Corsi dell’Ordine dei giornalisti. Perché a parlare di Brera avrei voluto Rosanna Marani

marani gazzadi STEFANIA PIAZZO – Evento di formazione professionale, obbligatoria, dell’Ordine dei giornalisti, dedicato a quell’arcimatto di Gianni Brera. Bene, un cantore della nostra terra, forse più longobardo che lombardo, padre di un nuovo lessico che le scuole petalose ancora ignorano. Per non parlare dei colleghi. Ma, ad un certo punto, nel cuore della sala ricolma di giornalisti, si apre il pendolo del silenzio e del brusio dell’imbarazzo quando, tra saluti, salamelecchi, teste canute che parlano di Brera parlando di se stessi, salutano prima il fratello di Gianni “che vedo in prima fila”… e fa nulla se il figlio e collega, Paolo, non se la prende considerando il lapsus quasi cavallerescamente un complimento… alla memoria dello zio defunto! Poi, dopo lo svarione funereo, gli oratori si sorprendono se la sala non è gremita dalla nuova generazione. Altri morti sul campo. Quale nuova generazione? Quella dei giovani disoccupati o dei giovani che nessuno più assume perché questo lavoro non è più quello che loro ricordano? D’altra parte se si scambiano i vivi per morti e viceversa…

Tra il Brera paracadutista e quello pioniere della Gazza, è stato un percorso a ostacoli, dove ha brillato, in cinque ore di formazione obbligatoria, un oratore che ha spiegato cosa fosse il dizionario di Gianni Brera. 10 e lode. Ma si poteva far di più. Te lo chiedi perché, dopo che l’ultima mezz’ora di corso taglia il traguardo della resistenza fisica delle 5 ore, inchiodati ad una sedia rigida per 5 crediti di formazione, sale sul palco l’ultimo oratore. Oratore del quale, nel brusio e nella confusione italica di chi già si alza e si mette in fila per farsi segnare il codice a barre della presenza, non percepisci più né il nome né la sostanza. E’ il caos. Ma il finale a sorpresa è dietro l’angolo: ad un certo punto, qualcuno si appoggia nella calca alle luci della sala. Snaticando, come avrebbe scritto Brera.

E l’oratore, calato il buio nell’auditorium ma conquistato stoicamente il microfono, prosegue  da eroe della resistenza, la sua relazione. Al buio. E’ il crepuscolo degli dei. Se hanno parlato gli altri, è suo diritto raccontare la sua versione. Cosa abbia detto non si sa, tanta è stata ad un certo la conquista dell’uscita, e la penombra che ha dato sfogo alla stanchezza.

Ma perché affrontare  così Brera? Perché farne stanchezza e “strematezza” e far perdere magari il senso anche delle ultime parole per ricordarlo, per insegnarlo? Con un po’ di vergogna, sono uscita dalla sala.rosanna brera

Allora, ti chiedi come mai in quella carrellata di memorie personali e di citazioni funebri  smemorate, a qualcuno non sia passato per la testa di invitare a parlare di Gianni Brera una sua e loro collega (una donna, magari, non avrebbe guastato il convivio professionale), la prima donna che lavorò in Italia alla Gazzetta dello Sport, Rosanna Marani. La prima giornalista (sportiva) donna del nostro Ordine professionale a parlar di calcio anche in tv. La sola, e unica, che campeggia nei corridoi della Gazzetta nel corridoio delle immagini dei padri nobili della Gazza assieme a Brera, l’unica tra quei presenti oratori ad aver vinto l’Ambrogino d’Oro per la sua colta carriera di donna dello sport giornalistico e   non solo (non primadonna… come accade per molti uomini) a Milano e in Lombardia, pur non essendo lombarda come Brera. Ma di classe, con il premio di poesia Alda Merini da “spadellare”. Basta per avere titoli di relatore ad un corso di formazione?marani brera2

E la sola che può vantare, a differenza di tante penne presenti, una prefazione ad un suo libro sul calcio, “Una donna in campo”, scritta con padana passione da Brera, che ne onorava l’intrigante irriverente intuizione ruspante. Ecco, la prossima volta,  si passi il microfono anche a chi svecchiò, e non poco, quel giornalismo alla Gazzetta e nel mondo giornalistico,  subendo quelle che erano anche le prime mosse dell’ostruzionismo professionale. Una donna in redazione, era da snobbare. Ma una volta può bastare. O no?

