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Crociate, una storia che è tinta di verde e padanità

di GILBERTO ONETO

La storia delle Crociate è stipata di padanità: erano padani i primi crociati che sono entrati e Gerusalemme nel 1099 alla guida di Giovanni da Rho e di Guglielmo Embriaco, era padanissimo lo stendardo di San Giorgio che li proteggeva, erano padane (veneziane e genovesi) le navi che li trasportavano, era tutta veneziana la conquista di Costantinopoli nel 1204. Gran parte della lotta sul mare contro Saraceni e Turchi è stata sostenuta da Venezia e Genova, a Lepanto gran parte dei vascelli cristiani erano padani. Sulla terraferma non è stato molto diverso: a Poitiers e a Sabart le forze d’urto contro le schiere saracene erano longobarde, e anche Eugenio di Savoia era dei nostri. Si tratta di fatti piuttosto noti nei quali i Padani erano importanti comprimari. Molto meno conosciuto è invece il fatto che c’è stata una Crociata tutta padana, allestita e combattuta da Amedeo VI, Conte di Savoia e Signore del Piemonte, fra il 1366 e il 1367.

I fatti sono questi: Amedeo VI, detto il Conte Verde per la sua abitudine a vestire costantemente di verde (ma qualcuno potrebbe vederci un prodromico segno di padanità cromatica) è stato un sovrano attivissimo che ha costruito le basi dell’espansione sabauda in Padania, trasformando i suoi domini da un Pabstaat (“stato di valico”) un po’ periferico in uno stato proteso verso la pianura.

Amedeo VI  aveva conquistato il Canavese, Ivrea, Ciriè, Biella e Santhià, si era imposto come potenza dominante del Piemonte occidentale, aveva raggiunto favorevoli accordi con i Visconti e posto le basi per ulteriori acquisizioni verso occidente e verso il mare (che saranno concretizzate dal figlio Amedeo VII, il Conte Rosso). Era, nel 1364, nelle condizioni di potersene stare tranquillo a rafforzare il suo stato e a porre le basi per altre espansioni, a dare impulso all’economia e alle relazioni dei suoi possedimenti ma la pace non rientrava nella sua natura: Amedeo VI ha trent’anni e una grande voglia di avventure, di conquiste, di guerre e di spregiudicate trattative diplomatiche nelle quali era un maestro. E’ scosso da un’inquietudine che gli impedisce di stare fermo. Se nei suoi Stati regna la pace, egli andrà a cercare altrove l’avventura che gli dia gloria e guadagno.

Dopo i continui e inutili tentativi, protratti per quasi due secoli, di conservare una presenza cristiana in Terra Santa,  la gloriosa epopea delle Crociate si era chiusa nel 1291 con la caduta di San Giovanni d’Acri (Akko) che era l’ultimo baluardo europeo. Queste perdite non avevano però affievolito le speranze cristiane di liberare la Palestina che venivano ancora più frustrate dalla nascita e dalla prodigiosa crescita del potere turco che aveva spostato il centro del mondo islamico nella penisola anatolica. Fra il 1250 e il 1280 i Turchi erano riusciti a spingersi fin sulle coste dell’Egeo cacciando o sottomettendo le popolazioni rivierasche elleniche che vi vivevano da millenni in comunione con i Greci della madrepatria e che erano parte dell’Impero d’Oriente. Il sultano Osman succede al padre Erthogrul nella guida dei Turchi e inizia nel 1281 la lotta contro i Greci per la conquista della regione di Costantinopoli.

Dopo la quarta crociata (e l’occupazione veneziana), l’Impero aveva recuperato la propria capitale con Michele VIII Paleologo, che gli aveva fatto ritrovare un po’ di energia, ma era di nuovo declinato sotto il regno di Andronico II. L’arrivo dei Turchi davanti alle porte della capitale aveva anche spinto quel che restava dei domini imperiali in Europa a ribellarsi: si erano in pochi anni formati stati indipendenti di Greci, Serbi e Bulgari che erano attivamente impegnati  a combattere Costantinopoli e a farsi guerra fra di loro. Questa situazione di generale confusione aveva  anche determinato nel 1302 il fallimento  di una crociata di Catalani guidati da Roger de Flor.

