DAL1929 AD OGGI, CAUSA E CURA DELLE CRISI ECONOMICHE

di MURRAY NEWTON ROTHBARD

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L’attuale crisi, al contrario delle speranze postulate dall’autore, ha rilancato le fallimentari teorie keynesiane, che hanno portato – come leggerete di seguito – all’attuale situazione che stiamo vivendo. Del resto, in Italia e non solo, la conoscenza di Mises e della “Scuola Austriaca di economia”, è una chimera. Scuole pubbliche ed università statalizzate non hanno mai avuto interesse nel divulgare quanto il grande studioso viennese aveva intuito e teorizzato. Lo stesso ex ministro Tremonti, che cita Toni Negri e Galbraith, è l’esempio fulgido di quali pessimi elementi siano finiti a governare questo stivale. (Elleffe).

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Viviamo in un mondo di eufemismi. I becchini sono diventati “impresari di pompe funebri,” gli agenti della stampa sono ora “consiglieri di pubbliche relazioni” ed i portieri sono stati tutti trasformati in “soprintendenti.” In ogni settore, i semplici fatti sono stati avvolti in nebulosi travestimenti.

Non di meno è stato così anche per l’economia. Ai vecchi tempi, eravamo abituati a soffrire crisi economiche quasi periodiche, l’inizio improvviso delle quali era chiamato “panico,” ed il prolungato periodo post-panico era chiamato “depressione.”

La depressione più famosa nei tempi moderni, naturalmente, è stata quella che cominciò con un tipico attacco di panico finanziario nel 1929 e durò fino all’avvento della Seconda Guerra Mondiale. Dopo il disastro del 1929, gli economisti ed i politici decisero che questo non doveva accadere mai più. Il modo più facile per riuscire in questa soluzione era, semplicemente, di eliminare le “depressioni” dall’esistenza. Da quel punto in avanti, l’America non avrebbe sofferto ulteriori depressioni. Perché quando la prossima dura depressione arrivò, nel 1937-38, gli economisti si rifiutarono semplicemente di usare quel terribile nome, e fornirono una nuova, molto più morbida parola: “recessione.” Da lì in poi, siamo passati per parecchie recessioni, ma non una sola depressione. Ma abbastanza presto la parola “recessione” è anch’essa diventata troppo dura per la fragile sensibilità del pubblico americano. Ora sembra che abbiamo avuto la nostra ultima recessione nel 1957-58. Perché da allora, abbiamo avuto soltanto “cali,” o, ancora meglio, “rallentamenti,” o “spostamenti laterali.” Così siate sereni; d’ora in poi, le depressioni e perfino le recessioni sono state prescritte dalla volontà semantica degli economisti; d’ora in poi, il peggio che ci possa mai capitare sono dei “rallentamenti.” Tali sono le meraviglie della “Nuova Economia.”

Per 30 anni, gli economisti della nostra nazione hanno adottato la visione del ciclo economico tenuta dal tardo economista britannico, John Maynard Keynes, che creò l’Economia Keynesiana, o “Nuova Economia” postulata nel suo libro più famoso, la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, pubblicato nel 1936. Sotto i loro diagrammi, la matematica e il gergo disordinato, l’atteggiamento dei keynesiani verso l’espansione e la correzione è di pura semplicità. Se c’è inflazione, allora la causa si suppone sia la “spesa eccessiva” da parte del pubblico; la cura presunta è che il governo, l’autonominato stabilizzatore e regolatore dell’economia della nazione, imponga alla gente di spendere di meno, “assorbendo il loro eccesso di potere d’acquisto” con l’aumento delle tasse. Se c’è una recessione, d’altro canto, questa è stata causata da insufficienti spese private e la cura adesso è che il governo aumenti la propria spesa, preferibilmente con i deficit, aggiungendola quindi al flusso aggregato di spesa della nazione (Quanto sta accadendo dal 2008 ad oggi è proprio da riferirsi a quanto poc’anzi scritto da Rothbard, ndr).

L’idea che l’aumento della spesa pubblica o i soldi facili siano un “bene per gli affari” e che i tagli di bilancio o i soldi più difficili siano un “male” pervade persino i giornali e le riviste più conservatrici. Queste pubblicazioni inoltre prenderanno per certo che sia un sacro dovere del governo federale dirigere il sistema economico sulla stretta strada fra gli abissi della depressione da un lato e dell’inflazione dall’altro, dato che l’economia di mercato si presume che tenda sempre a soccombere ad uno di questi mali.

Tutte le attuali scuole di economia hanno la stessa attitudine. Notate, per esempio, il punto di vista del dott. Paul W. McCracken, il prossimo presidente del Consiglio dei Consulenti Economici del presidente Nixon. In un’intervista al New York Times subito dopo aver assunto la carica [il 24 gennaio 1969], il dott. McCracken ha asserito che uno dei principali problemi economici che la nuova amministrazione deve affrontare è “come raffreddare questa economia inflazionistica senza allo stesso tempo provocare inaccettabili livelli di disoccupazione. In altre parole, se l’unica cosa che vogliamo fare è raffreddare l’inflazione, questo potrebbe essere fatto. Ma le nostre tolleranze sociali sulla disoccupazione sono ristrette.” E ancora: “Penso che qui noi dobbiamo trovare la nostra strada. Noi non abbiamo realmente molta esperienza nel provare a raffreddare un’economia in modo ordinato. Abbiamo pestato sui freni nel 1957, ma, naturalmente, abbiamo ottenuto un allentamento sostanziale nell’economia”.

