E’ UN MONDO ANTI-CAPITALISTA, MA NON PERDO L’OTTIMISMO

di STEFANO MAGNI

La crisi economica è sotto gli occhi di tutti. Chiunque, anche chi scrive, ne è stato colpito e potrebbe subire effetti ancora peggiori nel prossimo futuro.

Al fianco della crisi economica, però, un’altra crisi avanza, invisibile e incompresa: quella culturale. Ad essere colpiti, in questo caso, non sono i nostri posti di lavoro, o i nostri conti in banca, ma il diritto di proprietà, la libertà individuale, la privacy, la stessa vita. Tutti i cardini di una società aperta, sono già fortemente erosi. Peggio ancora: è a furor di popolo che si invoca la loro parziale o totale soppressione.

Esagero? Neanche per idea. Proviamo a vedere che cosa succede in Italia. La “lotta all’evasione” ha distrutto un bel pezzo del nostro stato di diritto e nessuno se ne lamenta. Se prelevi più di una somma stabilita arbitrariamente per legge dal tuo conto in banca devi motivare che cosa andrai a pagare. Non sei più libero di usare i tuoi stessi soldi come vuoi. Se un negoziante non ti rilascia lo scontrino, sei spinto a denunciarlo. Una delle nuove applicazioni per l’iPhone, tassa.li, è uno strumento di delazione automatica: scrivi l’importo dello scontrino non rilasciato e mandi la denuncia alla Guardia di Finanza. Sarà il Gps del tuo cellulare a segnalare la posizione dell’evasore. Questi strumenti da Unione Sovietica, non solo non vengono condannati da nessuno (a parte uno sparuto gruppo di liberali), ma sono molto popolari. Sempre nuovi strumenti di delazione, nascono spontaneamente. Sempre più fanatici iniziano a proporre ronde di picchiatori contro gli evasori. Così come la maggioranza dell’opinione pubblica ha approvato l’uso indiscriminato delle intercettazioni telefoniche (“tanto io non ho nulla da nascondere”), oggi la stessa maggioranza silenziosa vorrebbe che lo Stato monitorasse ogni singolo conto privato, ogni singola spesa, ogni singolo ricavo di tutti i cittadini italiani. Secondo i sondaggi fatti dal blitz della Guardia di Finanza a Cortina in poi, i tre quarti degli italiani ritengono che la lotta all’evasione sia prioritaria quanto la lotta al terrorismo. Una percentuale analoga ritiene che possa essere calpestato il diritto alla privacy (e magari anche altri diritti individuali?) nel nome della guerra all’evasore.

Il governo Monti, per tappare il buco del bilancio pubblico, non fa altro che alzare le tasse, rischiando di prolungare e peggiorare la recessione del Paese. E nessuno ritiene che sbagli, perché la sua popolarità è ancora ai massimi livelli. Anche perché l’italiano medio ritiene ormai che sia lo Stato a dover garantire il posto di lavoro e lo stipendio, la pensione e i servizi. Non viene neanche in mente la frase “lasciami lavorare, lasciami guadagnare”. Ci riteniamo dipendenti dallo Stato, riteniamo di poter vivere solo grazie a questo astratto ente pubblico, che ci sottrae risorse per elargirci elemosine (quando vuole, se vuole e a chi vuole). Un’ulteriore prova di questa deriva culturale è rappresentata dalle uniche opposizioni al governo Monti: IdV, Lega e Sel sono tutti partiti che ricorrono alla retorica anti-capitalista per condannare il governo in carica. Le uniche opposizioni sociali sono le corporazioni e i sindacati, che si scagliano contro i progetti di liberalizzazioni (poche e parziali) di Monti per difendere le loro rendite statali dirette e indirette. L’unica ondata di sdegno dei politici democraticamente eletti contro Monti, è avvenuta quando l’esecutivo ha deciso di bocciare le Olimpiadi di Roma, rifiutando (giustamente, questa volta) di spendere un’altra vagonata di miliardi di euro del contribuente. Sta anche tornando l’estremismo. La Tav è solo un pretesto: dietro alle proteste c’è una rivolta (di una minoranza organizzata e ben visibile) contro il capitalismo e la modernità. Le scritte delle BR, con tanto di stella rossa, stanno ricominciando a comparire sui muri delle grandi città. E’ solo una questione di tempo prima che inizino gambizzazioni ed esecuzioni, come negli anni ’70.

