Con il voto il canto del cigno della “trimurti” Bersani-Monti-Berlusconi

di DANIELE VITTORIO COMERO

Le elezioni del 24-25 febbraio sono state un passaggio epocale, che segna l’inizio di un nuovo ciclo politico e, forse, l’atto finale del precedente, vissuto interamente sulla contrapposizione tra berlusconiani e antiberlusconiani. Finto dilemma, come si è capito nell’ultimo anno, dove tutti i leader (Bersani-Monti-Berlusconi) sono stati insieme al governo, in una specie di “Trimurti”, che ha salassato le tasche degli italiani.

Lo schema ha avuto inizio nel 1994 ed è ben consolidato, tanto che ancora oggi una parte consistente degli elettori ha preferito giocare ancora un’ultima mano, forse più per abitudine che per convinzione profonda, schierandosi pro o contro. Il risultato elettorale non è stato favorevole a quelli che hanno tentato il colpaccio ai primi di dicembre dello scorso anno, anticipando le elezioni di due mesi per cercare di spiazzare il terzo socio della compagnia, in evidente difficoltà con il suo partito, il PDL. L’anticipo voluto da Bersani e Monti è stato fatto anche per sorprendere tutti gli altri contendenti e pretendenti al palazzo. La reazione del PDL è stata scarsa, mentre invece si è visto la capacità di azione di Berlusconi, che ha dimostrato di essere un vero e proprio ‘Caimano’ nel campo della comunicazione. Uno alla volta, giorno dopo giorno li ha divorati. Al di là di ogni idea politica, va riconosciuto il merito individuale. Chapeau!

Alla fine è riuscito ad agguantare un sostanziale pareggio al Senato, uno stallo prevedibile, insito nel sistema elettorale, il famigerato porcellum, come si è scritto nel libro Stella e Corona. Anche alla Camera è andata così: 29,5% alla coalizione Bersani contro un 29,2% della coalizione di Berlusconi, con la differenza sostanziale che i seggi sono stati assegnati con il premio unico di maggioranza. A Bersani 340 seggi, 124 seggi all’altro contendente. A parte il sostanziale pareggio tra PD-PDL, due sono le novità principali: il Movimento Cinque Stelle di Grillo che diventa il primo partito in assoluto con il 25,6% e il taglio quasi netto dei due cardini classici del sistema politico italiano – destra e sinistra – che praticamente spariscono.

La sinistra classica da tempo ha abbandonato il suo scopo originario, quello della rappresentanza del mondo del lavoro, per dedicarsi a temi importanti (matrimoni gay, cittadinanza agli extracomunitari ecc..) ma totalmente differenti dalla sua missione fondante. Acciaccato Vendola, con una pattuglia di senatori e deputati in forza del patto di alleanza e servitù stipulato con Bersani.

Si chiude anche il capitolo della destra, inteso come gruppo dirigente, in particolare di quello post-missino, al quale gli elettori hanno revocato la ventennale fiducia. I vari Fini, Bocchino, Menia e Storace sono rimasti fuori. C’è chi è entrato per il rotto della cuffia, come Ignazio Maria La Russa, ma non il fratello Romano Maria La Russa, che è rimasto escluso dal Consiglio regionale lombardo. Una cosa impensabile fino a due anni fa. Si vedrà dove troveranno posto, tra le infinite società partecipate pubbliche. Certo è che l’azzeramento delle vecchie nomenclature, nate a Fiuggi il 27 gennaio del 1995 può essere una buona opportunità, perché lascia il campo aperto all’ingresso di nuove proposte, come quella di Magdi Cristiano Allam e al suo movimento “Io amo l’Italia”, se riuscirà a trovare la strada giusta per comunicare direttamente con gli elettori.

Intanto è il momento di Beppe Grillo, che inaugura un nuovo stile. Il giorno dopo le elezioni, martedì, ha concesso una conferenza stampa improvvisata ai giornalisti in attesa fuori dalla sua villa a Sant’Ilario, a Genova: “Noi non siamo contro il mondo. Vedremo riforma per riforma, legge su legge. Se ci sono proposte che rientrano nel nostro programma, le valuteremo” Domanda dei giornalisti: cosa dirà al presidente Napolitano? ”Beh, devo vedere. Sono personaggi che fanno parte della storia.” Insistono: che cosa aspetta, che crolli tutto? ”No, è già crollato tutto”.

