Contro lo Stato nazione, ma guardando al resto d’Europa

di TAVO BURAT

Ritengo innanzi tutto che i movimenti autonomisti che caratterizzano molte regioni d’Europa (“nazioni proibite”) siano un manifesto segno premonitore della Storia in evoluzione, che reclama una profonda mutazione dello “Stato-Nazione” centralizzato d’ispirazione giacobina (e quindi soprattutto configurato dalla Repubblica francese e da quella italiana), ormai obsoleto di fronte alla costruzione dell’Europa e alla mondializzazione. Con la soppressione delle frontiere politiche ed economiche, questi due grandi sconvolgimenti devono riequilibrarsi sulla scala regionale sino a oggi negletta e repressa. La battaglia per l’autonomia e per i diritti dei popoli e delle comunità angariate dallo Stato-Nazione, hanno costituito, e costituiscono, pertanto, delle battaglie autenticamente “moderne”. I “giacobini”, acciecati, non vi hanno visto che una deriva, un regresso, un’eresia. Il problema delle autonomie bretoni, alsaziane-lorenesi, occitane, catalane, basche, normanne, corse e, in Italia, valdostane, sarde, friulane, trentino-tirolesi, venete, occitane, lombarde, liguri, emiliano-romagnole e piemontesi – ma non si dovrebbero dimenticare quelle del Mezzogiorno, siciliane, napoletane e in genere attinenti allo Stato delle “Due Sicilie”, il più antico d’Italia – rimettono dunque in causa tutto il sistema, con conseguente confusione e smarrimento dei partiti politici tradizionali, “classici”. Lo Stato giacobino, ora costretto a evolversi, a mutare, scuote tutte le formazioni politiche, sia di destra che di sinistra. Il problema delle autonomie è un problema di Stato a due facce come Giano: una riflette i bisogni delle comunità locali e dei loro diritti, l’altra sta solo ora iniziando a intravedere una inevitabile evoluzione di tutto “l’insieme” italiano.

Ciò premesso, per quanto mi riguarda non condivido l’impostazione di chi auspica uno “Stato indipendente piemontese”, cioè ancora uno Stato-Nazione, sia pure a dimensione più ridotta, perché questa mi appare come una battaglia anacronistica, tesa a costituire un Ordinamento giuridico territoriale superato, che affonda le sue radici nella vecchia concezione di “Stato” formatosi per favorire gli interessi di una classe dominante, “forte”. E tanto meno una “Repubblica del Nord” o “Padania” che dir si voglia. Sono fondamentalmente un anarco-socialista, e quindi diffido, direi quasi per istinto, dell’Ordinamento giuridico sovrano, statale. Tutto ciò che va oltre la dimensione umana (quanto si può vedere, dall’alto della valle o del campanile; quanto si può percorrere camminando in una giornata, dall’alba al tramonto…) è, a mio avviso, estremamente pericoloso, falso. La “patria”- così come era sino alla formazione dei grandi Stati-Nazione – è solo quella “cita”, perché è semplicemente la terra dei padri: la valle, la comunità in cui siamo nati e cresciuti; o quella in cui abbiamo deciso di vivere e di operare, inserendocisi attivamente; la terra in cui sono sepolti i nostri progenitori; il resto è retorica, artificiosa invenzione. Quindi, patria è il mio paese (quello con la “p” minuscola) e poi, più in là, il mondo intero dei fratelli. Non c’è ragione perché io senta “più fratello” un bolognese, di uno zurighese; un finlandese , di un bantù. Il “confine” non mi interessa. Qual è il confine dell’Europa? Perché dovrei provare sentimenti diversi di qua o di là di un confine?