Ora Rosanna, una testa pensante su cui Brera ha scritto, è citata tra le donne di un altro Gianni, quel Rivera di cui è uscita in questi giorni  la biografia. E la Marani, raccontata assieme alla Fallaci da Rivera, tocca palla!

Come scriveva Brera della Marani, donando neologismi al nostro mestiere, “In dolce vampiriasi, rifatti i connotati ai nostri Achilli”.

 

 

E allora, per Rosanna e per chi ama Brera, ecco la prefazione che Gianni scrisse al suo libro.

Da Una donna in campo ( Sansoni-Agielle, 1975)

Prefazione di Gianni Brera

La Rosanna Marani è l’ultimo buon acquisto del giornalismo sportivo italiano. Viene dalle Romagne, che sono molte, ma la sua Romagna è diversa da tutte, precisamente come e quanto è diversa lei dalle romagnole, donne fiere ed estroverse, diciamo pure brulle per schiettezza di toni e robustezza di forme. Lei, la Rosanna, evoca a prima vista un titolo dell’Amalia Guglieminetti. I suoi occhi sono grandi e languidi. Il visino è delicato, d’un pallore che intriga a illazioni ingenue fino al sospetto.

Ora, nessuna astuzia è raffinata come questa di apparire debole e indifesa. La Rosanna deve averlo capito dalla nascita. Il suo istinto è della gatta trepidante e schiva. Mentre ti chini a tentare una carezza, lei ti applica vampiretti metallici nei punti migliori, e ti sugge sangue e sentimento con impercettibili moti delle labbra, battiti di ciglia lunghe e molli, sorrisi così timidi da farti impettire nel medesimo istante in cui ti gioca.

Non è, si badi, la donnetta che mena il torrone per gabola. E’ così squisitamente femmina che si lascia soltanto indovinare. E per intravedere la minima piega della sua anima, ti garbi o no, devi mettere a nudo tutto te stesso. Avrete notato che i campioni da lei intervistati le danno tutti del tu. Bene, questa è perfidia autentica. Sotto la più comune battuta di dialogo è la sua vera invenzione.

Eccomi inerme e docile a portata delle tue sgrinfie. Avanti, mettile fuori e di botto mi coglierai come un tenero uccellino. Tu esegui (jam dixi) e lei facilmente constata se queste famose sgrinfie le possiedi per davvero.

Sembra nulla. E’ la prima offerta, magari accompagnata da teneri sospiri di donna – tutta – immersa – nella – professione – che adora. Le è venuto il ticchio, un certo giorno, e ci s’è provata.

Niente di sulfureo. Ritrattini innocenti, inviti a denudarsi come sentimento comanda (« se mettre à nu» era l’imperativo categorico e insieme la civetteria dei romantici veri): intanto la memoria annota secondo fantasia e impotenza di verità. Non una frase forzata fuor dalla comune concinnitas di un dialogo alla buona. Chi le resiste è un perverso, un frigido prevenuto, insomma qualcuno che somiglia pochissimo a un uomo.

Dio mio, si può mai rimanere indifferenti di fronte a così fragile creatura? Ha il registratore, questo è vero: ma lo porta con sé per non tradire le tue parole: avanti, fa’ che non girino a vuoto le rotelle dei nastri. Il sorriso è più timido che invitante. Proprio in questi attimi ella ti applica i vampiretti alle tempie, al costato, dovunque pulsi più celere e copioso il sangue. Non appena te ne accorgi, nonché ritrarti, abbassi le corna ad ariete.

Non valgono sospetti, non ritrosie. Ti ha giocato, senti: e dato che sei in ballo decidi di ballare. Così, non conosco uno solo che abbia saputo difendersi in decenza.

Print Friendly, PDF & Email

Recent Posts

2 Comments

  1. Renzo says:

    Il Brera … un altro grandissimo fenomeno Padano! … Grazie Stefania … tieni sempre vivo il ricordo di personaggi veri e fondamentali !

  2. Grazie direttore, mi hai commosso.

Leave a Comment