Crisi: crollano fatturati e ordini.

di REDAZIONE

La crisi tiene sotto scacco l’economia italiana, divorando il giro d’affari e mandando in fumo migliaia d’imprese. E la morsa della recessione e’ diventata ancora piu’ stringente negli ultimi mesi. A certificarlo sono i dati arrivati da Istat e Unioncamere sullo stato di salute dell’industria e del tessuto imprenditoriale. Tutte cattive notizie. L’Istituto nazionale di statistica registra per febbraio un calo del fatturato pari al 4,7% su base annua. Si tratta del quattordicesimo ribasso consecutivo, in peggioramento rispetto a gennaio. Ancora piu’ forte e’ la caduta degli ordini, con una flessione del 7,9% a confronto con l’anno precedente. Un dato che mette una seria ipoteca anche sui prossimi mesi. Le commesse, infatti, sono un termometro per l’attivita’ futura.

Intanto l’Unione italiana delle camere di commercio fa sapere che tra gennaio e marzo il saldo tra nascite e chiusure aziendali rileva il ‘deficit’ piu’ ampio dal 2004, ovvero dall’inizio della serie storica. Mancano all’appello oltre 30 mila imprese. Un record negativo frutto dell’ulteriore contrazione delle aperture e di un’impennata nelle cessazioni. A soffrire e’ soprattutto il settore artigianale, bacino di mestieri e tradizioni. D’altra parte il motore dell’economia italiana, l’industria, e’ in agonia. Il fatturato colleziona segni meno: in un solo mese perde l’1%. E se tiene sui mercati esteri poco conta, visto che su base annua cede all’interno dei confini il 6,7%. Inoltre, se si guarda ai dati grezzi, non corretti per gli effetti di calendario, il ‘rosso’ complessivo diventa ancora piu’ pesante (-8,6%). Analizzando i diversi settori, si salvano le attivita’ estrattive, l’alimentare, la produzione di farmaci. In particolare fa bene la fabbricazione di computer e prodotti di elettronica (+10,5%). Per tutti gli altri comparti gli affari vanno male, spicca il tonfo registrato dalla fabbricazione di mezzi di trasporto, con gli autoveicoli che sprofondano (-18,1%). Stesso discorso vale per gli ordinativi: in trenta giorni cedono il 2,5%, arretrando anche all’estero.

Agli affanni dell’industria si aggiungono i dati di Unioncamere. L’iniziativa imprenditoriale, fiore all’occhiello del nostro Paese, si spegne davanti a una crisi senza fine. Sempre meno persone trovano le risorse e il coraggio di dare vita ad una nuova attivita’. Chi gia’ e’ sul mercato, invece, si vede costretto a chiudere i battenti. Con un saldo negativo tra aperture e cessazioni pari a 31.351 unita’ i primi tre mesi del 2013 vengono archiviati come il peggior trimestre dell’ultimo decennio. La contrazione dei consumi sta con tutta probabilita’ dietro questo bollettino di guerra. A pagare il prezzo piu’ caro, sottolinea l’Unioncamere, sono stati, ancora una volta, gli artigiani. Dai falegnami ai fabbri, dai fotografi ai sarti, sono oltre 20 mila le attivita’ andate perse, piu’ dei due terzi del totale.

Dati dell’anagrafe delle imprese alla mano sotto il profilo territoriale, tutte le macro-ripartizioni geografiche chiudono il trimestre in ‘rosso’. Ma la battuta d’arresto piu’ forte, in termini relativi, la subisce il Nord-Est. La situazione per il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, impone di fare presto. ”Lo stallo politico determinatosi a seguito dei risultati elettorali pesa”, sottolinea, augurandosi che quanto prima il Parlamento ”sia messo in condizione di operare”. Di ”strage” parla il Comitas, l’associazione delle microimprese italiane: ”Le aziende familiari, quelle che hanno svolto per anni il ruolo nascosto di ammortizzatori sociali e palestra di esperienze soprattutto per i giovani, sono & 8211; spiega – le piu’ colpite dalla crisi”.

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