Notate l’attitudine fondamentale del Dott. McCracken verso l’economia: notevole solo in quanto condivisa da quasi tutti gli economisti di oggi. L’economia è trattata come un paziente potenzialmente guaribile, ma sempre problematico e recalcitrante, con una tendenza continua a ricadere in maggiore inflazione o disoccupazione. La funzione del governo è di essere il vecchio, saggio manager e medico, sempre vigile, sempre al lavoro per mantenere il paziente economico in buone condizioni. Comunque, qui il paziente economico si suppone chiaramente essere l’oggetto, ed il governo come “medico” il padrone.

Era non molto tempo fa che questo genere di atteggiamento e di politica veniva chiamato “socialismo”; ma viviamo in un mondo di eufemismi, ed ora utilizziamo etichette di gran lunga meno dure, come “moderazione” o “libera impresa illuminata.” Viviamo ed impariamo.

Quali sono, dunque, le cause delle depressioni periodiche? Dobbiamo rimanere sempre agnostici circa le cause delle espansioni e delle contrazioni? È realmente vero che i cicli economici sono radicati in profondità all’interno dell’economia di mercato e che quindi una qualche forma di pianificazione di governo è necessaria se desideriamo mantenere l’economia all’interno di un certo genere di limiti stabili? Le espansioni e le contrazioni semplicemente accadono, o una fase del ciclo scorre logicamente dall’una all’altra?

L’atteggiamento che attualmente va di moda nei confronti del ciclo economico risale, in realtà, a Karl Marx. Marx vide che, prima della Rivoluzione Industriale risalente al tardo XVIII secolo, non c’erano state espansioni e contrazioni regolarmente ricorrenti. Ci sarebbe stata una crisi economica improvvisa ogni volta che un certo re avesse fatto una guerra o confiscato la proprietà dei suoi sudditi; ma non c’era segno dei peculiari fenomeni moderni delle oscillazioni generali e ragionevolmente regolari nelle fortune e negli affari, delle espansioni e delle contrazioni. Poiché questi cicli sono inoltre comparsi sulla scena quasi nello stesso momento della comparsa dell’industria moderna, Marx concluse che i cicli economici erano una caratteristica inerente dell’economia di mercato capitalista. Tutte le varie scuole correnti di pensiero economico, a prescindere dalle loro altre differenze ed alle differenti cause che attribuiscono al ciclo, concordano su questo punto vitale: che questi cicli economici nascono in qualche luogo in profondità, all’interno dell’economia di mercato. La colpa è dell’economia di mercato insomma. Karl Marx credeva che le depressioni periodiche sarebbero diventate sempre peggiori, fino a muovere le masse alla rivolta e alla distruzione del sistema, mentre gli economisti moderni credono che il governo possa stabilizzare con successo le depressioni ed il ciclo. Ma tutte le parti sono d’accordo che il difetto si trova in profondità, all’interno dell’economia di mercato e che se c’è qualcosa che può salvare la situazione, dev’essere una qualche forma di massiccio intervento del governo.

Ci sono, tuttavia, alcuni problemi critici nell’assunto che l’economia di mercato sia la colpevole. Perché la “teoria economica generale” ci insegna che la domanda e l’offerta tendono sempre ad essere in equilibrio nel mercato e che quindi i prezzi dei prodotti così come i fattori che contribuiscono alla produzione tendono sempre verso un certo punto di equilibrio. Anche se delle variazioni dei dati, che avvengono continuamente, impediscono sempre che l’equilibrio venga raggiunto, non c’è niente nella teoria generale del sistema di mercato che giustifica delle fasi regolari e ricorrenti di espansione e contrazione del ciclo economico.

Gli economisti moderni “risolvono” questo problema semplicemente mantenendo la loro teoria generale del mercato e dei prezzi e la loro teoria del ciclo economico in compartimenti separati e sigillati, con i due che non si riuniscono mai, ancor meno si integrano a vicenda. Gli economisti, purtroppo, hanno dimenticato che c’è soltanto un’economia e quindi soltanto una teoria economica integrata. Né la vita economica né la struttura della teoria può o dovrebbe essere in compartimenti stagni; la nostra conoscenza dell’economia o è un intero integrato o non è. Tuttavia la maggior parte degli economisti sono soddisfatti di applicare teorie per l’analisi generale dei prezzi e per i cicli economici completamente separate e, effettivamente, reciprocamente esclusive. Non possono essere veri scienziati economici finché che sono soddisfatti di continuare a lavorare in questo modo primitivo.

Ma ci sono problemi ancora più gravi relativamente al metodo attualmente alla moda. Gli economisti non vedono un problema particolarmente critico perché non si preoccupano di quadrare le loro teorie del ciclo economico e dei prezzi generali: il fallimento peculiare della funzione imprenditoriale in tempi di crisi economica e depressione. Nell’economia di mercato, una delle funzioni più vitali dell’uomo d’affari è di essere un “imprenditore,” un uomo che investe nei metodi produttivi, che compra attrezzature e assume forza lavoro per produrre qualcosa che non è sicuro che gli procurerà un ritorno. In breve, la funzione imprenditoriale è la funzione di previsione del futuro incerto. Prima di intraprendere qualsiasi investimento o linea di produzione, l’imprenditore, o “impresario,” deve valutare i costi futuri e presenti e i redditi futuri e quindi valutare se e quanto profitto guadagnerà dall’investimento. Se prevede bene e significativamente meglio dei suoi concorrenti in affari, otterrà dei profitti dal suo investimento. Migliori saranno le sue previsioni, più alti saranno i profitti che introiterà. Se, d’altro canto, è un cattivo pronosticatore e sopravvaluta la richiesta del suo prodotto, soffrirà delle perdite ed abbastanza presto sarà spinto fuori dal commercio (mercato, ndr).