Da quel che si capisce, visti tutti questi elementi, la nostra non è dunque una crisi solo economica, né una crisi di democrazia. Ma una crisi culturale. Manca la cultura necessaria per far ripartire la crescita, perché ci siamo tutti appiattiti sullo Stato. Manca la cultura per mandare a casa un governo che non è nemmeno stato eletto, perché le opposizioni sarebbero ancora più dannose, abbastanza da minare ancor di più la nostra società aperta. Se si votasse oggi, potrebbe vincere una coalizione di destra o di sinistra, ma comunque sarebbe una maggioranza contro il capitalismo, contro i diritti individuali, che agirebbe nel nome della difesa della “comunità” dalle incertezze del mercato, aumenterebbe ancora il prelievo forzoso delle nostre ricchezze, incrementerebbe ancora la spesa pubblica a favore dei gruppi di pressione più forti.

Parlo dell’Italia, ma il problema è generale. In Francia il candidato che verrebbe votato dalla maggioranza dei francesi, il socialista François Hollande, promette di imporre una tassa del 75% sui redditi di 1 milione di euro. E’ una misura da lotta di classe, che presuppone che i ricchi siano in colpa in forza della loro ricchezza e debbano essere puniti con l’esproprio. Come in Unione Sovietica.

Purtroppo stiamo assistendo a una deriva analoga anche negli Stati Uniti, la patria della libertà per eccellenza. Barack Obama ha quasi concluso quattro anni di politiche socialiste, aumentando la spesa pubblica e il debito come mai era avvenuto nella storia recente americana. E’ incoraggiato da presunti profeti dell’economia, come Paul Krugman, che ritengono che la via della salvezza passi da un maggior debito e persino una maggiore inflazione. Non importa scaricare l’uno e l’altra sulle spalle delle prossime generazioni (che dovranno pagare un conto salatissimo): tanto “nel lungo periodo siamo tutti morti”, come ricordava mastro Keynes. E gli americani come reagiscono? Si votasse oggi, sceglierebbero ancora Obama, stando a tutti i sondaggi. E chi sta emergendo fra gli oppositori? A parte il candidato repubblicano istituzionale, Mitt Romney, che è un Obama di destra, si fa strada Rick Santorum, il peggior esponente del populismo cattolico. Un uomo a cui la libertà economica sta stretta, già solo come principio teorico. “Niente libertà senza responsabilità”, continua a ripetere. D’accordo: quale responsabilità? Quella nei confronti della comunità. Ah, andiamo bene! E Santorum non si accontenta di questo. Vuole estendere il suo senso di “responsabilità” (collettiva) anche per limitare la libertà personale. Non solo vieterebbe le unioni civili fra gay e considererebbe l’aborto un reato equiparabile a un omicidio, ma, in generale, vorrebbe condannare la separazione fra Stato e Chiesa. Che è un valore predicato persino dallo stesso Papa Benedetto XVI, un principio cardine (oserei dire: il principio cardine) di tutte le società aperte. Anche negli Usa hanno un grave problema culturale, più ancora che economico.

E che dire delle società non libere? In Russia si sono finalmente stancati dello strapotere di Vladimir Putin e della sua cricca di ex ufficiali sovietici. Il problema di Putin è quello di essere ancora troppo legato agli schemi e all’ideologia dell’ex Unione Sovietica, da cui derivano tutte le sue storture: nazionalizzazione economica, centralizzazione amministrativa, repressione della libertà di espressione, una politica estera ancora antagonista alle democrazie occidentali e aggressiva nei confronti degli Stati vicini (Europa centrale compresa). Ma le opposizioni che scendono in piazza contro Putin, non gli rimproverano affatto di essere troppo sovietico, ma semmai troppo poco sovietico. Secondo un sondaggio che mi è capitato sotto gli occhi di recente e mi ha lasciato letteralmente scioccato, il 70% dei russi non vuole più democrazia, ma un “uomo forte”. Rifiutano la corruzione, ma vogliono uno Stato potente: con maggiori poteri repressivi. Fra i manifestanti anti-Putin dominano le bandiere giallo-nere-bianche dei nazionalisti. Che poi sono i figli di quella mentalitù imperialista formatasi ai tempi dell’Urss, cresciuti nel mito di Stalin e della Grande Guerra Patriottica, razzisti che non disdegnano l’internazionalismo sovietico, se inteso come dominazione sugli altri popoli “inferiori”. Saranno anche una minoranza organizzata, non l’espressione della maggioranza. Ma una cosa è certa: sono gli unici visibili. E se in Russia si potesse votare liberamente, c’è da scommettere che sarebbero loro a dettare l’agenda di un eventuale governo “democratico”. Perché la società russa non ha anticorpi liberali. Gli ultimi dieci anni di cultura e retorica anti-capitalista li hanno distrutti tutti.