Da questa situazione di confusione e degrado continuavano a trarre vantaggio i musulmani: nel 1299 Osman si era proclamato Emiro dei Turchi, nel 1308 cade Efeso, nel 1311  Khalil attraversa i Dardanelli e si insedia  a  Sesto (Ecebat). L’avanzata continua anche dopo la morte di Osman: nel 1326 i Turchi sono a Brusa (Bursa), nel 1329 a Nicea (Iznik), nel 1337 a Nicomedia (Izmit) e, dopo, tutta la Tracia cade in balia delle loro scorrerie.

L’Impero bizantino si riduce a una piccola striscia della costa asiatica del Mar di Marmara, alla Tracia, al Bosforo e alla valle inferiore del Vardar con Salonicco (Tessalonica). Non ha più esercito, non ha una flotta degna di questo nome, non ha conservato nessuna efficiente base economica; tutte le superstiti attività commerciali si concentrano quasi esclusivamente nella colonia genovese di Galata e in quella veneziana di  Pera, vicino a Costantinopoli e difese da mura e torri poderose, che costituiscono ciascheduna una sorta di stato nello stato.  Le ultime energie dell’Impero si consumano in lotte fratricide per il trono fra Andronico II e Andronico III (1322-1328), e fra Matteo Cantacuzeno e Alessio Apocauco (1341-1348). I contendenti si appellano di volta in volta ai Turchi o ai Serbi aumentando la confusione e accelerando la fine dell’Impero.

Anche i Serbi traggono ampi profitti dalla situazione: il loro re Stefano Duscian conquista vaste porzioni di territorio balcanico, si proclama zar e imperatore dei Serbi, Greci, Bulgari e Albanesi, conquista Adrianopoli e muore il 20 dicembre del 1355 sulla strada per Costantinopoli dove sognava di farsi incoronare imperatore nella basilica bizantina di Santa Sofia. La sua morte pone fine alla crescita serba (e alla possibilità dell’Impero di sopravvivere grazie alla vitalità dei popoli slavi), il suo dominio si frantuma in cento fazioni che iniziano sanguinose guerre civili, tutti sono contro tutti.

Ne approfittano ancora una volta i Turchi. Il successore di Osman si chiama Orkhan e smette il titolo di Emiro per assumere quello assai più prestigioso e significativo di Sultano. Nel 1354 i musulmani prendono Gallipoli e si assicurano il controllo dei Dardanelli nella colpevole indifferenza anche di Genovesi e Veneziani che sono troppo occupati a litigare fra di loro. I Sultani successivi proseguono nell’avanzata e nella sistematica occupazione dei territori bizantini: Suleiman prende Didimoteicon (Didimòtiho) nel 1357, Murad conquista Adrianopoli (Edirne) nel 1365.

L’Occidente si attarda in liti e discussioni, si vorrebbe aiutare Costantinopoli ma ci si ferma di fronte all’eresia della Chiesa orientale, allo scisma ostinato dei Greci.

Nel 1343 Anna di Savoia (zia di Amedeo VI e Reggente a Costantinopoli in nome del giovane figlio Giovanni V Paleologo) chiede a papa Clemente VI di intervenire in difesa dell’Impero promettendo di recedere dalle posizioni  religiose scismatiche e di riconoscere l’autorità di Roma. Il Pontefice interviene militarmente con l’aiuto di Venezia e dei Cavalieri di Rodi organizzando una spedizione che libera Smirne (Izmir) ma Costantinopoli non rispetta gli impegni presi e gli alleati se ne vanno.

Nel 1347 Giovanni V ripropone ancora una volta di ridiscutere l’unione religiosa, il Papa (stanco dell’atteggiamento dilatorio e levantino della controparte) risponde solo nel 1350 ma non ci si accorda sulla convocazione di un Concilio Ecumenico che dovrebbe dirimere definitivamente la questione. La trattativa dell’Imperatore con Avignone riprende nel 1356 (i Turchi sono ormai alle porte di Costantinopoli) ma tutti i sovrani d’Europa rifiutano di aiutarlo per disinteresse o per stanchezza nei confronti di un comportamento troppo ambiguo.