L’economia di mercato, allora, è un’economia di profitti e di perdite, in cui l’acume e l’abilità degli imprenditori nel fare affari sono misurate dai profitti e dalle perdite che raccolgono. L’economia di mercato, inoltre, contiene un meccanismo incorporato, un genere di selezione naturale, che assicura la sopravvivenza e la prosperità del migliore nelle previsioni economiche e la raschiatura dei peggiori. Perché maggiori sono i profitti raccolti dai migliori pronosticatori, maggiori diventano le loro responsabilità negli affari, e più avranno a disposizione da investire nel sistema produttivo. Dall’altro lato, alcuni anni di perdite subite spingeranno i pronosticatori e gli imprenditori peggiori fuori dagli affari e li spingeranno nella truppa degli impiegati stipendiati.

Se, allora, l’economia di mercato ha un meccanismo incorporato di selezione naturale per i buoni imprenditori, questo significa che, generalmente, non ci dovremmo aspettare molte aziende che subiscono perdite. E, infatti, se osserviamo l’economia in un giorno o un anno medio, troveremo che le perdite non sono molto diffuse. Ma, in quel caso, il fatto strano che bisogna spiegare è questo: com’è che, periodicamente, nei momenti all’inizio delle recessioni e particolarmente nelle ripide depressioni, il mondo degli affari sperimenta improvvisamente un enorme grappolo di gravi perdite? Arriva un momento in cui le aziende, gli imprenditori in precedenza molto astuti nella loro capacità di realizzare profitti ed evitare le perdite, in modo improvviso e sconcertante si trovano, quasi tutti, a soffrire delle perdite severe ed inspiegabili? Come mai?

Qui c’è un fatto molto importante che ogni teoria delle depressioni deve spiegare. Una spiegazione come “sottoconsumo” – un calo nelle spese totali dei consumatori – non è sufficiente, per una cosa, perché ciò che necessità di essere spiegato è perché gli uomini d’affari, in grado di prevedere ogni tipo di cambiamento e di sviluppo economico precedenti, si dimostrano completamente e catastroficamente incapaci di prevedere questo presunto calo nella domanda dei consumatori. Perché questo guasto improvviso nell’abilità di prevedere?

Un’adeguata teoria delle depressioni, allora, deve tener conto della tendenza dell’economia a muoversi attraverso successive espansioni e contrazioni, senza mostrare segni di stabilirsi in una qualche approssimativa situazione di equilibrio dal movimento scorrevole, o quietamente progressivo. In particolare, una teoria della depressione deve tener conto del gigantesco gruppo di errori che compare rapidamente ed improvvisamente ad un certo punto della crisi economica e indugia nel periodo di depressione fino al recupero.

E c’è un terzo fatto universale di cui una teoria del ciclo deve tener conto. Invariabilmente, espansioni e contrazioni sono molto più intense e gravi nelle “industrie dei beni capitali” – industrie che fanno macchine ed attrezzature, che producono materie prime industriali o costruiscono gli impianti industriali – che nelle industrie che producono beni di consumo. Qui c’è un altro fatto della vita del ciclo economico che deve essere spiegato – ed ovviamente non può essere spiegato da teorie della depressione come la popolare dottrina del sottoconsumo: ovvero quella che dice che i consumatori non spendono abbastanza in beni di consumo. Perché se il colpevole è la spesa insufficiente, allora come mai le vendite al dettaglio sono quelle che cadono per ultime e di meno in una depressione, e come mai la depressione in effetti colpisce le fabbriche di macchine utensili, beni strumentali, costruzione e materie prime? Per contro, sono queste industrie che realmente prendono il volo nelle fasi inflazionistiche dell’espansione del ciclo economico e non le aziende che servono il consumatore.

Un’adeguata teoria del ciclo economico, allora, deve anche spiegare l’intensità ben maggiore delle espansioni e delle contrazioni nelle industrie di beni non di consumo, o “beni produttivi.”

Fortunatamente, una teoria corretta della depressione e del ciclo economico esiste, anche se è universalmente trascurata nell’economia attuale. Anch’essa ha una lunga tradizione nel pensiero economico. Questa teoria cominciò con il filosofo ed economista scozzese del XVIII° secolo David Hume e con l’eminente economista classico inglese dell’inizio del XIX° secolo David Ricardo. Essenzialmente, questi teorici videro che un’altra istituzione cruciale si era sviluppata a metà del XVIII° secolo, accanto al sistema industriale. Era l’istituzione delle attività bancarie, con la sua capacità di ampliare il credito e la massa monetaria (in primo luogo, sotto forma di soldi di carta, o banconote, e più successivamente sotto forma di depositi a vista, o conti correnti, immediatamente redimibili in contanti alla banca). Erano le operazioni di queste banche commerciali, come questi economisti avevano visto, la chiave per i misteriosi cicli ricorrenti di espansione e contrazione, o di boom and bust, che aveva disorientato gli osservatori fin dalla metà del XVIII° secolo.

L’analisi ricardiana del ciclo economico diceva più o meno così: le monete naturali che emergono come tali sul mercato libero mondiale sono prodotti utili, in genere oro ed argento. Se la moneta fosse limitata semplicemente a questi prodotti, l’economia funzionerebbe nel complesso come fa in mercati particolari: un regolare assestamento della domanda e dell’offerta e quindi nessun ciclo di espansioni e contrazioni.

