CONTRAFFAZIONE: ALLE NOSTRE AZIENDE COSTA FINO A 7 MILIARDI

di CARLO MONTAGNA

Una sorta di furto che vale alcuni miliardi di euro l’anno. E chi lo subisce sono gli imprenditori e i lavoratori italiani, nonché il sempre più assetato fisco. In Italia il commercio e la produzione di materiali contraffatti vale dai 3,5 ai 7 miliardi di euro l’anno, il corrispondente di una paio di manovre finanziarie. Il fenomeno della contraffazione è sottovalutato, ma da anni ininterrottamente sta erodendo la nostra economia. Sbaglia chi pensa che si tratti solamente della vendita in strada di borsette, cinture e cappellini su cui è stato malamente applicato il logo di blasonati stilisti. Vi sono anche i falsi pomodori Made in Cina, così come i pezzi di ricambio delle auto, degli aerei, il miele, il tartufo, i robot da cucina, la marmellata, i cuscinetti a sfera, i farmaci, gli apparecchi medicali, i giocattoli per bambini, la Barbie, le piastrelle, i soffioni per la doccia, gli occhiali da sole, gli orologi, i costumi da bagno. La lista è lunga e non passa settimana che una qualche polizia non sequestri merce contraffatta in qualche parte d’Italia.

La contraffazione colpisce duramente il nostro tessuto produttivo: copiare è un modo passivo di fare impresa. Gli italiani hanno genio, creatività, cultura dell’impresa e del bello: un mix culturale per molti versi unico. E non possiamo permettere che ci venga scippata la nostra cultura d’impresa, espressione della nostra cultura e dei nostri sacrifici.

Il bello e il raffinato è Made in Italy, lo sciatto lo lasciamo ad altri. Ecco perché il marchio Made in Italy ha un valore intrinseco che permette di contare su buoni margini. E questo è il motivo perché in tanti, tantissimi cercano di copiarlo.

Come si può immaginare il più grande produttore mondiale di merce contraffatta è la Cina.

Quella della Cina è stata una crescita economica impetuosa ed apparentemente inarrestabile basata soprattutto sull’export, addirittura un export “assistito” dalle banche di Pechino e dalla volontà politica di non colpire le produzioni di beni contraffatti. Ma tale crescita sarebbe stata tanto forte se dal lontano Oriente non fossero, più o meno liberamente, giunte decine di miliardi di euro di merce contraffatta? In quale percentuale tale ondata ha aiutato lo sviluppo della Cina e quanto ha depresso l’economie occidentali?

La maggior parte degli economisti inserisce nel calderone della globalizzazione e della sana concorrenza le produzioni a bassissimo costo effettuate in Oriente.

Una sorta di “male necessario”. Ma è possibile immaginare una libera concorrenza con un paese in cui vige un severo regime totalitario? Com’è possibile pensare che un sistema sociale ed economico basato su principi democratici possa aver la meglio su uno dittatoriale?

In Occidente vi è libertà d’espressione, di navigare in Internet, di libera associazione. In Cina internet è parzialmente oscurato, vi sono i campi di lavoro e la tortura è ancora in uso. La Cina è tra i grandi esportatori di organi d’esseri umani. Non dimentichiamo che i prigionieri sono rinchiusi in campi di lavoro (i Laogai) dove sono costretti a lavorare ed a fabbricare (a costo zero) prodotti, alcuni arrivano anche in Italia. Il luogo comune, più e più volte raccontato, voleva che la Cina ben presto arricchita diventasse in poco tempo un grande importatore di prodotti italiani. Molti economisti hanno immaginato che centinaia di migliaia di cinesi si mettessero alla guida di una fiammante Ferrari. O di una sportiva Maserati. Oppure che si mettessero tutti a mangiare la pasta Barilla e sognassero di vivere dentro il Mulino Bianco. Balle.

La realtà è differente: la bilancia dei pagamenti Italia/Cina è da anni fortemente sbilanciata a favore di quest’ultimi. Il motivo è semplice: non vi è reciprocità. Mentre il sistema cinese ha adottato, di fatto, delle barriere commerciali all’entrata, noi, evidentemente intimoriti da possibili accuse di protezionismo, ci siamo fatti invadere. E’ necessario che vengano al più presto adottate misure di politica commerciale basate sulla reciprocità. E sull’etica. Le politiche commerciali buoniste hanno già fatto sufficienti danni. Fortunatamente sembra che sia il parlamento di Bruxelles che quello di Washington siano in procinto di adottare contro misure. Ma quelle europee sono ancora troppo blande.

