Corea del Nord, il museo delle cere del Novecento

di PAOLO MATHLOUTHI

Esiste un luogo in Estremo Oriente, sconosciuto ai più ed escluso dalle guide del Touring Club, dove, in barba allo spirito del tempo, la Guerra Fredda si protrae immutata, come se dal 1989 ad oggi nulla fosse accaduto. E’ il ceckpoint di Pan Mun Jom, in Corea del Nord, dove i tre eserciti di una guerra che non è mai finita si squadrano a muso duro: sudcoreani ed americani da un lato, nordcoreani dall’altro. Una linea di demarcazione minata, con foreste di missili puntati da entrambi i lati, dove un errore di valutazione potrebbe innescare un’ escalation nucleare dagli esiti imprevedibili. In quella parte del globo i confini conservano ancora tutta la loro forza, inclusiva ed esclusiva insieme. Ai rari turisti, quasi tutti cinesi, che si arrischiano oltre l’ultima Cortina di Ferro sopravvissuta al crollo inglorioso del blocco sovietico è offerta, a mo’ di souvenir, l’emozione di sedere al tavolo dei negoziati che il 27 luglio 1953 vide la firma dell’armistizio tra le delegazioni delle parti coinvolte.  La versione ufficiale di Pyongyang, inculcata ai bambini fin dalla più tenera età, vuole che siano stati gli Americani ad iniziare proditoriamente l’offensiva, infrantasi contro l’eroica resistenza del popolo nordcoreano guidato da Kim Il Sung, nonno dell’attuale satrapo rosso Kim Jong Un e divinizzato fondatore della Repubblica Popolare di Corea.

In realtà, giocando sul fattore sorpresa, fu proprio Kim Il Sung, con il tacito assenso di Stalin e Mao, a lanciare le sue truppe oltre quel 38° parallelo lungo il quale le due Superpotenze avevano fissato il confine delle rispettive sfere d’influenza in Asia.

La reazione americana fu immediata e, secondo quanto attestano i documenti emersi dagli archivi sovietici dopo il 1991, il blitz nordcoreano non avrebbe avuto successo se la Cina non fosse intervenuta militarmente a sostegno della “nazione sorella”. Un bluff degno dei migliori giocatori di poker, quindi, che ha però consentito al padre spirituale dell’unico Paese stalinista non travolto dalle macerie del Muro di Berlino di instaurare  un potere personale trasmesso per via dinastica ai propri congiunti e sorretto da un apparato burocratico compatto, capillare ed invasivo: un potere cieco che però, come in un romanzo di George Orwell, vede tutto, sa tutto, sente tutto.

I gesti di routine delle guardie di frontiera, che da sessant’anni si ripetono immutabili, scandiscono  i ritmi di questo universo parallelo. Il volo della Air Koyro che due volte la settimana decolla da Pechino per Pyongyang è il solo collegamento tra la Corea del Nord e il resto del mondo. I pochi giornalisti occidentali che hanno avuto modo di visitarla in occasione della morte di Kim Jong Il, avvenuta il 17 dicembre 2011, sostengono che si abbia come la sensazione di entrare in una sorta di spettrale non luogo, arcano e misterioso, consacrato alla parossistica glorificazione di un passato altrove sconfitto. Le architetture monumentali, le parate militari al passo dell’oca, le coreografie di massa e le scene di isteria collettiva che hanno accompagnato l’ultimo viaggio del Caro Leader verso il mausoleo dove la sua mummia è deposta accanto a quella del padre, suggeriscono l’idea di una gigantesca macchina del tempo costruita per farci viaggiare a ritroso e mostrarci il mondo com’era all’apice della contrapposizione tra i blocchi. Ad infrangere la coltre di silenzio che avvolge come in un bozzolo questo remoto e militarizzatissimo scampolo del Novecento intervengono, con elvetica precisione, le allarmate notizie circa i test nucleari (l’ultimo è stato effettuato il 9 ottobre 2006) con i quali Pyongyang cerca di forzare le maglie dell’embargo agitando lo spettro dell’atomica e le sensazionalistiche agenzie di stampa circa gli efferati regolamenti di conti interni al regime, come quella, rimbalzata sul web qualche giorno fa, secondo la quale Jang Song Taek, zio e mentore del giovane Kim Jong Un, sarebbe stato condannato a morte per alto tradimento e dato in pasto ad un branco di cani famelici! Notizia rivelatasi poi falsa, anche se solo nella modalità di esecuzione: allo scenografico supplizio medioevale paventato dai giornali stranieri, il nuovo monarca rosso, desideroso di affermare la sua autorità con un’esecuzione esemplare, ha preferito la più prosaica fucilazione…

Una domanda sorge spontanea: che cosa consente a questa tigre di carta, curioso anacronismo storico e diplomatico che non può non stuzzicare il morboso interesse dei sociologi, di sopravvivere all’usura del tempo? Non certo il deterrente del suo apparato militare, di sicuro mastodontico ma tecnologicamente arretrato e non in grado di affrontare le insidie della guerra asimmetrica. Come in una partita a scacchi tra giganti, a puntellare  il regime di Pyongyang sono gli interessi contrapposti degli altri soggetti coinvolti nel controllo strategico dell’area. A dispetto delle roboanti celebrazioni del Tongil, la Festa della Riunificazione che, ironia della sorte, viene ossequiata con grande enfasi da entrambe le Coree, il governo di Seoul non ha nessun interesse a che il confine dislocato lungo il 38° parallelo sia rimosso. Un’eventuale, effettiva ricongiunzione tra le due parti della penisola  imporrebbe alla Corea del Sud un piano di progressivo assorbimento, sul modello di quello messo in atto dalla Repubblica Federale Tedesca, forte di ben altre disponibilità finanziarie ed industriali, nei confronti della Germania Est, con ventitré milioni di persone da mantenere e costi proibitivi per la ricostruzione. E’ assai più remunerativo, invece, usare la manodopera nordcoreana negli stabilimenti costruiti dalla Hyundai nel 2003, con il beneplacito di Kim Jong Il,  a Kaesong, nella “zona economica speciale”, una sorta di terra di nessuno protetta delle leggi dell’extraterritorialità dove, caso unico nella Corea del Nord, l’economia di mercato è sovrana! Per contro, se il regime di Pyongyang dovesse dissolversi, la Cina, storica tutrice del piccolo Stato asiatico, perderebbe il controllo di una “colonia” che rientra da secoli nella sua sfera d’influenza e tiene a bada gli Stati Uniti i quali, a loro volta, usano la presunta minaccia nucleare della Corea del Nord per giustificare la loro massiccia presenza militare a Seoul. Il Giappone, dal canto suo, soffia sul fuoco delle polemiche innescate dai test atomici nordcoreani come pretesto per procedere a tappe forzate sulla via del riarmo. La “piccola patria” rossa, con il suo grottesco museo delle cere, non è quindi altro che una pedina nel Grande Gioco della politica internazionale.

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One Comment

  1. Dan says:

    Prima o poi ci finiamo noi in quella maniera.
    In nord corea, mangiano poco ma mangiano tutti, la ciotola di riso è la vera base del potere “divino” di quel panzerotto vestito di nero.
    Qui da noi invece qualcuno mangia tanto e tanti mangiano un cazzo, quindi qualora dovesse prospettarsi un tizio in grado di riequilibrare le cose, quel tizio diventerebbe il nostro nuovo dio.
    Alla fine, a ben pensarci, è esattamente quanto accaduto 70 anni fa…

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