Ma l’iniezione di credito bancario aggiunge un altro elemento cruciale e disgregativo. Perché la banca espande il credito e quindi la moneta bancaria sotto forma di note o depositi che sono teoricamente redimibili a richiesta in oro, ma in pratica chiaramente non lo sono. Per esempio, se una banca ha 1000 once di oro nei suoi forzieri ed emette ricevute di deposito istantaneamente redimibili per 2500 once di oro, ha chiaramente emesso 1500 once più di quante possa eventualmente riacquistarne. Ma a condizione che non si verifichi una concertata “corsa” alla banca per incassare queste ricevute, le sue ricevute di deposito funzionano sul mercato come equivalenti ad oro, e quindi la banca ha potuto ampliare la massa monetaria del paese di 1500 once d’oro.

Le banche, allora, cominciano allegramente ad ampliare il credito, dato che più lo ampliano maggiori saranno i loro profitti. Questo provoca l’espansione della massa monetaria all’interno di un paese, diciamo l’Inghilterra. Con l’aumento di fornitura di moneta di carta e bancaria in Inghilterra, i redditi nominali e le spese degli inglesi aumentano, e l’aumento di soldi spinge in alto i prezzi delle merci inglesi. Il risultato è inflazione e un’espansione [boom] all’interno del paese.

Ma questa espansione inflazionistica, mentre procede allegramente per la sua strada, sparge i semi della propria fine. Perché mentre la massa monetaria ed i redditi inglesi aumentano, gli inglesi cominciano a comprare più merci dall’estero. Ancora, con i prezzi inglesi che salgono, le merci inglesi cominciano a perdere la loro competitività con i prodotti di altri paesi che non hanno inflazionato, o lo hanno fatto ad un grado minore. Gli inglesi cominciano a comprare di meno nel paese e più all’estero, mentre gli stranieri comprano di meno in Inghilterra e più nel loro paese; il risultato è un deficit nella bilancia dei pagamenti inglese, con le esportazioni inglesi che cadono nettamente sotto le importazioni. Ma se le importazioni superano le esportazioni, questo significa che i soldi devono uscire dall’Inghilterra verso i paesi stranieri. E di quali soldi si tratterà? Certamente le banconote o i depositi non inglesi, dato che i francesi o i tedeschi o gli italiani hanno poco o nessun interesse nel tenere i loro fondi bloccati nelle banche inglesi. Questi stranieri quindi prenderanno le loro banconote e depositi e li presenteranno alla banca inglese per la controvalutazione in oro – e l’oro sarà il tipo di moneta che tenderà ad uscire con insistenza dal paese mentre l’inflazione inglese continua sulla sua strada. Ma questo significa che i soldi inglesi di credito bancario si staranno sempre più accumulando in cima ad una piramide la cui base d’oro diminuisce costantemente nei forzieri delle banche inglesi. Come l’espansione continua, la nostra ipotetica banca amplierà l’emissione delle proprie ricevute di deposito da, diciamo 2500 once, a 4000 once, mentre la sua base d’oro diminuisce a, diciamo, 800 (parte è stata richiesta dall’estero). Con l’intensificazione di questo processo, la banca finalmente si spaventerà. Perché le banche, dopo tutto, sono costrette a rispettare i loro debiti in contanti, e i loro contanti se ne stanno andando velocemente, mentre i loro debiti si accumulano. Quindi, le banche finalmente perderanno la calma, arresteranno la loro espansione del credito e per salvarsi, contrarranno i prestiti bancari in sospeso. Spesso, questa ritirata è precipitata in bancarotta dalla corsa alla banca del pubblico, che a sua volta stava diventando sempre più nervoso per la condizione sempre più vacillante delle banche della nazione.

La contrazione bancaria inverte la situazione economica; contrazione e crollo [bust] seguono l’espansione, il [boom]. Le banche abbassano la cresta e le aziende soffrono mentre monta la pressione per il rimborso e la contrazione del debito. Il calo nella fornitura di moneta bancaria, a sua volta, conduce ad un calo generale dei prezzi inglesi. Come la massa monetaria e i redditi calano, e i prezzi inglesi sprofondano, le merci inglesi diventano relativamente più attraenti rispetto ai prodotti stranieri e la bilancia dei pagamenti si inverte, con le esportazioni che superano le importazioni. Con l’oro che ora scorre nel paese e con la contrazione della moneta bancaria in cima ad una base d’oro in espansione, la condizione delle banche diventa molto più solida.

Questo è, allora, il significato della fase di depressione del ciclo economico.

Si noti che è una fase che nasce, inevitabilmente nasce, dal precedente boom espansivo. È l’inflazione precedente che rende la fase di depressione necessaria. Possiamo vedere, per esempio, che la depressione è il processo tramite cui l’economia di mercato corregge, elimina gli eccessi e le distorsioni dell’espansione inflazionistica precedente e ristabilisce una condizione economica sana. La depressione è la reazione sgradevole, ma necessaria, alle distorsioni ed agli eccessi dell’espansione precedente.

Perché, allora, il ciclo successivo comincia? Perché i cicli economici tendono ad essere ricorrenti e continui? Perché quando le banche hanno recuperato abbastanza bene e sono in una condizione più sana, sono allora in una posizione sicura per procedere nel loro percorso naturale di espansione del credito bancario, ed il prossimo boom procede sulla sua strada, spargendo i semi per l’inevitabile crollo seguente.