Proprio questa esigenza di “concretezza” dà una particolare configurazione alla mia istanza regionalista. “Regione”: non certo come divisione artificiale, amministrativo-burocratica, ma “regione della natura”, cioè “bioregione”. Intendo con questo termine il luogo geografico riconoscibile per le sue caratteristiche di suolo, di specie animali e vegetali, di microclima, oltre che per la cultura umana che, da tempo immemorabile, si è sviluppata in armonia con tutto ciò. L’optimum sarebbe che anche l’Ente regionale fosse una “Ecoregione”, una sorta di federazione di bioregioni, cioè di insieme biologici tendenti all’autosufficienza e all’autoproduttività, che si sono adattati alle condizioni del loro habitat, dove si realizza un “equilibrio circolare” fra tutti i fattori (produttori di energia, consumatori di energia, eliminatori di rifiuti). La Regione dovrà realizzare la “comunità locale” (non è privo di significato che le ultime “Regioni” nate dal superamento dello Stato centralizzato, in Spagna e nel Belgio, si chiamino appunto “Comunità”) che dà veste concreta a quello spirito di Gemeinschaft, di comunità di destino, entro cui si esprimono secoli di produzione culturale, di attività non sempre eterodiretta, in spazi il più possibile liberi da condizionamenti e affrancati dalla subordinazione; una “comunità di destino” che si contrappone alla Gesellschaft, una società in cui gli individui hanno rapporti di tipo utilitaristico (e pertanto, non apprezzo il regionalismo che agita per lo più proteste fiscali e paure del diverso). E’ la partecipazione che crea la “comunità”. Ma la partecipazione può operare a due livelli:

1) partecipazione alla gestione dei servizi collettivi: ed è questo l’ambito che finora ha caratterizzato l’Ente locale;

2) partecipazione nella creazione della cultura e dei valori del proprio tempo: e questo è il vero ambito comunitario, finora alquanto – per non dire completamente – trascurato nel dibattito autonomistico e federalistico.

Prendendo in considerazione soltanto il primo tipo di partecipazione, si realizza un Ente burocratico di decentramento, una “comunità” che costituisca anche un centro di “contropotere” nei confronti degli organismi superiori, sovente occupati da “potentati” con interessi diversi, quando non opposti, a quelli delle comunità locali. Se si intende fare adempiere alla Regione la funzione essenziale di costituire centri di contropotere in una Società effettivamente pluralista, occorre dunque rendersi conto che è nella dimensione culturale che può venire il richiamo di una svolta necessaria nel disporsi della struttura, come chiaramente testimonia la “Dichiarazione di Chivasso” elaborata da esponenti della Resistenza delle valli valdostane e valdesi, in clandestinità, il 19 dicembre 1943. Sono convinto che l’autonomismo piemontese debba realizzare proprio i postulati di quella “Dichiarazione” che metteva appunto in primo piano l’esigenza di autonomia “culturale”, accanto a quella politica e amministrativa.

Il Piemonte, sul quale pesa storicamente la responsabilità di aver dato un fondamentale contributo alla costruzione dello Stato italiano centralizzato e oligarchico, dovrebbe quindi, oggi, essere in prima linea, per il completo superamento dello Stato-Nazione, ritrovando antiche e tradizionali fraternità transfrontaliere (bioregioni a cavallo delle Alpi, posto che lo spartiacque è una frontiera artificiale, imposta; dall’una e dall’altra parte ci sono occitano-provenzali, franco-provenzali, walser…) e la costruzione di un’Europa delle Regioni.

Per la realizzazione di una Regione-Comunità, la questione della lingua è fondamentale: ma anche qui, occorre essere “concreti” e libertari. Ciò significa esaltare le parlate locali, in quanto strumento di liberazione. E’ ora di finirla con l’alienazione ingiusta e crudele voluta dalla scuola centralizzata, che offende sin nel profondo dell’anima le classi popolari, facendole vergognare delle loro origini popolari, contadine o montanare; occorre liberare il bambino dal dogmatismo di una sola grammatica, favorire in ogni modo il plurilinguismo, partendo dalla lingua della bioregione, e cioè da quella locale. Renderlo edotto di quanto si è potuto “creare” nella lingua locale, e dimostrargli così che l’accademismo non è il solo criterio valido per giungere a una cultura superiore e a valori artistici. Essere libertari significa non essere “imperialisti”. Non ammettere le varietà locali della lingua, e le minoranze linguistiche, significa appunto “imperialismo linguistico”. Il Piemontese comune (koiné) ha una sua tradizione letteraria plurisecolare, con una sua grafia storica come l’hanno le lingue più illustri; non ha quindi senso inventare nuove grafie, creare una lingua “padana” inesistente: ciò non costituirebbe un antidoto all’alienazione, ma una maggior confusione, e non servirebbe, appunto, a liberare l’allievo dalla trappola “dialetto”, che lo avvilisce complessandolo di parlare un linguaggio che “vale meno”, un “minus-valore”. Sono convinto che il giorno in cui la classe dominata dovrà presentare il conto delle “rapine” patite, non ci sarà soltanto il valore del bene prodotto (accumulato dall’imprenditore, oggi sovente da imprese multinazionali); quanto perduto in salute, lavorando in ambienti e con materiali malsani; quanto perduto in scolarità, poiché soltanto gli abbienti potevano accedere agli studi superiori; quanto perduto in dignità ogni giorno, dovendo piegare la testa al “superiore”: ma anche quanto gli è stato portato via culturalmente, degradando la sua forma del “minus-valore”, dopo quella del “plus-valore”. Neppure Marx poteva pensare che si sarebbe arrivati a tanto.

