E adesso cosa fanno gli scozzesi da grandi?

di PAOLA BONESUfaith-526x250

Se qualcuno pensava che la questione indipendenza fosse definitivamente risolta dopo il chiassoso referendum di settembre, si sbagliava. E il tempo ci dirà se tanto o poco.

Che ne è stato delle migliaia di volontari impegnati per due anni nella propaganda per il SI?
Due manifestazioni in due giorni davanti al Parlamento Scozzese sembrano mostrare che il movimento è ancora vivo, per quanto in realtà fatichi a darsi un’organizzazione chiara e degli obiettivi precisi.

L’SNP, a una settimana dal voto, ha raddoppiato i suoi iscritti, raggiungendo i 60mila e diventando il terzo partito per membership di tutto il Regno Unito.
Da novembre Nicola Sturgeon dovrà dimostrarsi in grado di gestire questo patrimonio: non sarà una missione banale. Da una parte l’SNP dovrà “vigilare” sulle promesse di nuovi poteri avanzate a inizio settembre dalla NO campaign, dall’altra – pur sotto pressione del suo elettorato – dovrà capire se mantenere fede alla definizione di referendum “come occasione unica per una generazione”, come ci si è detti negli ultimi due anni.
Questa esplosione nei numeri del partito è dovuta anche al colpo di coda del Primo Ministro Scozzese che, dopo le dimissioni, ha parlato di referendum come solo una delle strade per arrivare all’indipendenza. Come a dire, ce ne sono anche altre e passano tutte dal rafforzamento dell’SNP.

Ma quali possono essere queste vie alternative credibili e responsabili se una maggioranza nel Paese – non dopo due giorni di campagna, ma dopo due anni – ha votato NO?
L’SNP dovrà gestire con abilità politica anche la reazione un po’ da “turisti della democrazia” di molti militanti.
Il voto, il processo democratico, il fare politica piace solo se si vince.
Poi però si perde 55 vs 45 e si vuole portare via il pallone perché “non è giusto”: mi si parla dell’esistenza di una “maggioranza naturale per il SI” che è stata ostacolata nell’esprimersi dalle pressioni che i media hanno esercitato in favore del NO, spaventando la popolazione.
Come se una campagna elettorale dovesse essere un percorso pedagogico per educande.
In che modo la paura avrebbe dopato questa scelta più di quanto non abbia fatto la sbandierata speranza di chi spesso voleva negare ad ogni costo anche rischi che sembravano evidenti? E nelle nostre scelte quotidiane, non gioca la paura un ruolo importante, non è uno degli elementi basilari sui quali ci basiamo per prendere le nostre scelte?

No, abbiamo perso e la colpa è dei media. Perché chi vota SI si informa. E si informa su Facebook.
In preda a galoppante depressione intellettuale, eviterò di commentare questo sillogismo.

La colpa per molti è anche dei brogli. Ci hanno rubato l’indipendenza. Chissà.
Eppure il SI era indietro da sempre e non ha perso di poco.

Tanti chiedono di rivotare. No, pietà.
In ogni caso – mio parere – è allarmante che in una democrazia avanzata si possa mettere quella crocetta senza presentare alcun documento identificativo, ma solo fornendo nome+cognome+indirizzo.

E tutto questo involvement, tutto questo power to the people, in che modo potrà confluire nelle strutture di un partito?

Non sarebbe intanto il caso di ammettere che si è perso e capire come si potrà vincere nel tempo, senza voler obbligare metà della popolazione a una scelta alla quale si è già detta contraria?

Perché sì, si è perso e ci sono dei motivi che vanno oltre al siamo vessati dai poteri forti e ci danno schede elettorali contraffatte. Che poi magari è anche vero. Ma un Paese che sogna davvero la sua indipendenza non dovrebbe raggiungere in un referendum del genere una maggioranza non risicata, ma chiarissima e non temere brogli clamorosi e telegiornali?

Oltre ai partiti (non solo l’SNP, ma anche i Socialisti e i Verdi hanno accolto nelle loro fila qualche migliaio di iscritti in più dopo il referendum) il movimento cerca nuove strade, ma si chiede chi sono i capi e dove vogliamo andare?
Al di là dei trionfalismi – delle maggioranze naturali che vogliono il SI ma dopo 2 anni di campagna non lo sanno – il nuovo nome del movimento non è felicissimo: the 45%. Doveva suonare come il 99% di Occupy.
Invece il numero parla chiaro: siamo minoranza. Quando sarà ben compreso, forse si riprenderà a camminare.

Anche se, diciamoci la verità, un conto è sapere che si voterà il 18 settembre, un altro è remare intorno senza un climax preciso all’orizzonte.
Insomma, metà della Scozia ha in questo momento un problema di dipendenza. Da campagna elettorale.

http://www.scotlandthebrave.it/

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