Cordelia non cadrà un’altra volta…

di BRENNO – L’anno 70 d.C., dopo la distruzione di Gerusalemme, un gruppo di Zeloti si era trincerato nella fortezza di Massada, una rocca a picco sul panorama del Mar Morto, per tentare una ultima disperata resistenza contro la repressione che gli invasori romani (sempre loro …) stavano portando a termine contro il tentativo di rivolta degli Ebrei. Nella fortezza si erano rifugiate 967 persone, al comando di Eliezer Ben Yair.

 

La decima legione (Fretensis), guidata da Silva, si incaricò di organizzare scientificamente l’assedio costruendo una serie di campi fortificati e una muraglia che circondava il tutto e impediva ogni contatto dei difensori con l’esterno. La resistenza durò tre anni. Essa cessò quando i Romani riuscirono a costruire una rampa di accesso in terra che gli avrebbe permesso di penetrare in forze all’interno della rocca superando il dislivello naturale. Poco prima che i lavori di questa opera gigantesca (ancora visibile dopo duemila anni) fossero portati a termine, i difensori si resero conto di non avere speranza e, conoscendo fin troppo bene il trattamento che sarebbe stato loro riservato dai portatori della luminosa civiltà latina, decisero di suicidarsi in massa.

 

Nessuno fu trovato vivo e, quel lontano 73 d.C. i Romani dovettero contentarsi di celebrare la conquista di una fortezza svuotata di ogni forma di vita, di un cimitero di eroi che avevano preferito morire da uomini liberi che vivere da schiavi. Oggi l’esercito di Israele manda le sue giovani reclute a giurare a Massada di difendere la loro patria rinata e ritrovata con la formula Mezadà lo tipòl shenìt (“Massada non cadrà un’alta volta”). La Padania ha molte cose in comune con Israele: è una nazione che è stata cancellata per molti secoli dalla storia visibile per opera dello stesso nemico romano, è una nazione che stà ritrovando oggi la sua identità e vuole libertà e indipendenza, è una comunità che riscopre la sua cultura e la sua lingua.

 

Come Israele, ha un fortissimo legame con la terra che risale all’alba del mondo: questa è la nostra terra promessa, la terra da sempre abitata dai nostri antenati Celti e Liguri, la terra che Alboino ha ammirato dal Monte Re (o Matajur) un giorno di primavera del 568, proprio come Mosè aveva guardato la terra di Canaan dalle pendici del monte Abarim. Ma c’è anche un altro forte segno di similitudine simbolica. L’autunno del 25 a.C., i difensori salassi di Cordelia preferirono darsi collettivamente la morte piuttosto che cedere ai Romani.

 

Cordelia era l’ultima capitale dei Salassi, sorgeva su una altura nei pressi di Aosta (dove oggi c’è Saint Martin de Corleans), era una città fortificata e dotata di una serie di cunicoli e collegamenti sotterranei dove si erano rifugiati gli ultimi strenui difensori. Tutto attorno li pressavano gli aguzzini romani della quinta legione (Alaudae) guidati dal sanguinario Aulo Terenzio Varrone Murena. I Salassi sapevano bene, dopo decenni di sanguinaria “pulizia etnica” cosa li avrebbe aspettati e preferirono morire e uccidersi in massa. Cordelia era una delle ultime città padane a essere ancora libera.

 

Alla sua caduta resistevano a Roma solo poche vallate alpine: i regni dei Monti Pallidi, le comunità Retiche, il regno dei Cozii, i Leponzi dell’alta Ossola e pochi altri scampoli di Padania montana. Tutto attorno il “faro di civiltà” diffondeva intolleranza, corruzione, devastazione ambientale, sfruttamento economico e oppressione militare. Neanche la caduta di Cordelia, proprio come quella di Massada, ha però costituito la fine della voglia di libertà delle nostre comunità. Per secoli i nostri montanari hanno continuato a resistere agli invasori fino alla liberazione da parte dei fratelli Germani. Quel giorno i Romani trovarono solo morte e desolazione: era il loro normale biglietto di presentazione. Tacito ha scritto: “Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace” (Agricola, 30/32).

 

Oggi non gli eredi dei Romani che si sono estinti, ma quelli dei loro schiavi siriaci e magrebini vogliono schiacciare la rivolta di libertà degli eredi di quei popoli liberi e fieri. Ma non è più la guerra del maggiore impero del mondo contro tribù povere e divise. È uno staterello satrapico e sudaticcio che si accanisce contro popoli che stanno ritrovando unità e identità. Non sono legioni sanguinarie ma efficienti quelle che percorrono la nostra terra ma torme di burocrati corrotti e lascivi, non sono condotte da centurioni, duri veterani di cento battaglie, ma da piccoli miserabili ladruncoli cresciuti strisciando fra sacrestie e sottobotteghe di partito. Della prima Roma hanno conservato l’avidità e l’odio per ogni libertà ma non hanno più la forza né la spina dorsale. Tutto questo li fa più rancorosi, subdoli e canaglieschi e perciò la nostra azione deve essere attenta, incisiva e determinata.

 

La nostra battaglia è buona e giusta e non possiamo più permetterci di perderla: questa volta dobbiamo fare in modo che Cordelia, la Massada delle Alpi, non debba finire ancora nelle mani della fuffa rigurgitata dal Mediterraneo e che attraversa l’Appennino con la cadenza di una pestilenza. Cordelia è il simbolo della nostra plurimillenaria voglia di libertà e di autonomia ma è anche il segno della nostra ritrovata unità e determinazione. Coraggio Padani: Cordelia non cadrà un’altra volta!

(Quaderni Padani – Anno lV, N. 20 – Novembre-Dicembre 1998)

 

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2 Commenti

  1. Giancarlo says:

    Tutto vero, ma oggi solo i Veneti stanno facendo veramente qualcosa per affrancarsi da roma.
    I Lombardi, stranamente, sono seduti o peggio rassegnati.
    Non vedo all’orizzonte i lombardi manifestare per strada il loro malcontento.
    Può darsi che ci siano ancora molti soldi e quindi chi se ne frega dell’indipendenza.
    Noi Veneti però abbiamo alle nostre spalle 1.100 anni di storia e di indipendenza e guardate che non è poco. Quasi per dire che a roma hanno sperato di distruggere il nostro passato,, la nostra storia, la nostra lingua, le nostre tradizioni etc..e.tc… ma hanno fallito. Oggi già oltre il 63% dei Veneti è indipendentista e forse la percentuale aumenterò di pari passo con gli scandali che ogni settimana sentiamo e vediamo in TV e sui giornali. I partiti hanno fallito la loro opera. Le istituzioni romane e quelle regionali IDEM.
    Insomma il detto qui si fa l’italia o si muore, adesso qui da noi è diventato qui si fa il VENETO per vivere !!!
    Il detto schiava di roma Iddio la creò, qui da noi è diventato schiava di roma Iddio l’annientò !!!
    Come fece a suo tempo GESU’ CRISTO che con la predicazione dei suoi apostoli la mise in ginocchio anche l’azione materiale delle orde barbariche.
    Oggi basta aspettare è roma cadrà come un pero dall’albero. E’ sicuro !!!!
    WSM

  2. Porta says:

    Scusate la precisazione,
    tutto bene riguardo Alboino, il monte Re, denominazione preferita da nazionalisti e irredentisti è il monte Nanos. Il Matajur si discosta dal Nanos di 58 Km.
    Saluti da un assiduo lettore.

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