Conti pubblici: da blocco contratti 8,7 mld di euro. Ma quanto si risparmierebbe senza prefetture?

di REDAZIONEtagli spesaL’Italia è uscita, dicono, dalla recessione ed e’ probabile che le previsioni del Def (Pil dello 0,7 per cento nel 2015 e dell’1,3 per cento nel 2016) saranno confermate. A dirlo e’ la corte dei Conti nel Rapporto 2015 sul coordinamento della finanza pubblica – illustrato a Palazzo Madama dal presidente Raffaele Squitieri – che pero’ lancia un avvertimento: lo scenario di crescita tratteggiato nel documento di economia e finanza “non e’ conseguibile in assenza di interventi profondi, capaci di rialzare le dinamiche della produttivita’ totale dei fattori”. Peraltro “un ambiente macroeconomico espansivo sara’ necessario” anche per ridurre la pressione fiscale che attanaglia il Paese viste le difficolta’ di realizzare un taglio della spesa pubblica. “Non possono sottovalutarsi – scrivono i magistrati contabili – le difficolta’ di realizzare pienamente il programma di spending review, a motivo degli ampi risparmi gia’ consegui per le componenti piu’ flessibili e per il permanere di un elevato grado di rigidita’ nella dinamica delle prestazioni sociali”. Sulle dinamiche di spesa poi, sottolinea la Corte dei Conti, occorre “un duraturo controllo che puo’ ormai difficilmente prescindere da una riscrittura del patto sociale, che leghi i cittadini all’azione di governo e che abbia la proprio centro una riorganizzazione dei servizi di welfare”.

E allora un domanda ce la poniamo: quanto si risparmierebbe tagliando le prefetture?

Ma andiamo avanti. Dice la Corte il blocco dei contratti nella pubblica amministrazione che ha fruttato in quattro anni risparmi per 8,7 miliardi. “Il blocco della dinamica retributiva e la consistente flessione del numero dei dipendenti” hanno determinato “effetti finanziari superiori alle attese con una diminuzione complessiva della spesa di personale di circa il 5 per cento, cui si aggiunge la minor spesa per i mancati rinnovi contrattuali”. Parlando poi nello specifico di finanza pubblica, dal Rapporto della magistratura contabile emerge che in quasi 20 anni e’ raddoppiata la quota delle entrate che arrivano dalla tassazione locale sul totale di quelle che provengono dalla Pa: dall’11,4 per cento del 1995 al 21,9 per cento del 2014. “Ma cio’ – si legge – e’ stato il frutto di scelte operate a livello di governo centrale piuttosto che espressione dell’autonomia impositiva degli enti decentrati”.

In particolare, con il percorso del federalismo fiscale “hanno ‘interferito’ 113 misure” che hanno “inciso sull’assetto e sull’evoluzione dei principali tributi regionali e comunali (Irap, addizionale regionale all’Irpef, addizionale comunale all’Irpef e Imu)”. Infine, attenzione “all’assorbimento dei soprannumerari delle Province” che “rischia di rendere piu’ difficile l’operazione di riordino” degli enti locali. Ridistribuire tra Regioni e Comuni il personale delle Province, avverte la Corte dei Conti, “e’ una operazione impegnativa che impatta, peraltro, su un quadro disomogeneo e frammentato che evidenzia criticita’ strutturali in parte acuite dai recenti interventi di contenimento della spesa sia sotto i profili del dimensionamento organizzativo dei diversi enti, sia sotto quello dell’esistenza di non sempre giustificate differenze nel trattamento economico”.

 

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