La Prima guerra mondiale insegna, il Parlamento non serve

di GIUSEPPE REGUZZONIprima_guerra_mondiale325

Ci sono corsi e ricorsi… Assieme alle rievocazioni storiche, ai patriottismi fuori tempo, alle retoriche funebri, al tricolore da bara, vale la pena ricordare che la Grande Guerra diede l’imprimatur alla democrazia di Monti, di Renzi e, prima ancora, al ventennio berlusconiano. Il popolo non contava nulla allora, non conta nulla adesso. La sovranità uscita a pedate nel sedere, dal Parlamento, portò dritta dritta la storia verso la dittatura di nome e di fatto. All’Europa che appartiene ai massoni, alle banche, a quattro premier prestanome che imboniscono le masse. Ripercorriamo allora insieme quella che fu la scaletta dei fatti.

 

Quello di iniziare una guerra o aderire a Costituzioni o trattati senza il voto del Parlamento e sull’onda di pressioni mediatiche non è cosa nuova. Anzi. La Grande Guerra scoppiò, dicono i libri, perché l’Austria-Ungheria aveva posto un ultimatum alla Serbia dopo l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono.

Trasferendo questo all’oggi, fu come la risposta ad un atto terroristico, condotto sotto la regia di un governo straniero: quello serbo. Un po’ come se, ai nostri giorni, il governo di un paese arabo organizzasse l’assassinio del Vicepresidente degli Stati Uniti. Il 23 luglio 1914  il Regno d’Italia alleato con l’Austria e la Germania, proclamò la propria neutralità. Intanto, alla faccia del Trattato stipulato con Austria e Germania, crebbero le pressioni interne per un intervento militare a fianco di Francia e Inghilterra.

Su questa posizione si collocarono, rapidamente e con tutta la forza di cui disponevano, i grandi mezzi di informazione,  in prima linea il Corriere della Sera. I Paesi (e le Logge) che avevano fatto l’Italia chiamavano, e bisognava rispondere. Dietro questo schieramento, che rimaneva del tutto minoritario, c’erano quelli che oggi sarebbero chiamati i “poteri forti”, ovviamente corroborati da massicce dosi di ideologia e affarismo massonico. Neutralisti rimasero, per questioni di principio, Cattolici e Socialisti, vale a dire la stragrande maggioranza del Paese.

Contrario al conflitto era anche Giolitti, convinto che convenisse essere prudenti perché in tal modo si sarebbe potuto ottenere molto di più dall’Austria. La svolta si ebbe il 26 aprile 1915, quando il ministro degli esteri Sidney Sonnino, ignaro il Parlamento, firmò il trattato di Londra, con cui il Regno d’Italia s’impegnava a entrare in guerra a fianco dell’Intesa, in cambio di Trento, Trieste e di non meglio precisate compensazioni coloniali. Di mezzo c’era ancora quella cosuccia da nulla che si chiamava Parlamento, eletto nel 1911 per la prima volta a suffragio universale maschile. A risolvere il problema ci pensarono Lorsignori, con i soliti stratagemmi all’italiana. Mentre proseguiva la campagna interventista del Corrierone e della FIAT, Salandra, primo ministro, finse di dare le dimissioni. Re Vittorio Emanuele III assegnò l’incarico a Giolitti che, venuto a conoscenza del Patto di Londra, rifiutò. Il Re respinse allora le dimissioni di Salandra e conferì poteri speciali al Governo. Fu così che il 24 maggio 1915 l’Italia si trovò in guerra con l’Austria-Ungheria, senza dibattito in Parlamento e contro la volontà del Popolo. Nel novembre del 1916 il nuovo imperatore, Carlo I, offrì all’Italia il Trentino in cambio di una pace separata, lasciando anche intravvedere la possibilità di una cessione di Trieste, una volta «verificati i reali sentimenti di italianità di quelle terre». Sonnino ancora una volta rifiutò. L’Italia ebbe 650.000 morti, un terzo dei quali assassinati dalle decimazioni del generalissimo Cadorna o dal rifiuto di assistere i prigionieri di guerra, perché considerati disfattisti. Alla guerra seguì la fine delle riforme giolittiane e l’avvento al potere del Fascismo, con tutto quello che esso comportò, sino alla Seconda Guerra Mondiale, per dichiarare la quale non c’era più nessun Parlamento degno di questo nome. Se la storia non è abbastanza “magistra vitae”, maestra di vita, si prendano almeno un pochino più sul serio le parole dell’articolo 11 della Costituzione, tanto sbandierata nelle scorse settimane: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Ci sia poi detto se e come «la sovranità appartiene al popolo», visto che, se è vero che sovrano è chi decide nelle situazioni di emergenza, non pare proprio che a volere la presenza attiva dei bombardieri italiani sia stato il Popolo. Di conseguenza, quel che sta succedendo ci sta ancora una volta mostrando che la Sovranità reale e fattiva su questo Paese deve essere cercata altrove.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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One Comment

  1. dm says:

    vorrei segnalare che sarebbe giunta l’ora di abolire
    VIA XXIV MAGGIO presente credo in ogni comune d’Italia, con o senza l’assenso delle prefetture.

    Anzi urge legge d’iniziativa popolare che riformi la legge sulle intestazioni della toponomastica urbana, lasciando piena libertà ai comuni di cambiare i nomi di vie e piazze.

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