dell’autonomia della magistratura, che non potrebbe giudicare serenamente con l’incubo di sbagliare. Che è come dire che un chirurgo non opera per paura di uccidere il malato. Per essere chiari: non è che se il malato muore il chirurgo, o meglio la sua assicurazione, automaticamente paga, no. L’errore, come sempre, va dimostrato in tribunale. Però, se il malato muore, non si può nemmeno far finta di nulla e promuovere il chirurgo senza prima averne valutato le azioni. Perché di mezzo c’è la vita della gente. Proprio come in tribunale, dove in gioco c’è il valore più alto su cui si basa una democrazia, più alto della stessa salute: la libertà personale.

 

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2 Comments

  1. Luisa says:

    Salve ! Mi chiamo Luisa e vi scrivo per conto di mia madre di 86 anni la quale sostiene che nel 1934 “cronaca vera” veniva venduta col nome di ” cronaca nera” . Desidero sapere se è’ frutto della sua fantasia o se in effetti ricorda bene il passato. Grazie per l’attenzione .
    Luisa ninni

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