Nelle due aree di governo, quelle pidiellina e progressista, invece il ricambio appare molto più difficile, dopo la vittoria mancata per il PD e la vittoria mutilata del PDL. “La coalizione guidata da Bersani dopo un lunedì di disillusioni e una notte di tormenti ha infine spuntato uno 0,4 per cento in più alla Camera, incassando un premio di maggioranza abnorme, che distorce il principio di rappresentanza, grazie al Porcellum… – commenta ieri Ezio Mauro sul sito di Repubblica.itSembra quasi che la sinistra abbia rinfoderato tutta la spinta che veniva dalle primarie, che Bersani, battuto Renzi, abbia archiviato la questione cruciale del rinnovamento dei dirigenti, che il Pd abbia sotterrato i suoi talenti (frutto della partecipazione dei cittadini) invece di farli fruttare. Un riflesso di conservazione, di garanzia degli apparati e dei gruppi dirigenti, che già si spartivano posti di governo in organigrammi improbabili. Ma soprattutto la rinuncia a giocare la partita del cambiamento preferendo la battaglia navale delle alleanze, come se tutto fosse dentro il Palazzo e la vita non scorresse invece fuori…”. Un parere da condividere in pieno. Se non che il direttore de La Repubblica chiude con una digressione inquietante:

I mercati ci hanno già messi nel mirino per l’evidente, clamorosa instabilità scelta dagli elettori. Dopo il voto del Senato siamo infatti davanti al caso di scuola del ‘governo impossibile…” . Mauro associa tre parole d’ordine – mercati, instabilità e ingovernabilità – alla scelta degli elettori. Un nesso causale che dimostra poco rispetto per le basi del nostro sistema democratico. Occorre ricordare che gli elettori, non i mercati, dispongono della sovranità, articolo 1 della Costituzione. Le scelte degli elettori non sono ‘instabili’ anzi, sono ben ferme. Alla chiusura dei seggi, si conosce qual è la volontà del popolo sovrano e la composizione della rappresentanza politica.

La Repubblica italiana è stata costruita nel ’47 come sistema parlamentare puro, per cui contano Camera e Senato. In Parlamento ci vanno gli eletti, non tocca agli elettori fare i governi e comporre le maggioranze parlamentari, è un compito dei partiti, che hanno chiesto il voto ed hanno avuto ampia delega. Non è che quando fa comodo la Costituzione è da ritirare nel cassetto della scrivania, per mettere in piedi il solito governo tecnico. Sarà per questo che il giorno dopo le elezioni si agitano le cifre sugli andamenti e le transazioni di borsa, come fosse un giudice terzo di questo processo parlamentare. Vuol dire che si cerca di forzare la mano con elementi che nulla hanno a che vedere con il corretto funzionamento delle nostre istituzioni, assegnando capacità di giudizio sull’azione politica dei nuovi Movimenti politici agli operatori di borsa, che notoriamente svolgono un altro mestiere, basato sul profitto da trarre dalle oscillazioni dei mercati, non certo il benessere del Paese.

L’idea tecnocratica che siano i mercati, o peggio ancora la BEI o esponenti vari della Commissione o del Parlamento Europeo, ad essere i severi giudici della nostra democrazia è una tipica posizione delle oligarchie, i cosiddetti “poteri forti”, che sono i nemici giurati della democrazia.

Gli elettori domenica scorsa hanno decretato la fine del progetto tecnocratico, rappresentato dal governo montiano, sostenuto dalla ‘Trimurti’ parlamentare di PD-PDL-Centristi. Però, i trimurtiani non si rassegnano e incitano i ‘trombettieri’ del regime sparsi nelle televisioni e nei giornali a dare contro alle novità politiche. Si stanno ordinatamente schierando per giocare una nuova partita, si vedrà a favore di chi, visto che Bersani non ne indovina una. Per ora intonano la voce creando un sottofondo di paura: sullo spread che sale, la borsa che cade, l’ingovernabilità e il movimento di Grillo che è un pericolo. Manca solo che attivino le Sirene per catturare i nuovi parlamentari del M5S.

Anche i grandi giornali cercano di manovrare il consenso e l’opinione pubblica, non c’è da stupirsi se piano piano nessuno leggerà più i loro peana a favore di Monti, Berlusconi e Bersani.

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One Comment

  1. Rodolfo Piva says:

    Considerando che i dati ISTAT ci dicono che ogni cittadino dello stato legge un libro all’anno, compresi i libri di testo, e che gli analfabeti di ritorno, cioè coloro che saprebbero leggere e scrivere ma che non sono in grado di capire ciò che leggono, sono oltre il 50 %, forse c’è da domandarsi se il suffragio universale ha ancora senso. Magari si potrebbe istituire un esamino di cultura politica e istituzionale, basato su domande semplici, che dà diritto ad un secondo voto a chi abbia voglia di studiare un pochino per acquisire questo diritto. A chi non è interessato e preferisce occuparsi di campionato di calcio, sette giorni su sette, rimarrebbe il diritto ad esprimere un voto.

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