L’iniziativa per salvare i pochi brandelli rimasti di un grande Impero viene ripresa da Pietro I di Lusignano, re di Cipro (il solo che, assieme agli Armeni, dia prova di vigore nel combattere e resistere ai Turchi) che viene in Europa a sollecitare l’organizzazione di una Crociata: a Lione, nel maggio del 1362, riesce a convincere Giovanni II di Francia e Amedeo VI, conte di Savoia, a organizzare una spedizione militare. Il 1 aprile del 1364 Urbano V emana una serie di bolle per  favorire l’impresa. Secondo una di tali disposizioni, il conte di Savoia avrebbe avuto “tutti i proventi ecclesiastici, le decime sessennali, le elemosine, le donazioni e i legati dei suoi Stati per un periodo di 12 anni”. (1)  La Crociata doveva partire il 1 marzo 1365.  Ma l’8 aprile del 1364 muore improvvisamente il re di Francia e tutti i piani vengono sconvolti. Il re di Cipro tenta allora di convincere Venezia a prendere l’iniziativa: la Serenissima però subordina la sua partecipazione all’aiuto da parte dei Crociati per reprimere una rivolta a Creta, riproponendo un copione molto utilitaristico già sperimentato nella quarta crociata e che nessuno vuole ripercorrere.

Pietro di Lusignano decide alla fine di fare da solo e – appoggiato dai Cavalieri di Rodi – attacca e occupa per pochi giorni Alessandria d’Egitto (10 e 11 ottobre 1364). E’ una operazione disperata e velleitaria, senza nessun supporto e validità.

Nel frattempo i Turchi non smettono di avanzare: nel 1363 Murad I aveva costretto Giovanni V Paleologo a riconoscersi suo vassallo. Una nuova iniziativa viene intrapresa da Giovanni II Paleologo, Marchese del Monferrato e zio dell’Imperatore, che spera di coinvolgere almeno Genova e la Savoia. Ma i Genovesi si tirano indietro perché minacciati da un tentativo espansionistico dei Visconti, e così alla fine Amedeo VI decide di fare di testa sua e di correre da solo in aiuto del disgraziatissimo Impero. Era forse spinto anche da una ambizione dinastica: come cugino dell’imperatore e nipote di sua madre, l’imperatrice Anna, poteva infatti affermare dei suoi diritti su quel che restava dell’Impero, in contrasto con quelli dei Paleologo del Monferrato. Un antico contrasto locale fra la Savoia e il Monferrato trovava così un suo stravagante corollario in una  improbabile manovra di successione dinastica.

Solo nel 1365 si riesce a concertare un piano operativo: il Conte di Savoia avrebbe guidato una spedizione marittima per portare aiuto all’imperatore per cacciare i Turchi dalla Tracia mentre il re d’Ungheria avrebbe disceso con un esercito il Danubio per attaccare il nemico alle spalle e per proseguire il combattimento di concerto.

Come sempre, agli entusiasmi iniziali non corrispondono interventi concreti adeguati e i risultati dell’appello del Conte sono piuttosto scarsi:  solo Venezia si decide a concedere due galee.

Per nulla scoraggiato e dimostrando incredibile coraggio e determinazione, il Conte Verde noleggia 15 navi (6 a Venezia, 6 a Genova e 3 a Marsiglia), fa imbarcare i suoi nel porto provenzale, si reca ad Avignone per ottenere appoggi e benedizioni dal Pontefice e lascia il giorno 8 febbraio del 1366 il suo castello del Bourget. Si ferma a Milano (dove suo cognato Gian Galeazzo gli concede un mutuo di 20.000 fiorini e alcuni reparti militari), e prosegue per Venezia dove arriva il giorno 11. Nella grande città lagunare (che era allora una sorta di capitale mondiale della cultura, degli affari, ma anche delle mode più frivole) si attrezza di un ricco guardaroba di abiti per le varie occasioni (ma tutti rigorosamente verdi)  e parte il 20 giugno. Ecco come le Chroniques de Savoye descrivono la partenza: “Riunite le genti in Venezia e fatta l’ordinanza, il Conte diede a tutti i baroni e cavalieri giubbe di velluto verde ornate dei nodi d’amore delle sue insegne, ricamati in oro: d’argento erano i nodi sulle giubbe date agli scudieri. Poi il Conte se ne uscì dal palazzo: di velluto verde era vestito, e così i suoi baroni che lo seguivano a due a due. Al suono delle trombe sfilarono davanti a San Marco; con ammirazione li contemplavano i Veneziani e dicevano: siano benedetti!”. (2)