Da tutto quanto sopra esposto, è chiaro dunque che il mio “piemontesismo” non muove affatto da istanze nazionalistiche, ma internazionalistiche; ch’io mi ritengo al tempo stesso biellese, piemontese e cittadino del mondo; e soprattutto che le motivazioni della mia battaglia, che hanno costituito per me ragione di vita, sarebbero state le medesime se fossi stato lombardo, napoletano o siciliano. Certamente, come Piemontese non mi sento davvero “über alles”, ma fratello di quanti combattono per la propria lingua negletta e per la propria Comunità.

In collaborazione con Quaderni Padani

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5 Comments

  1. caterina says:

    fin che avremo mastodontici mezzi d’informazione statali, e i regionali vi si adeguano, sia televisivi che cartacei, finanziati coi nostri soldi, pieni di scenografie senz’anima, come si può sostenere uno spirito comunitario, appunto delle koinè, che alimenti il senso di appartenenza sottraendolo alla svalorizzazione generale… Soldi nostri buttati con inviati che storpiano i nomi di paesi che non conoscono, quando invece potremmo avere una rappresentazione più immediata delle realtà vicine, sia sociali che produttive, senza che siano prioritariamente promozionali.
    Ci restano estranee le cose vicine perchè ci portano continuamente in casa cose costruite negli intrattenimenti televisivi costruiti a mo’ di spettacolo in studi lontani.
    Mai, neppure nei teleromanzi italiani costruiti per la televisione, che si prenda spunto da ambienti di attività locali di aziende inserite nei contesti del nostro vissuto come rappresentato invece spesso nei brevi teleromanzi di produzione estera. Voglio dire che i nostri mezzi di informazione e intrattenimento tutto fanno meno che diffondere una conoscenza e una valorizzazione del territorio vissuto.
    Anche questo è una politica di alienazione, non so quanto consapevolmente programmata, ma certo facilita uno stato despota su una massa resa priva di vitalità.

  2. gigi ragagnin says:

    deve essere quel Burat, attore comico, non ricordo se azero o di qualche repubblica caucasica. molto divertente il suo film.

    • Tour del says:

      E’ una battuta? tavo burat ‘ uno storico e importante autonomista. Lei che contributo ha dato alla causa indipendentista?

  3. liugi says:

    Se loro hanno avuto Alessandro Manzoni, noi abbiamo avuto Tavo Burat.

  4. Diego Tagliabue says:

    Ci sono Stati nazionali funzionanti, per via della serietà dei loro popoli e per il fatto di non essere stati creati a tavolino.

    Le differenze culturali sono rispettate da un federalismo vero, che ha le sue radici in istituzioni pre-unitarie come l’unione doganale (Zollverein).

    Gli Stati nazionali giacobini furono mal imbastiti a tavolino e non hanno mai funzionato veramente.

    Aggiungo una piccolezza a tutti coloro, i quali credono in un “nazionalismo sano” contro la “massoneria internazionale”.

    All’epoca dell’unificazione di Fallitaglia proprio la massoneria di Mazzini, Garibaldi e altri cialtroni (pilotata e foraggiata da Francia e Gran Bretagna) puntava proprio alla formazione di Stati nazionali contro gli imperi multientnici e multiculturali, come quello austro-ungarico.

    Meditate gente, meditate!

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