Vediamo tutti, infine, i risultati della Primavera Araba. In Egitto competono gli integralisti dei Fratelli Musulmani con gli ancora più integralisti Salafiti. In Tunisia vincono i fondamentalisti, così come in Marocco, in Libia e persino nelle elezioni parzialmente libere del piccolo e ricco Kuwait. Ovunque si voti, l’agenda che prevale è sempre quella: legge coranica, lotta al capitalismo finanziario “usuraio”, repressione delle minoranze, emarginazione delle donne, guerra a Israele e all’Occidente. In tutto il Medio Oriente islamico non sono mai esistiti anticorpi liberali. Ma in questi dieci anni non si sono neppure sviluppati. E l’onda lunga della retorica anti-capitalista che arriva dalle democrazie occidentali, di sicuro contribuisce ad ammazzarli sul nascere. In Afghanistan, dopo undici anni di presenza militare occidentale, non solo non è nata alcuna forza politica che voglia assimilare i valori democratici e liberali, ma stanno addirittura tornando alla ribalta i Talebani. Basta diffondere una notizia (probabilmente anche falsa) che alcune copie del Corano sono state bruciate, che la folla insorge e 30 persone perdono la vita. Un bell’Afghanistan stiamo lasciando! E’ tutto da vedere cosa possano portare le rivoluzioni in Siria (se vincono i ribelli) e in Iran (se ricomincia l’Onda Verde), ma i precedenti in Egitto, Libia e Tunisia non lasciano molte speranze.

I risultati più frustranti li possiamo vedere in America Latina. Negli anni ’90 pareva essersi quasi del tutto liberata da dittature populiste e da regimi comunisti, relegando Cuba al ruolo di piccolo residuo del passato. Dopo i primi anni del 2000, non solo vediamo che il regime comunista cubano è ancora in piedi (e continua a far vittime), ma che sta addirittura facendo scuola. Emuli populisti di Castro, provenienti indifferentemente dall’estrema destra e dall’estrema sinistra, si sono saldamente insediati al potere in Venezuela, Bolivia, Nicaragua (dove è tornato al governo, questa volta perché votato, il vecchio dittatore comunista Ortega), Ecuador. Mentre il populismo di sinistra fa breccia in Brasile, in Argentina e in misura minore anche in Cile.

Della Cina si sa poco. Ma da quel pochissimo che emerge dai meandri del Partito Comunista (che ancora detiene un potere politico assoluto) si può intuire che il prossimo corso sarà più socialista e meno riformatore. Già i marxisti-leninisti di Pechino avevano mal digerito una politica di liberalizzazione economica “imposta dalle circostanze”. Adesso che è il sistema liberale ad entrare in crisi, perché mai dovrebbero turarsi ancora il naso? Prima o poi c’è da aspettarsi che la Cina spazzi via la sua libertà economica e torni al maoismo, così come Stalin, nel secolo scorso, spazzò via la Nuova Politica Economica e tornò al socialismo di Stato.

Ovunque prevale la cultura della tribù, del clan, della corporazione, della collettività, contro quella dell’individuo. Ovunque prevale l’idea che si debbano sacrificare libertà e interessi individuali nel nome di un astratto “bene comune”. Ovunque si inizia a credere che il “bene comune” debba essere garantito da un uomo forte, o da un solo partito, dotato di pieni poteri, in grado di usare a suo piacimento i nostri beni e le nostre vite. E soprattutto, e questa è la cosa più grave, ovunque un popolo è libero di votare per eleggere il suo governo, tende a scegliere quello più liberticida.

Quale reazione è possibile, a questo punto? Non c’è alcun paladino della libertà, né in patria né all’estero. E forse è meglio che non ci sia, viste le mancate promesse e le delusioni dei sedicenti paladini del passato più recente. Non c’è alcun gruppo politico che difenda coerentemente la società aperta e voglia promuovere la libertà. La reazione deve essere individuale, personale, culturale, psicologica. La crisi culturale che stiamo attraversando è una sorta di depressione collettiva. Viene meno la speranza per il futuro e la fiducia nelle proprie forze. L’individuo si sente perso e abbandonato e tende ad affidarsi alla collettività o all’uomo forte di turno.

Ma non c’è alcuna reale ragione per sentirci persi.