Le due galee  di Venezia con a bordo il Conte e il suo seguito (una era comandata da Federico Corner) raggiungono Corfù il 6 luglio e il 17 dello stesso mese sono a Corone (Koròni), dove si riuniscono alle navi provenienti da Marsiglia. Il Conte si dirige verso Negroponte con una squadra di 17 navi battenti bandiera sabauda. Una formazione di avanguardia di 4 vascelli, al comando dell’ammiraglio Stefano de la Baume, precede di poche ore il grosso della flotta per avvistare l’eventuale presenza di navi turche. La spedizione si compone in tutto di circa 2.000 uomini: ci sono un centinaio di cavalieri savoiani, borgognoni, francesi e piemontesi, ci sono i balestrieri, gli arcieri e i pavesari arruolati a Genova e ad Avignone e ci sono le milizie lombarde guidate da Cesare Visconti, figlio naturale di Galeazzo. L’assistenza spirituale è assicurata da un buon numero di religiosi, fra cui fra Bertrando da Milano e fra Gregorio da Brescia. Nel complesso, un bel concentrato di padanità.

La flotta arriva a Negroponte (Eubea) il 2 agosto. Qui, come un fulmine a ciel sereno, giunge la notizia che l’imperatore Giovanni V era stato sequestrato  dallo zar bulgaro Giovanni Shishman per vendetta contro Greci e Ungheresi. E’ una ulteriore prova dell’inconsistenza dell’Impero il cui sovrano può venire rapito come un viandante qualsiasi. Ma è anche una inattesa complicazione che costringe Amedeo VI a modificare gli obiettivi della spedizione: non più una Crociata contro i Turchi musulmani ma una campagna contro i Bulgari cristiani per liberare il sovrano fantoccio di un regno ormai agonizzante. La Crociata viene privata della sua originaria idealità.

La sosta a Negroponte dura due settimane poi si viene a sapere che i Serbi stavano attaccando il grosso dell’armata turca ad Adrianopoli. (Edirne). Si decide di approfittare dell’impegno degli avversari per portare un colpo di mano contro Gallipoli (Gelibolu), il punto di collegamento sui Dardanelli fra l’Anatolia e l’Europa, per interrompere il passaggio dei rifornimenti turchi alle truppe impegnate in Tracia. Alla flotta sabaudo-padana si uniscono alcuni vascelli inviati da Francesco Gattilusio, signore di Mitilene (Mytilini). L’attacco ha inizio il 22 agosto, i nostri sbarcano sulla penisola e attaccano le mura della città con lunghe scale e con grande impegno e valore. Cadono molti cavalieri ma la città viene presa e, nella notte del 25, i Turchi la abbandonano precipitosamente e lasciano ai Cristiani il controllo dello stretto. Dopo avere installato una guarnigione a Gallipoli, la flotta arriva il 4 settembre al Corno d’Oro e attracca al porto di Pera con la collaborazione del Balivo veneziano e nella sostanziale indifferenza della Corte bizantina, ormai rassegnata al proprio destino, occupata in fragorose dispute intestine e timorosa che il Conte Verde potesse trasformarsi in un altro conquistatore.

Amedeo VI tocca con mano la drammaticità della situazione e lo squallore decadente della corte imperiale (così diversa dalla sobria dignità del suo dominio alpino) e – se mai ha avuto qualche ambizione dinastica – vi rinuncia velocemente e saggiamente. Chiarisce con veemenza la sua posizione con l’imperatrice Elena che, rassicurata, gli concede due galee e 12.000 iperperi d’oro in cambio dell’impegno a condurre una spedizione per la liberazione dell’imperatore. La flotta viene ulteriormente rafforzata con alcune galee veneziane di Pera e parte per la costa bulgara del Mar Nero il 4 ottobre.

