Crescita economica: lo stellone italiano non basta più

italia affondadi ANGELO VALENTINO – Iniziamo la settimana proprio bene. Entriamo nella mia “edicola” virtuale, quella della lettura dei servizi che più mi hanno lasciato un segno – di sgomento e panico – nel panorama dell’informazione. Ecco il piatto freddo ben servito….

“Nel quarto trimestre 2018, secondo i dati di IBC – Associazione delle Industrie dei Beni di Consumo – produzione di beni di consumo e vendite al dettaglio avevano registrato un leggero aumento (rispettivamente +0,2% e +0,3%), ma da gennaio 2019 il quadro è peggiorato, con un calo di ordinativi delle imprese, un peggioramento delle prospettive da parte delle famiglie, con un trasferimento delle risorse disponibili dalla spesa al risparmio
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Fonte: Ref Ricerche

La rivista tendenzeonline.it ci apre gli occhi sullo scenario reale e realistico dell’economia italiana.

 

«La crescita è ferma. L’incertezza frena le scelte delle aziende, delle famiglie e degli investitori. L’economia ha bisogno di una scossa, lo Stato di riforme» è l’appello di Aldo Sutter, presidente di IBC, sottolineando contemporaneamente chela capacità di convincimento e di influenza del sistema delle imprese del largo consumo nei confronti delle istituzioni è prossimo allo zero. Eppure le 32 mila imprese alimentari e non alimentari dei beni di consumo valgono quasi il 30% del Pil generato dal sistema industriale – 70 miliardi di euro su 250 miliardi – e occupano un milione di addetti.

Ci salva ancora per un po’ l’export…

“Nel delineare lo stato di salute del comparto (pubblicato nel volume Ibc Trends 2020), Fedele De Novellis di Ref Ricerche sottolinea come, pur essendo stato sottoposto a un’opera di selezione del tessuto produttivo al pari del resto dell’industria italiana, il comparto dei beni di consumo abbia avuto nell’export uno sbocco necessario per rispondere alla caduta della domanda interna. «Tra il 2014 e il 2017 il valore delle esportazioni manifatturiere è cresciuto di oltre 12 punti percentuali, quello messo a segno da IBC è stato di circa 14 punti», dice De Novellis. E l’Industria dei beni di consumo contribuisce per un terzo alle esportazioni complessive italiane”.

Ma siamo in grado di competere?

Cambia anche la geografia dei mercati di sbocco del commercio internazionale con un ribaltamento tra paesi avanzati, che nel 1980 rappresentavano il 63%, e paesi emergenti che nel 2017 sono stati il 59%. Tra questi, la Cina, a partire dagli anni Novanta destinazione privilegiata per la delocalizzazione produttiva, oggi diventata un mercato di sbocco che acquista dall’Italia un valore rilevante dei beni di consumo importati, grazie al formarsi di una nuova classe media di consumatori. Spiega De Novellis: «L’allargamento di questa fascia di nuovi consumatori accresce il mercato potenziale per molti prodotti italiani. La tendenza all’aumento delle importazioni di beni di consumo da parte della Cina, anche per prodotti di fascia medio alta, comporta che nei prossimi anni il mercato cinese acquisirà un ruolo di primaria importanza per i produttori di beni di consumo italiani».

 

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Ma….. c’è un però…

“Il maggior rilievo del commercio internazionale anche per l’Industria dei beni di consumo si innesta su uno scenario internazionale contraddistinto dal tentativo della Cina di penetrare nella sfera di influenza Usa, soprattutto in Europa. «Nel progetto di controglobalizzazione cinese – afferma Lucio Caracciolo, direttore di Limes – l’Italia al centro del Mediterraneo svolge un ruolo di collegamento essenziale. Se la Cina vuole ritornare a essere la prima potenza mondiale, l’Italia si muove in una carenza di regia e programmazione, senza un coordinamento e una visione a dieci anni. Nel disegno delle nuove vie della seta, la rete portuale del Mediterraneo mostra quanto poco l’Italia sfrutti la sua capacità portuale, tanto che i porti del Nord Europa sono più convenienti per infrastrutture e supporti tecnologici».  Secondo Caracciolo per l’Italia è il momento di compiere delle scelte nel quadro internazionale, sia che si pensi al porto di Genova come sotto hub di quello di Rotterdam o al porto di Triste come accesso all’Europa centro orientale o ancora che si guardi alla Tav come parte del corridoio europeo invece che limitarsi alla singola tratta Torino-Lione è tempo di avviare una regia unica e di abbandonare la concorrenza interna tra territori e poteri regionali. «In Europa siamo in una fase di disgregazione della costruzione comunitaria e di riaggregazione tra paesi che hanno storie diverse, uniti dall’idea di sovranismo. L’Italia deve compiere scelte e la cosa peggiore sarebbe far parte dell’internazionale dei nazionalisti», conclude Caracciolo”.

Serve altro? Credo di no, ma per farsi del male e approfondire ecco il link.

 

segue su http://tendenzeonline.info/articoli/2019/04/23/crescita-economica-lo-stellone-italiano-non-basta-piu/

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One Comment

  1. giancarlo says:

    Se guardiamo cosa succede all’interno della sanità comprendiamo cosa sta accadendo anche in altri settori dell’economia italiana.
    E’ vero che le esportazioni tirano ancora, ma per quanto ??
    Il famoso ( come lo chiamo io ) buco generazionale sta emergendo con tutta la sua potenziale distruzione.
    I giovani laureati e manco a dirlo dirigenti, quadri, impiegati e operai specializzati non si trovano più perché o se ne sono andati all’estero, oppure essendo stati licenziati per crisi aziendali hanno dovuto reinventarsi in qualche maniera abbandonando inella stragrande maggioranza dei casi il proprio settore lavorativo oppure iniziando nuove attività e negli anni non sono più utilizzabili perché diventati obsoleti appunto nel proprio vecchio settore di attività lavorativa.
    Nel VENETO si cercano migliaia di lavoratori con certe specializzazioni e non si trovanoooooo !!!!!!!!!!!!
    Perché??? Perchè negli anni in italia non abbiamo mai pensato a fare programmazione.
    Anche con quota 100 chi va in pensione potrà essere sostituito ( ipso facto) da un giovane ?? NOOOO!!!
    Perché non ha esperienza e forse nemmeno la specializzazione che aveva l’anziano…… PERCHEEE”’ la legge non ha pensato di creare un periodo obbligatorio per chi va in pensione con quota 100 di almeno 6-12 mesi al fine di permettere un affiancamento del giovane all’anziano che vuole andare in pensione e quindi permettere al giovane di essere assolutamente pronto e con esperienza a sostituire l’anziano ????
    Nelle università perché non si programma assieme alle industrie ai commercianti agli agricoltori etc.et.. il numero di giovani necessari a tutte le attività economiche nel prossimo futuro, sempreché ci sia ancora un futuro ?!!!!
    Al momento l’analisi è questa. Anche se ci dovesse essere una ripresa economica…….(?) le imprese non troverebbero il personale pronto e preparato per essere assunto. Ecco perché nel Veneto, ma forse anche in altre regioni si deve rinunciare a delle commesse perché non c’è personale specializzato o formato per certe attività. Lascio ad ognuno immaginare dove stiamo andando !!!
    WSM

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