Quando il Corriere scriveva: Lega, secessione in tipografia…

di GIUSEPPE BAIOCCHIcorriere

Se e’ vero che “tutte le rivoluzioni finiscono in tipografia”, si trova proprio nella “Roma padrona” una delle centrali della sovversione leghista. Nell’austero palazzo dove si compone la prestigiosa “Civilta’ Cattolica”, organo dei gesuiti e ufficiosamente della Santa Sede, si stampano anche le 4.500 copie di “Alle fonti della vita”, rivista ufficiale della Consulta Cattolica leghista. Pronubo della joint – venture sembra sia stato padre Michele Simone, l’autorevole commentatore politico del quindicinale dei gesuiti; padre Simone sicuramente leghista non e’, ma forse segue l’antica linea ecclesiastica che “insomma, in politica, non si sa mai…”. Non e’ questa l’unica sorpresa che si incontra nel viaggio dentro il sommerso dell’editoria padana, un arcipelago in continuo movimento, alimentato da anni da un fiorire di riviste locali (a cominciare dall’antesignana “Lombardia autonomista”, che, alla fine degli anni Ottanta tirava oltre diecimila copie).

La stampa verde

Da un anno pero’, con l’uscita del quotidiano “La Padania”, molto si accentra e si razionalizza. E la testata – madre diventa veicolo di diffusione sicura delle molte produzioni locali sia di quelle regionali (come “Piemont” o “Liga Veneta”) sia delle piu’ ristrette pubblicazioni territoriali (e si va dalla rivista a colori “Il Bergamasco” fino alla stampa della “Lega del quartiere”, come a Padova, Vicenza, Treviso). Non solo: ora si parte con organi mensili per le province (comprese quelle simil – istituzionali certificate soltanto dal “governo Padano” come, ad esempio, “La Camunia”) o con il “Parlamento Padano”, un allegato che racconta il dibattito costituzionale nella simil – assise di Chignolo Po. “Con un feroce controllo dei costi restiamo in utile”, spiega Ludovico Gilberti, l’affannato amministratore dell'”Editoriale Nord”. E aggiunge: “Questo ci consente di aiutare la miriade di pubblicazioni locali e di favorirne la nascita di nuove. Anche se spesso mi domando se questa “editoria in verde”, se non e’ in grado di sopravvivere da sola, non rischi prima o poi di diventare una “stampa al verde”, priva com’e’ degli introiti pubblicitari, che non si riescono ad attirare in misura sufficiente”. Il riferimento, anche se Gilberti recisamente lo nega, va in particolare al “Sole delle Alpi”, l’operazione piu’ ambiziosa, voluta e seguita in prima persona da Umberto Bossi.

Il Sole delle Alpi

Il settimanale leghista doveva essere, in teoria, la voce presente in ogni casa, in ogni famiglia. Tuttavia al quarto numero (e sfortunatamente ben prima delle rivelazioni delle “esuberanze” clintoniane con le stagiste della Sala Ovale) il “Sole delle Alpi” si lancio’, a firma Virginia Tremonti, in dettagliate istruzioni sul “sesso orale”. E non sono valse a riscattare la crisi di rigetto ne’ il calendario delle bellezze padane in guepiere ne’ le foto calde di Selen, la prima pornodiva con la secessione nel cuore. “Il fatto e’ – annota chi conosce bene l’anima nordista – che il popolo leghista coltiva con assolutezza valori tradizionali morali e sociali; e la quota di “voglia di trasgressione” che ciascuno porta con se’ la riserva esclusivamente alla passione politica e la manifesta nei simboli, negli oggetti, negli abiti, nei colori. Ma niente di piu’. Anzi, il resto da’ anche un po’ fastidio”. Prova ne sia, per tornare all’editoria, il successo consolidato che riscuotono i volumi, (tra le sei e le ottomila copie di venduto) sempre dell’Editoriale Nord. Si va dalle “Piccole Storie” con cui Simonetta Faverio (ex deputato e ora direttrice dell’agenzia di stampa leghista) scava nei sentimenti collettivi della “rivoluzione padana”, alle raccolte delle vignette antigovernative e dell’iconografia dei manifesti, fino alle inchieste di Max Parisi sul “Malaffare italiota”. Con una notazione: i libri “vanno come il pane” sul mercato alternativo delle feste e dei banchetti politici, arrivando pero’ anche nel circuito tradizionale. Ma li’, mentre non suscitano alcun interesse nelle citta’ capoluogo, sono invece comprati e cercati nelle librerie di paese e nelle edicole delle valli.

L’autoconfino nella provincia

Una conferma, una volta di piu’, che il fenomeno del Carroccio si allarga, ma anche si autoconfina, come “partito della provincia”, come “movimento del contado”. Una provincia certo densamente popolata e benestante almeno quanto la citta’: ma che si aggrappa a se’, alla sua storia e alle sue radici per respingere comunque e in ogni caso la cultura dell’omologazione televisiva. Ed e’ su questo terreno che si colloca il ruolo del “ministro della Cultura padana”, il misterioso e scostante Gilberto Oneto. Con lontani trascorsi neofascisti (quelli di vignettista principe de “La voce della fogna”, organo dell’estrema destra irrequieta degli anni Settanta), Oneto crea e produce, rinchiuso nella sua casa di Belgirate sul lago Maggiore, il bimestrale di cultura politica “Quaderni Padani”, giunto ormai al sedicesimo numero, che viene delibato come Bibbia tra i giovani e ambiziosi sergenti dell’esercito leghista.

I quaderni padani

Rispetto alle prime puntate, dove si dava larga contezza del dibattito costituzionale su federalismo, ipotesi confederale e legittimita’ dell’indipendentismo, la rivista e’ via via scivolata verso l’esclusivo recupero delle radici storiche, archeologiche e linguistiche della nuova “identita’ padana”, con un occhio di riguardo e di onore per Gianni Brera e la sua cascata di neologismi bassaioli. Con un culto ossessivo per le minoranze (sia religiose come i Valdesi che etniche come i Walser, gli occitani, i mocheni, i tirolesi), si da’ puntiglioso resoconto delle testimonianze dei popoli preromani, delle scoperte archeologiche, della riesumazione della toponomastica antica, delle epigrafi simboliche, a partire dalla “civilta’ preistorica di Golasecca” fino alla rilettura del “leponzio”, il primo alfabeto padano inciso sulla roccia all’origine dei tempi. E tutto (comprese le suggestioni alla Tolkien della “Terra di mezzo”) finalizzato a riportare a nuova vita le ascendenze celtiche, i miti druidici e le armate di Brenno, il primo capo nella storia a sottomettere l’odiata Roma. Comunque si vendono i “Quaderni Padani”: e qualche effetto nella pancia del mercato editoriale la “voglia di Celti” deve averlo portato se, adesso, anche le grandi case editrici sfornano e lanciano libri e compact disk su Excalibur, Artu’ e Merlino. Forse la modesta cultura padana e’ diventata davvero terreno del “business”: magari anche per i gesuiti…

Baiocchi Giuseppe
Pagina 31
(22 marzo 1998) – Corriere della Sera

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