Se le attività bancarie sono la causa del ciclo economico, non sono anche le banche una parte dell’economia di mercato privata, e non possiamo quindi dire che il libero mercato è ancora il colpevole, pur se soltanto nel segmento delle attività bancarie di quel libero mercato? La risposta è no! Perché le banche, per una ragione, non potrebbero mai ampliare il credito di concerto se non fosse per l’intervento e l’incoraggiamento del governo.

Perché se le banche fossero davvero competitive, ogni espansione del credito di una banca si accumulerebbe rapidamente sui debiti di quella banca verso i relativi concorrenti, ed i suoi concorrenti chiederebbero rapidamente alla banca in espansione di rispettarli in contanti. In breve, una banca rivale richiederebbe la restituzione in oro o contanti come fanno gli stranieri, salvo che il processo è molto più veloce e trancerebbe qualsiasi incipiente inflazione in fasce prima ancora che possa cominciare. Le banche possono espandersi confortevolmente all’unisono soltanto quando esiste una banca centrale, essenzialmente una banca governativa, che gode di un monopolio del governo, e di una posizione privilegiata imposta dal governo sull’intero sistema bancario. È solo da quando è stata creata una banca centrale che le banche hanno potuto espandersi per tutto il tempo ed il familiare ciclo economico ha avuto il suo inizio nel mondo moderno.

La banca centrale acquista il suo controllo sul sistema bancario da misure governative quali: rendere le sue proprie passività moneta a corso legale per tutti i debiti ed esigibile con le tasse; garantire alla banca centrale il monopolio dell’emissione delle banconote, contrapposte ai depositi (in Inghilterra la Banca d’Inghilterra, la banca centrale stabilita dal governo, aveva il monopolio legale delle banconote nella zona di Londra); o con il chiaro obbligo per le banche di usare la banca centrale come loro cliente per il deposito delle loro riserve di contanti (come negli Stati Uniti con il loro sistema della Riserva Federale).

Non che le banche protestino per questo intervento; perché è l’istituzione della banca centrale che permette l’espansione a lungo termine del credito bancario, dal momento che l’espansione delle banconote della banca centrale fornisce un’aggiunta alle riserve di contanti per l’intero sistema bancario e consente a tutte le banche commerciali di ampliare insieme il loro accreditamento. La banca centrale funziona come un accogliente cartello obbligatorio bancario per espandere le passività delle banche; e le banche possono quindi espandere una più grande base di contanti sotto forma di banconote della banca centrale così come d’oro.

Ora vediamo, infine, che il ciclo economico è determinato, non da qualche misterioso fallimento dell’economia del libero mercato, ma proprio l’opposto: a causa dell’intervento sistematico del governo nel processo del mercato. L’intervento del governo determina l’espansione bancaria e l’inflazione e, quando l’inflazione termina, la successiva depressione-correzione entra in gioco.

La teoria ricardiana del ciclo economico afferrava gli elementi essenziali di una teoria corretta del ciclo: la natura ricorrente delle fasi del ciclo, la depressione come intervento di correzione nel mercato piuttosto che dall’economia del libero mercato.

Ma due problemi erano fino ad ora rimasti inspiegati: perché questo mucchio improvviso di errori nel mercato, il fallimento improvviso della funzione imprenditoriale, e perché le fluttuazioni sono notevolmente maggiori nelle industrie dei beni produttivi che in quelle di beni di consumo? La teoria ricardiana spiegava soltanto i movimenti nel livello di prezzi, nel commercio generale; non c’era indizio di spiegazione delle reazioni molto diverse nelle industrie di beni capitale e di beni di consumo.

La teoria corretta e interamente sviluppata del ciclo economico è stata infine scoperta ed esposta dall’economista austriaco Ludwig von Mises, quando era un professore all’Università di Vienna. Mises (nella foto) ha sviluppato gli indizi della sua soluzione al problema vitale del ciclo economico nel suo monumentale libro “Teoria della moneta e del credito”, pubblicato nel 1912 e ancora, quasi 60 anni dopo, il migliore libro sulla teoria della moneta e delle attività bancarie. Mises ha sviluppato la sua teoria del ciclo durante gli anni Venti del Novecento ed è stato messo a conoscenza del mondo anglofono dal suo seguace principale, Friedrich A. von Hayek, che arrivò da Vienna per insegnare alla Scuola di Economia di Londra all’inizio degli anni Trenta e che ha pubblicato, in tedesco ed in inglese, due libri che applicano ed elaborano la teoria del ciclo di Mises: “Teoria monetaria e il ciclo economico” e “Prezzi e produzione”.

Dato che Mises e Hayek erano austriaci, e rientravano nella tradizione dei grandi economisti austriaci del XIX° secolo, questa teoria è conosciuta come la “Teoria austriaca” (o “Teoria monetaria del sovrainvestimento”) del ciclo economico. Elaborando gli studi ricardiani, sulla teoria generale “austriaca,” e sul suo proprio genio creativo, Mises ha sviluppato la seguente teoria del ciclo economico: senza espansione di credito bancario, la domanda e l’offerta tendono ad equilibrarsi attraverso il sistema libero dei prezzi, e nessuna espansione o contrazione cumulative può quindi svilupparsi. Solo il governo, per mezzo della propria banca centrale, stimola l’espansione di credito bancario ampliando le passività della banca centrale e quindi le riserve di contanti di tutte le banche commerciali della nazione. Le banche, allora, continuano ad espandere il credito e di conseguenza la massa monetaria della nazione sotto forma di note di deposito.

