Costituzione italiana, un residuato dalle colonie sovietiche

di ROMANO BRACALINI

 

Il carattere di “sacralità” attribuito alla Carta ha sempre impedito una revisione critica della Costituzione, retorica e irreale nell’impianto, paternalistica e ideologica nello spirito. La repubblica democratica fondata sul lavoro, come esordiva la nuova Costituzione, simile nelle intenzioni e nei simboli alla colonie sovietiche dell’Est, si basa su molte idee totalitarie,di cui pareva il perfetto distillato;assorbiva molte pratiche del fascismo,specialmente in materia di lavoro, di previdenza e assistenza sociale,molto socialismo reale e parecchio cattolicesimo solidaristico. La ruota dentata presa a simbolo della repubblica “fondata sul lavoro” poteva ben figurare in un soviet o in una cooperativa di consumo.Per partorire la Carta ci vollero 75 collaboratori di tutti i partiti scelti per quote lottizzate e un anno e mezzo di lavoro.

La Carta, lunga,prolissa fu vincolata al dogma dell’intoccabilità. La Costituzione americana, la Costituzione francese sono state revisionate tante volte e nessuno ne ha visto il pericolo. La Costituzione italiana si compone di 139 articoli, l’ultimo dei quali dice: “La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”. Se lo Statuto Albertino, in vigore nel regno d’Italia, avesse affermato lo stesso divieto il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 non si sarebbe potuto fare e l’Italia sarebbe ancora una monarchia. Nella Carta si prometteva ciò che non si sarebbe mantenuto,ma dirlo riempiva di soddisfazione e sembrava sommamente democratico. Bello dire che lo Stato considerava e tutelava la salute come fondamentale per la nazione.Edificante dire che la repubblica assicurava l’istruzione e dava la scuola a tutti.(Se è per questo lo diceva anche il fascismo che alla scuola attribuiva il compito di indottrinare gli allievi). Rassicurante dire che i capaci e i meritevoli che non avevano i mezzi potevano raggiungere i più alti gradi negli studi con gli assegni alle famiglie e le borse di studio.

Lo stesso vocabolario fascista entrò a far parte del linguaggio “democratico”. Non si perse il vizio delle adunate “oceaniche”. La condanna del fascismo divenne una costante, senza accorgersi di imitarlo nelle manifestazioni pubbliche.I due maggiori partiti, la DC e il PCI, che avevano accomodata la Costituzione sulle proprie convinzioni,dicevano di formare la “democrazia progressiva”.Da sola la democrazia non bastava.L’aggettivo doveva spiegare il sostantivo. Del resto anche la Cecoslovacchia, la Bulgaria e l’Ungheria erano “democrazie popolari”, secondo la vulgata comunista. Da principio la tendenza era di avere una sola Camera, ma se ne avvertì il pericolo e allora si accettò di fare il Senato. Quindi si avvertì il pericolo di entrambe e, all’ultimo minuto, si inventò la Corte Costituzionale formata da magistrati nominati da apparati dello Stato che avrebbero deciso sulla costituzionalità di leggi votate da uomini eletti dal popolo.La “democrazia” italiana non aveva fiducia in se stessa,così era stata trasformata in una specie di “democrazia protetta”. Cosa che nelle democrazie vere non succede.

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