Il 6 ottobre il Conte è davanti a Lorfenal, il 17 effettua uno sbarco a Sozopoli (Sozopol) e vi lascia un presidio, il 20 occupa Anchialo (Aheloj), il 21 è davanti a Mesembria (Nesebar) e la assalta. Si tratta di località che erano cadute in mano ai Bulgari nel 1307. Il 25 ottobre arriva a Varna, lascia un presidio a Eimone (Emieh) e manda una ambasceria a Ternovo (Tarnovo), dove si trovava lo zar bulgaro, per trattare la liberazione di Giovanni V. Il grosso delle forze si installa il 24 novembre a  Mesembria, dove organizza i propri acquartieramenti invernali. Le trattative si protraggono per due mesi e comprendono gli sforzi per liberare anche Antonio, figlio naturale di Bernabò Visconti, finito chissà come in mano ai Bulgari.

Finalmente, il 23 gennaio, si ottiene la liberazione dell’imperatore che può tornarsene a Costantinopoli. Questo significa la fine della spedizione militare e il giorno 8 aprile il Conte lascia le città conquistate consegnandole ai Bizantini.

La flotta lascia Costantinopoli il 10 giugno, il 14 è a Gallipoli. La città è consegnata ai Greci che poco dopo la ridanno ai Turchi che si erano fino a quel punto trattenuti dall’attaccarla per timore dei Crociati. Questo atteggiamento pavido e rinunciatario dei Greci è alla base della decisione del Conte di non far valere i suoi diritti dinastici (come già detto) ma anche di porre fine alla spedizione. Abituato a lottare con coraggio e caparbietà per difendere e allargare i propri domini, si sarà sicuramente trovato a disagio nel difendere uno stato che basava la propria esistenza sull’intrigo, il tradimento, il doppio gioco e la corruzione. Il contatto con il verminaio bizantino lo avrà sicuramente spinto ad anticipare il ritorno fra i suoi duri ma onesti montanari di stirpe ligure e celtica.

Il 16 giugno è all’isola di Tenedo, il 22 a Negroponte, il 4 luglio arriva in Morea (Peloponneso), e poi viene trionfalmente accolto a Durazzo, (14 luglio), a Ragusa (17 luglio), a Lesina (21 luglio), a Zara (24 luglio), a Rovigno (28 luglio) e il 29 a Venezia. Tutti corrono a festeggiare e a salutare il conquistatore di Gallipoli e il liberatore dell’Imperatore.

Il rientro in patria non è diretto, da Venezia si reca a Roma, da Urbano V, a riferire sulla spedizione e a lucrare vantaggi politici dal suo successo militare e di immagine. Il Conte rientra in Savoia solo il 10 dicembre 1367, quasi due anni dopo la sua partenza.

Quale è stato il bilancio di tutta l’operazione?

La spedizione non è stata un disastro economico solo grazie all’aiuto finanziario del  cognato Galeazzo e all’incameramento di un prestito dell’imperatore che doveva servire come pegno per un viaggio a Roma per porre fine allo scisma, viaggio che non ci sarà mai.

L’avventura non ha portato nessun giovamento all’Impero greco, né militarmente, né moralmente. Come si è visto, Gallipoli è stata riconsegnata ai Turchi subito dopo la partenza delle navi crociate e le città liberate sul Mar Nero sono state perse nel giro di qualche anno. L’Impero era ormai logorato al suo interno e neppure l’esempio di un eroico manipolo di combattenti poteva servire a dare coraggio o energia a chi aveva ormai rinunciato a combattere e a vivere, e non aveva più nessuna forza interiore. L’impresa aveva anche dimostrato la notevole qualità militare dei Padani che, pure in numero molto limitato, erano riusciti a incutere timore e rispetto a soverchianti forze bulgare e turche. Resta la tristezza del pensare a quanti dolori e problemi si sarebbe risparmiata l’Europa (alcuni di questi si protraggono fino ai nostri giorni) se avesse seguito l’esempio di Amedeo VI bloccando in Asia l’avanzata turca e mettendo ordine con le armi in tutta la turbolenta area.