Come i ricardiani hanno visto, questa espansione della moneta bancaria spinge in alto i prezzi delle merci e causa quindi l’inflazione. Ma, Mises ha mostrato, fa anche qualcos’altro e qualcosa di ancor più sinistro. L’espansione di credito bancario, versando nuovi fondi di prestito nel mondo degli affari, abbassa artificialmente il tasso di interesse nell’economia, sotto il suo livello nel libero mercato.

Sul mercato libero e non ostacolato, il tasso di interesse è determinato puramente dalle “preferenze temporali” di tutti gli individui che compongono l’economia di mercato. Perché l’essenza di un prestito è che un “bene attuale” (denaro che può essere usato nel presente) viene scambiato per un “bene futuro” (una promessa che può essere usata soltanto in un certo momento nel futuro). Poiché la gente preferisce sempre i soldi subito alla presente prospettiva di ottenere la stessa quantità di soldi in un certo momento nel futuro, il bene presente comanda sempre un premio nel mercato rispetto a quello futuro. Questo premio è il tasso di interesse e la sua grandezza varierà secondo il grado a cui le persone preferiscono il presente al futuro, ovvero, il grado delle loro preferenze temporali.

Le preferenze temporali delle persone determinano inoltre il limite fino al quale la gente risparmierà ed investirà, rispetto a quanto consumerà. Se le preferenze temporali delle persone dovessero cadere, ovvero, se il loro grado di preferenza per il presente rispetto al futuro scende, allora tenderanno a consumare di meno ora e a risparmiare e ad investire di più; allo stesso tempo e per lo stesso motivo, anche il tasso di interesse, il tasso di sconto temporale, scenderà. Lo sviluppo economico si verifica in gran parte come risultato della caduta dei tassi della preferenza temporale, che conduce ad un aumento proporzionale di risparmio e investimento rispetto al consumo, ed anche ad un calo del tasso d’interesse.

Ma che cosa accade quando il tasso di interesse scende, non a causa di preferenze temporali più basse e di un maggiore risparmio, ma per l’interferenza del governo che promuove l’espansione di credito bancario? In altre parole, se il tasso di interesse scende artificialmente, a causa di un intervento, piuttosto che naturalmente, come conseguenza dei cambiamenti nelle valutazioni e nelle preferenze del pubblico dei consumatori?

Quello che succede è un pasticcio. Perché gli uomini d’affari, vedendo scendere il tasso di interesse, reagiscono come sempre e farebbero e dovrebbero fare di fronte ad un tale cambiamento dei segnali del mercato: investono di più nel capitale e nei beni produttivi. Gli investimenti, specialmente in progetti che consumano tempo, che in precedenza sembravano non redditizi appaiono ora vantaggiosi, a causa del calo del peso dell’interesse. In breve, gli uomini d’affari reagiscono come reagirebbero se il risparmio fosse veramente aumentato: ampliano il loro investimento in attrezzature durevoli, in beni di investimento, in materia prima industriale, nella costruzione rispetto alla loro produzione diretta di beni di consumo.

Le aziende, in breve, prendono in prestito felicemente la moneta bancaria recentemente espansa che arriva a tassi più convenienti; usano i soldi per investire in beni capitali, e alla fine questi soldi vengono pagati in più alti affitti e in più alti stipendi agli operai nelle industrie di beni capitali. L’aumentata richiesta delle aziende spinge in alto i costi della manodopera, ma le aziende pensano di poter pagare questi costi più alti perché sono stati imbrogliati dall’intervento governativo-bancario nel mercato dei prestiti e dalla sua alterazione decisivamente importante del segnale del tasso d’interesse del mercato.

Il problema arriva non appena gli operai ed i proprietari – in gran parte i primi, poiché la maggior parte del reddito lordo delle aziende è pagato coi salari – cominciano a spendere la nuova moneta bancaria che hanno ricevuto sotto forma di stipendi più alti. Perché le preferenze temporali del pubblico non si sono davvero abbassate; il pubblico non vuole risparmiare di più. Così gli operai hanno cominciato a consumare la maggior parte del loro nuovo reddito, in breve per ristabilire le vecchie proporzioni di risparmio/consumo. Ciò significa che riorientano le spese nuovamente verso le industrie di beni di consumo e non risparmiano e investono abbastanza per comprare le macchine di nuova produzione, i beni strumentali, le materie prime industriali, ecc. Tutto questo si rivela come un’improvvisa depressione acuta e continua nelle industrie dei beni produttivi.

Una volta che i consumatori hanno ristabilito le loro proporzioni desiderate di consumo/investimento, si rivela così che le aziende avevano investito troppo nei beni capitali e sottoinvestito nei beni di consumo. Le aziende sono state sedotte dall’alterazione governativa e dall’abbassamento artificiale del tasso di interesse, e si sono comportate come se fosse a disposizione un maggior risparmio per investimenti che in realtà non c’era. Non appena la nuova moneta bancaria è filtrata nel sistema ed i consumatori hanno ristabilito le loro vecchie proporzioni, è diventato evidente che non c’era sufficiente risparmio per comprare tutti i beni produttivi, e che le aziende avevano investito male il limitato risparmio disponibile. Le aziende avevano investito in modo eccessivo in beni capitali ed sottoinvestito nei generi di consumo.