La società in cui viviamo è ancora prevalentemente libera, in questa parte del mondo e potenzialmente più libera nel resto del pianeta. Grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, abbiamo più opportunità di esprimerci e di condizionare il corso della storia. L’economia dipende da noi: siamo noi che votiamo i governi che decidono le politiche economiche, siamo sempre noi che possiamo scegliere se sederci o produrre. Non c’è alcuna divinità malvagia, grande complotto o forza inarrestabile della storia che ce lo impedisca. Possiamo viaggiare più facilmente e più liberamente. Nel mondo del 2012 abbiamo più opportunità, non meno, rispetto al mondo di un decennio fa. Siamo mediamente più educati, più sani (la speranza di vita media è immensamente aumentata), più ricchi (nonostante quattro anni di crisi) rispetto a quello che eravamo in passato. La fame nel mondo non è estirpata, ma si riduce anno dopo anno. Nonostante terrorismo e guerre civili, viviamo anche in un mondo più pacifico rispetto a tutte le epoche precedenti. Non abbiamo più avuto guerre mondiali da 66 anni, non corriamo più il rischio concreto di un’apocalisse termonucleare globale da 20 anni, non abbiamo più visto genocidi su larga scala da 18 anni. Non c’è niente che ci impedisca di sognare un futuro migliore e agire per la sua realizzazione. La nostra risposta al collettivismo può essere solo questa: non perdere l’ottimismo.

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7 Comments

  1. Peppe says:

    Sarebbe il caso di guardare la luna al posto del dito.
    Sappiamo tutti che Minzolili non è più al tg1, ma ciò non toglie che il suo articolo “sarebbe stato” perfetto per quel tipo di tg, dato che descrive in modo volutamente soggettivo e parziale la realtà nazionale ed internazionale, agitando stupide paure (i comunisti e lo statalismo), senza porsi il problema di ciò che realmente
    succede nelle società,e soprattutto di come pensare di risolvere i problemi esistenti in esse.

    Lei parla di argomenti liberticidi, ma secondo lei è libertario e giusto far pagare le tasse solo ad alcuni?
    E’ libertario che negli USA, “patria della libertà” e del capitalismo, gli ammalati vengano buttati di peso fuori dagli ospedali perchè non hanno un’assicurazione?
    E’ libertario il capitalismo che permette ai ricchi di strozzare i poveri col denaro?
    E’ libertaria la mafia che, liberamente e senza vincoli, commercia e acquisisce capitali, riciclandoli poi per comprare le aziende in difficoltà?
    E’ libertario sottomettere la libertà individuale e l’esistenza stessa delle persone al denaro (ed al capitalismo)?
    La libertà è una cosa che va garantita e salvaguardata per tutti, ma deve finire lì dove inizia quella altrui e per far ciò e necessario darsi delle regole che qualcuno (lo Stato) deve far rispettare, altrimenti si giunge alla sopraffazione in nome della libertà stessa!

    Infine: non è forse libertario permettere alle persone di scegliere in che modo vivere?

  2. Unità Popolare Veneta says:

    Il turbo capitalismo ci porterà all’ennesima guerra.

    • Leonardo says:

      Peccato che non esista alcun turbo capitalismo, se non nelle teste degli squatter! Semmai oggi viviamo nell’epoca del TURBO-STATALISMO. Ma per capirlo, bisogna evitare di leggere libri demagogici ed ascoltare collettivisti senza rigore teorico! Cordialmente.

    • Albert says:

      Dei ndemo cossa xeo el turbo capitalismo?

      basta un fia de regoe e bon senso….

  3. Peppe says:

    Compliment per l’articolo, sarebbe perfetto per il tg1 di Minzolini, o per il tg4 di Emilio Fede…!
    Distorcere la realtà guardando solo ciò che fa comodo è il gioco più semplice che ci sia, l’importante è che ci sia gente intelligente che sappia discernere la verità dalle buffonate lette o scritte in giro…!

    • Stefano Magni says:

      Le ricordo, prima di tutto, che il direttore del TG1 è Alberto Maccari. Minzolini dava notizie libertarie? E Fede, dal TG4, è un altro paladino della causa libertaria? Strano che non me ne sia mai accorto. Comunque non occorre nemmeno discernere la verità da “buffonate lette o scritte”, basta parlare con la gente, ovunque. E ovunque si sentiranno argomenti liberticidi. Di destra e di sinistra. Provare per credere.

  4. Francesco W says:

    Grande Stefano!

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