Crimea paradiso fiscale: Iva al 4% per attrarre gli investimenti

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Si tratta di una misura senza precedenti. A partire dall’inizio di maggio 2014, il Consiglio di Stato della Crimea ha fissato le nuove aliquote per l’imposta sul valore aggiunto: 4% per i prodotti convenzionali e 2% per quelli socialmente utili, come cibo, prodotti per bambini e medicinali. Per fare un confronto, sul resto del territorio della Russia l’imposta sul valore aggiunto (in acronimo Nds, simile all’Iva) è pari al 18%. Le autorità locali, inoltre, hanno perdonato tutti i debiti dei contribuenti. La riduzione dell’imposta sul valore aggiunto fino al 2-4% rappresenta una novità assoluta per la Russia. Simili aliquote d’imposta, così basse, si applicano solo in zone offshore, come Jersey, un’isola situata nel canale della Manica che dipende della corona britannica ma non fa parte del Regno Unito e dove l’imposta sul valore aggiunto è del 3%.

Secondo Mikhail Kuzmin, analista di Investkafe, tale decisione risulta piuttosto logica: essa è necessaria per attrarre ulteriori investimenti nella regione. “Le autorità russe cercheranno di fare tutte le concessioni possibili pur di stimolare l’attività commerciale in Crimea: la regione ha bisogno di un rinnovamento e di nuovi investimenti per svilupparsi”, ha spiegato l’esperto. Tale tasso d’imposta sarà valido fino all’inizio del 2015, ma, in futuro, potrebbe anche essere esteso. Secondo il responsabile dell’Ufficio di consulenza legale FinExpertiza, Viktor Demidov , “se tale provvedimento produrrà risultati positivi e stimolerà l’attività di investimento, allora anche dopo il termine del periodo di transizione suddetta aliquota di imposta verrà mantenuta per la Crimea”.

È interessante notare che l’imposta sul valore aggiunto è un’imposta federale e non rientra nella zona di responsabilità delle autorità regionali. Tuttavia, nel caso della Crimea, si è deciso di fare un’eccezione: la legislazione federale russa avrà effetto sulla penisola solo con l’inizio del nuovo anno. “Una simile zona fiscale sarà interessante in primo luogo per le imprese che operano in Crimea, ma anche per gli investitori russi e stranieri, alla luce di una riduzione della tensione attorno all’intera Ucraina”, ha spiegato Vasily Ukharsky, esperto di UFS IC. Secondo lui, la decisione di abbassare l’imposta sul valore aggiunto può essere considerata proprio un passo in questa direzione.

Anche altri Paesi praticano attivamente una riduzione fiscale in alcune delle loro regioni. Ad esempio, nello Stato americano dell’Oregon, è stato azzerata l’imposta sulle vendite, il che ha contribuito a trasformare questa regione degli Stati Uniti in una destinazione attraente per lo shopping, l’e-commerce e lo sviluppo di nuovi progetti da parte di importanti marchi di abbigliamento. In Crimea, le autorità russe hanno in mente più o meno lo stesso. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha messo a punto un piano per creare una zona economica speciale nella penisola. Se una società, in tre anni, investe nell’economia della regione 150 milioni di rubli (4,2 milioni di dollari), sarà esente da ogni imposta, tranne l’imposta sul reddito pari al 10 per cento. Per il momento, tuttavia, questo programma è ancora in fase di discussione in seno al governo russo.

In cerca di un nuovo paradiso

La creazione di un clima fiscale favorevole in Crimea ha luogo sullo sfondo della ricerca da parte delle società russe di nuovi luoghi di giurisdizione. In primo luogo, a questo processo ha contribuito la crisi del settore bancario a Cipro. Secondo la Banca centrale russa, Cipro nel 2011 occupava il primo posto tra i Paesi dove veniva trasferita la maggior parte del denaro proveniente dalla Russia. Secondo una stima di Moody’s, il volume dei depositi bancari delle imprese russe era di circa 19 miliardi di dollari. Gli esperti di Moody’s stimavano che in totale le banche russe custodivano a Cipro fino a 53 miliardi di dollari. Di tutti questi soldi, tra i 10 e i 12 miliardi di dollari sono andati irrimediabilmente perduti a causa della crisi, altrettanti altri sono stati trattenuti dal sistema bancario locale. Come risultato, le aziende russe si sono scontrate per la prima volta con il pericolo di perdere i loro soldi nascosti in una “zona sicura”.

In secondo luogo, le autorità russe hanno annunciato un ambizioso programma di de-offshorization dell’economia per favorire il ritorno della società dall’estero alla Russia. Nel dicembre del 2013, il Presidente Vladimir Putin, durante il suo discorso all’Assemblea federale, ha riconosciuto la necessità di lottare contro una de-offshorization dell’economia. Successivamente, il Ministero delle Finanze ha messo a punto un progetto di legge riguardante le società estere controllate. In base a questo documento, tutti i russi che possiedono, direttamente o indirettamente, almeno l’1% in società estere, sono tenuti a rendicontarlo allo Stato. Oltre a ciò, se possiedono il 10% di una società registrata offshore, sono tenuti a informare le autorità fiscali e pagare le tasse sugli utili non distribuiti.

Nella situazione in cui il business è costretto a tornare dalle zone offshore, le regioni russe cercano di attirare grandi contribuenti. In particolare, le autorità di Mosca hanno annunciato una riduzione regionale delle imposte sul reddito per le società petrolifere dal 18% al 13,5%. Questa riduzione, però non verrà applicata su tutti i profitti, ma solo sulla crescita reale: ciò significa che il 13,5% delle imposte verrà pagato solo a partire dalla differenza tra le entrate di quest’anno e quelle dell’anno precedente, gli utili restanti, invece, saranno soggetti alla tassa standard del 18 per cento. Di conseguenza, gli operatori del mercato ritengono l’offerta di Mosca non sia troppo generosa. Una piattaforma alternativa per le aziende è quella di San Pietroburgo, dove Gazprom ha già aperto una propria filiale, la Gazprom Neft. Qualora, però, in Crimea si dovessero mantenere i benefici fiscali promessi dalle autorità regionali e federali, sarebbe proprio la penisola a battere Mosca e San Pietroburgo nella gara per le conquista delle grandi aziende.

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One Comment

  1. pippogigi says:

    Senza andare tanto lontano, la Svizzera anni fa ha adottato l’Iva secondo le direttive europee, per evitare problemi.
    Il risultato è che “pur essendo in regola con le norme europee” l’aliquota massima dell’Iva è all’8% (ma pare che la forchetta prevista sia tra l’8% ed il 25%), quella turistica al 4 e quella sui beni di prima necessità al 2%.
    Detto questo, se la Svizzera con quella tassazione (non parliamo poi delle imposte sul reddito, di certezza della norma e del diritto e di quanto sia semplice ed amichevole il fisco) ha tra le maggiori voci del Pil la produzione industriale (quindi non il turismo e non i servizi bancari) pur avendo una moneta del 20% più quotata dell’Euro e salari netti più elevati (quasi il doppio rispetto all’italia mi pare) è evidente che se la Crimea è una paradiso fiscale per attirare investimenti allora l’italia è un inferno fiscale per disincentivare gli investimenti.
    Un lieve passaggio dai numeri alla realtà quotidiana non può che confermare questo.

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