L’espansione inflazionistica conduce così a distorsioni del sistema della produzione e dei prezzi. I prezzi delle materie prime e del lavoro nelle industrie di beni capitali sono stati spinti durante l’espansione troppo in alto per essere vantaggiosi una volta che i consumatori hanno riaffermato le loro vecchie preferenze consumo/investimento. La “depressione” allora è vista come la fase necessaria e salutare con cui l’economia di mercato può tirarsi fuori dalla palude e liquidare gli investimenti sbagliati e antieconomici dell’espansione e ristabilire quelle proporzioni fra consumo ed investimento che veramente sono desiderate dai consumatori. La depressione è il processo doloroso ma necessario tramite cui il mercato libero abbandona gli eccessi e gli errori dell’espansione e ristabilisce l’economia di mercato nella sua funzione di servizio efficiente per la massa dei consumatori. Dal momento che i prezzi dei fattori di produzione si sono alzati troppo nell’espansione, questo significa che al prezzo del lavoro e delle merci in queste industrie di beni capitali dev’essere permesso di scendere fino a riprendere gli adeguati rapporti del mercato.

Dato che gli operai riscuotono in modo ragionevolmente rapido la nuova moneta sotto forma di più alti salari, com’è possibile che le espansioni possano durare per anni senza rivelare i loro investimenti sbagliati, senza che i loro errori dovuti all’alterazione dei segnali del mercato diventino evidenti, così che il processo di depressione-correzione cominci il suo lavoro?

La risposta è che le espansioni sarebbero di durata molto più breve se l’espansione del credito bancario e la caduta successiva del tasso di interesse sotto il livello del libero mercato non fossero state un unico affare. Ma il punto è che l’espansione del credito non è unica; continua senza sosta, non concedendo mai ai consumatori la possibilità di ristabilire le loro proporzioni preferite di consumo e di risparmio, non permettendo mai che l’incremento dei costi nelle industrie di beni capitali si agganci al rialzo inflazionistico dei prezzi. Come il ripetuto doping di un cavallo, l’espansione è mantenuta nel suo corso sempre davanti alla sua inevitabile punizione, con dosi ripetute dello stimolante del credito bancario. È soltanto quando l’espansione del credito bancario deve infine arrestarsi, o perché la condizione delle banche sta diventando precaria o perché il pubblico comincia a vacillare davanti alla continua inflazione, che arriva infine la punizione dell’espansione. Non appena l’espansione del credito si arresta, il pifferaio dev’essere pagato e gli inevitabili riaggiustamenti liquidano gli errati eccessi di investimento della espansione, con la riaffermazione di una maggiore enfasi proporzionale sulla produzione dei beni di consumo. Quindi, la teoria misesiana del ciclo economico tiene conto di tutti i nostri enigmi: la natura ripetuta e ricorrente del ciclo, l’enorme mucchio di errori imprenditoriali, l’intensità ben maggiore dell’espansione e della contrazione nelle industrie dei beni capitali.

Mises, quindi, assegna con esattezza la colpa per il ciclo sull’espansione inflazionistica del credito bancario azionata per mezzo dell’intervento del governo e della sua banca centrale. Cosa dice Mises su ciò che dovrebbe esser fatto, diciamo dal governo, una volta che la depressione arriva? Qual è il ruolo del governo nella cura della depressione?

In primo luogo, il governo deve cessare di inflazionare appena possibile. È vero che questo porterà inevitabilmente l’espansione inflazionistica ad un brusco arresto e comincerà l’inevitabile recessione o depressione. Ma più a lungo il governo aspetta a farlo, peggiori dovranno essere i riaggiustamenti necessari. Prima si arriva alla depressione-correzione, meglio è.

Questo significa, anche, che il governo non deve provare mai a risollevare le situazioni di aziende non sane; non deve mai salvare o prestare soldi alle aziende in difficoltà. Farlo prolungherà semplicemente l’agonia e convertirà una fase acuta e rapida di depressione in malattia prolungata e cronica. Il governo non deve provare mai ad alzare i tassi dei salari o i prezzi dei beni capitali; agire in tal modo prolungherebbe indefinitamente e ritarderebbe il completamento del processo di depressione-correzione; causerebbe una depressione indefinita e prolungata e disoccupazione di massa nelle industrie dei vitali beni capitali. Il governo non deve provare a inflazionare ancora, per uscire della depressione. Perché anche se questa nuova inflazione avesse successo, seminerebbe soltanto maggiori difficoltà più avanti (“Ciò che si vede e ciò che non si vede” di Bastiat, ndr). Il governo non deve fare niente per incoraggiare il consumo e non deve aumentare la propria spesa, perché questo accrescerebbe ulteriormente il rapporto sociale di consumo/investimento. In effetti, tagliare il bilancio pubblico migliorerebbe tale rapporto. Quello di cui l’economia ha bisogno non sono maggiori spese di consumo ma maggior risparmio, per convalidare alcuni degli eccessivi investimenti dell’espansione.

Quindi, ciò che il governo dovrebbe fare, secondo l’analisi misesiana della depressione, è assolutamente niente. Dovrebbe, dal punto di vista della salute dell’economia e della conclusione della depressione il prima possibile, mantenere una politica rigorosa di “laissez-faire.” Qualsiasi cosa faccia ritarderà ed ostruirà il processo di correzione del mercato; meno fa, più velocemente il processo di correzione del mercato farà il suo lavoro, ed un sano recupero economico seguirà.

La prescrizione misesiana è così l’esatto opposto di quella keynesiana: il governo tenga le mani assolutamente fuori dall’economia e si limiti ad arrestare la propria inflazione ed a tagliare la propria spesa.