Torniamo in Italia. I cinesi per fare sbarcare i container di merce in Italia hanno stretto rapporti con la criminalità organizzata, soprattutto con la ‘ndrangheta. Deve essere chiaro che quando si acquista una finta borsa di “Louis Vitton” o una finta “Hermes”, in realtà si fa un favore alla criminalità. Così come deve essere chiaro che moltissimi laboratori di produzione cinesi insediati in Italia sfruttano fino a schiavizzarli i lavoratori. Li costringono a lavorare in nero (spesso per farsi risarcire il costo del viaggio dalla Cina) a dormire come cani randagi nel sottoscala ed alimentarsi con quello che si trova. Recentemente durante un sequestro alla parete di uno di questi laboratori lager era stato affisso un decalogo: paga oraria tre euro, orario di lavoro quattordici ore al giorno. Nessun giorno di riposo. E’ naturale che queste aziende presentissime nel nostro tessuto economico sono deleterie: i costi di produzione sono bassissimi. La concorrenza è sleale, il fisco frodato e i diritti umani calpestati. I cinesi sono una comunità a sé stante, i rapporti intra-familiari sono strettissimi (sistema guanxi). Spesso la comunità cinese e chiusa, autoreferenziale, difficilmente interagisce con ciò che lo circonda.

E’ chiaro che il fenomeno della contraffazione, dei laboratori lager e della concorrenza sleale devo essere stroncata. Bisogna ammettere che ultimamente le forze di polizia hanno intensificato i controlli. Ma gli sforzi fatti non sono ancora sufficienti. Il fenomeno della contraffazione non va alimentato (fenomeno anch’esso culturale) da chi fino ad oggi impunemente ha acquistato le solite borse e borsette dai nordafricani. Ripeto, la contraffazione vale dai 3,5 ai 7 miliardi di euro l’anno. Bisogna interrompere il circolo vizioso: la manifattura deve tornare ad essere nostra. Bisogna incominciare ad agire direttamente sul territorio: gli assessori alla sicurezza non devono farsi intimidire, gli agenti della Polizia Municipale devono e possono contrastare il fenomeno non solo fermando chi occupa i marciapiedi offrendo merce, ma anche incominciando a visitare i laboratori spesso lager. Naturalmente lo stesso appello è rivolto anche alla Guardia di Finanza: è sufficiente un listato della Camera di Commercio delle imprese cinesi per incominciare un sano lavoro di controllo. I Carabinieri che dipendono dal Ministero del lavoro, sanno già come agire: è sufficiente applicassero il recente articolo del codice penale 603 bis. Non occorrono leggi speciali o leggi d’emergenza: vi è già in vigore un ottimo impianto legislativo. Ora bisogna applicarlo.

Un ultima considerazione: i sindacati dei lavoratori dove sono?

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One Comment

  1. luigi bandiera says:

    Ma se l’italia ci teneva davvero ai suoi cittadini tenunti li’ in gabbia italia, non avrebbe chiuso le frontiere commerciali e non solo..?
    NO. L’italia (si scrive italia ma sono pochi a volerlo e ad essere interessati) vuole essere invasa e se trova un suo cittadino a protestare lo mette o lo rinchiude in PREXON.

    O INVASA O GALERA.

    E questi presunti italiani sono per il trikolore… per: UNA e INDIVISIBILE… e tante altre amenita’ che i cittadini italiani PAGANO DA SEMPRE. IN PROSPETTIVA DI CHE..??
    NESSUNO SA QUALE E’ L’OBITTIVO o il TRAGUARDO..!
    SANNO CHE CI SONO TANTI DA MANTENERE..!!

    Io uso questa metafora: BRIGANTI, MANTENUTI e RAPINATORI si sono ISTITUZIONALIZZATI.

    LORO COMANDANO E NON I CITTADINI SOVRANI..!!

    QUINDI..???

    O FORCONI O MORTE..!!

    LB

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