E’ probabile che il Conte si fosse lanciato in quella spedizione per seguire una sua vitale predisposizione all’avventura, per il sincero desiderio di difendere la Cristianità e un sovrano di cui era stretto parente, ma anche nella speranza di trarne vantaggi pratici personali. Non sappiamo quanto vigore di intenzionalità ci fosse nelle aspirazioni dinastiche al trono imperiale; in ogni caso queste ambizioni sono subito (come si è visto) cadute di fronte alla presa d’atto delle catastrofiche condizioni dell’Impero e della sua classe dirigente: non si aspira a un trono precario e disastrato. Amedeo VI era uomo troppo abile, pratico e pragmatico per subordinare i suoi interessi concreti a dei sogni decadenti.

Il vero vantaggio acquisito dall’operazione è stato di prestigio personale. L’aureola di quelle avventure avrebbe circondato Amedeo VI, accresciuto il suo prestigio negli affari politici italiani, richiamato su di lui l’attenzione delle grandi potenze del tempo. Dalla dimensione di piccola potenza provinciale, i Savoia sono assurti – grazie al Conte Verde – per la prima volta alla grande politica mediterranea.

Una spedizione sul Mar Nero ha iniziato un percorso che si è concluso con un’altra spedizione militare, sullo stesso mare, cinque secoli dopo. In qualche modo l’espansione sabauda in Padania è passata da Gallipoli.

NOTE

(1) - Francesco Cognasso, Il Conte verde. Il Conte rosso (Dall’Oglio : Milano, 1989), pagg.134-135

(2) - Ibidem, pag. 139-140

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In collaborazione con “I quaderni padani”

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4 Responses to “Crociate, una storia che è tinta di verde e padanità” Subscribe

  1. Unione Cisalpina 22 giugno 2012 at 12:50 pm #

    beh, kuà, Oneto, salvo l’apprezzamento, kome sempre, x l’impegno, kualità di studio, ricerka e divulgazione storike, kulturali e di kostume nostre,

    permettimi di non essere orgoglioso di kueste gesta kosì kome non lo sono x kuelle di Teodolinda ke maramalda, inmpose il kattolicesimo romano ai longobardi nonostante la forte opposizione dei duki di fede ariana… kulto a kuale auspikerei ke i cisalpini di rito romano(sempre ‘sto impostore di mezzo), protestanti, si riavvicinassero autonomamente…

  2. Maciknight 22 giugno 2012 at 11:58 am #

    L’ottimo articolo di Oneto affronta una situazione poco conosciuta ma non ultima, della decadenza dell’Impero bizantino ma anche dello squallore delle potenze occidentali sempre in lotta tra loro e per la successione e tra cortigiani (vil razza dannata), come si dimostrerà ulteriormente circa un secolo dopo gli avvenimenti narrati, quando l’imponente esercito ottomano di Maometto II fu fermato nei Balcani da poche migliaia di guerrieri locali guidati dai loro leader carismatici, i Vladika per i montenegrini, Vlad Țepeș III detto Dracul Voivoda di Valacchia e Giorgio Castriota Scanderbeg Principe di Albania ed Epiro. LASCIATI SOLI DALLE POTENZE EUROPEE, compreso il cristianissmo Re d’Ungheria. Se c’è stato il tempo per fermarli successivamente in alcune grandi battaglie navali e terrestri è grazie a questi semisconosciuti UOMINI e guerrieri, che come il Conte Verde appartenevano a piccoli principati locali ma di valore, non ancora compromessi dalla politica della peggior specie

  3. Giovanni Schiavon 21 giugno 2012 at 7:31 pm #

    Grazie Oneto per questo bel articolo storico. Sono un suo fedele e affezionato lettore (la seguivo all’epoca anche su Radio Padania).

  4. Maciknight 21 giugno 2012 at 7:15 pm #

    Fu Bonifacio I Marchese di Monferrato nominato Comandante della IV Crociata ad avere l’idea del trasporto per mare delle truppe e vettovagliamenti, anziché il solito disastroso e mortale viaggio per terra, e fu lui a rivolgersi al vecchio Enrico Dandolo nominato da poco Doge di Venezia, che nonostante fosse cieco di vedeva benissimo con la mente, e colse al volo l’occasione per riprendersi Zara, assaltare Costantinopoli, porre le basi per controllare il mar Nero e porre le basi per diventare un impero coloniale marittimo … Bonifacio si accontentò del Regno di Tessalonica, e morì poco dopo per un’imboscata dei Bulgari

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