Oggi, è stato completamente dimenticato, anche fra gli economisti, che la spiegazione e l’analisi della depressione misesiane ottennero un grande avanzamento precisamente durante la Grande Depressione degli anni Trenta: la stessa depressione che è sempre mostrata ai difensori dell’economia di libero mercato come il più grande singolo e catastrofico fallimento del capitalismo del “laissez faire.” Non fu niente del genere!

Il 1929 fu reso inevitabile dall’ampia espansione di credito bancario in tutto il mondo occidentale durante gli anni Venti: una politica adottata deliberatamente dai governi occidentali e soprattutto dal sistema della Riserva Federale negli Stati Uniti. Era stato reso possibile dal fallimento del mondo occidentale di tornare ad una vera parità aurea dopo la Prima Guerra Mondiale, e concedere così più spazio per le politiche inflazionistiche del governo. Tutti ora pensano al presidente Coolidge come credente nel “laissez faire” ed in un’economia di mercato non ostacolata; non lo era e, tragicamente, in nessun altro campo meno di quanto lo fosse nel campo della moneta e del credito. Sfortunatamente, i peccati e gli errori dell’intervento di Coolidge furono attribuiti ad un’inesistente economia di libero mercato.

Se Coolidge rese il 1929 inevitabile, fu il presidente Hoover che prolungò e rese più profonda la depressione, trasformandola da una tipica depressione acuta, ma in via di scomparizione, in un male prolungato e quasi letale, un male “curato” soltanto dall’olocausto della Seconda Guerra Mondiale. Hoover, non Franklin Roosevelt, fu il fondatore della politica del “New Deal”: essenzialmente l’uso massiccio dello Stato per fare esattamente ciò che la teoria misesiana sconsiglia di più: alzare i tassi dei salari sopra i loro livelli di mercato, alzare i prezzi, gonfiare il credito e prestare soldi alle aziende instabili. Roosevelt portò soltanto avanti, ad un maggior grado, quello a cui Hoover aveva aperto la strada. Il risultato per la prima volta nella storia americana, fu una depressione quasi perpetua e una disoccupazione di massa quasi permanente. La crisi di Coolidge si era trasformata nella prolungata depressione senza precedenti di Hoover-Roosevelt.

Ludwig von Mises aveva predetto la depressione durante lo splendore della grande espansione degli anni Venti – un tempo, proprio come oggi, in cui economisti e politici, armati di una “nuova economia” di inflazione perpetua e con nuovi “strumenti” forniti dal sistema della Riserva Federale, proclamavano una perpetua “Nuova Era” di prosperità permanente garantita dai nostri saggi dottori economici a Washington. Ludwig von Mises, solo e armato di una corretta teoria del ciclo economico, fu uno dei rari economisti a predire la Grande Depressione, e quindi il mondo economico fu obbligato ad ascoltarlo con rispetto.

F.A. Hayek diffuse la notizia in Inghilterra ed i più giovani economisti inglesi stavano tutti, all’inizio degli anni Trenta, cominciando ad adottare la teoria del ciclo misesiana per la loro analisi della depressione – ed anche ad adottare, naturalmente, la prescrizione di una politica rigorosamente di mercato che si accompagnava a questa teoria.

Purtroppo, gli economisti ora hanno adottato la nozione storica del signor Keynes: che nessun “economista” classico avesse avuto una teoria del ciclo economico fino a quando Keynes non arrivò nel 1936. C’era una teoria della depressione; era la tradizione economica classica; la sua prescrizione era una rigorosa moneta solida e “laissez faire”; e la si stava adottando velocemente, in Inghilterra e perfino negli Stati Uniti, come la teoria accettata del ciclo economico. (una particolare ironia è che il principale promotore “austriaco” negli Stati Uniti nella prima metà degli anni Trenta non era altri che il professor Alvin Hansen, che molto presto diventerà il più noto discepolo keynesiano in questo paese.). Quello che affondò la crescente accettazione della teoria del ciclo misesiana fu semplicemente la “Rivoluzione Keynesiana” – lo stupefacente repulisti che la teoria keynesiana fece del mondo economico subito dopo la pubblicazione della Teoria Generale nel 1936. Non è che la teoria di Mises sia stata confutata con successo; fu semplicemente dimenticata nella corsa per arrampicarsi sul carro keynesiano, improvvisamente divenuto di moda (chiaro, tale teoria rendeva i politici “indispensabili”, ndr). Alcuni degli aderenti principali alla teoria di Mises – che chiaramente sapevano meglio come stavano le cose – cedettero al vento della nuova dottrina, e ottennero in cambio posti nelle più prestigiose università americane.

Ma ora l’arci-keynesiano Economist di Londra ha recentemente affermato che “Keynes è morto.” Dopo più di un decennio in cui hanno affrontato taglienti critiche teoriche e confutazioni dai testardi fatti economici, i keynesiani sono ora in generale e massiccia ritirata. Ancora una volta, si sta riconoscendo con riluttanza che la massa monetaria ed il credito bancario svolgono un ruolo principale nel ciclo. I tempi sono maturi: per una riscoperta, una rinascita, della teoria di Mises del ciclo economico. Non sarà mai troppo presto; se mai dovesse succedere, il fatto che l’intero concetto di un’Assemblea fatta di Consiglieri economici dello Stato venisse spazzato via in modo da vedere una grande ritirata del governo dalla sfera economica.

Ma affinché tutto questo possa accadere, il mondo dell’economia, e un pubblico molto vasto, devono essere informati dell’esistenza di una spiegazione del ciclo economico che è rimasta trascurata su uno scaffale per troppi, tragici anni.

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