Come hanno demolito la scuola italiana 1/ Quando in classe le ore erano 25, come in tutto il mondo…

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di  SERGIO BIANCHINI – La scuola elementare  fu istituita, nell’Italia appena nata, dalla legge Casati, un nobile milanese che dopo essere stato filo austriaco si era schierato coi Savoia.

Era  articolata su due bienni, solo il primo dei quali obbligatorio.(1) Dopo la scuola elementare il sistema si divideva in due:il ginnasio e le scuole tecniche.(2)

Contemporaneamente (R.D. 4151 del 1860) venivano istituite le scuole normali   per la formazione dei maestri che operavano per tre anni dopo i  4 anni delle  elementari, sul modello franco-prussiano. Alle scuole normali pubbliche accedevano a 15 anni le femmine e a 16 i maschi. Il corso di studi durava due anni  per il patentino di maestro di grado inferiore (1 e 2 elementare) e  tre anni per  il patentino di grado superiore (3 e 4) . (3)

Dopo numerosi e continui aggiustamenti (4) sia del tempo scuola degli alunni che della formazione degli insegnanti approdiamo, nel 1923, alla seconda impostazione classica dello schema formativo di base con l’estensione di massa della frequenza scolastica a 5 anni di elementare (5) e una relativa stabilizzazione del processo formativo degli insegnanti. (6)

Con la ultra citata legge Gentile (RD 1054 del 1923) furono abolite le vecchie scuole per la preparazione dei maestri e fu varato l’istituto magistrale.

Era suddiviso in due corsi: l’istituto magistrale inferiore, quadriennale, a cui si accedeva dopo la scuola elementare con esame di ammissione, e l’istituto magistrale superiore, triennale, a cui si accedeva dopo l’istituto magistrale inferiore. Gli istituti erano divisi in maschili e femminili come del resto le classi elementari e medie, generalmente divise fino a 40 anni fa allo stesso modo.

Nel 1940 tutte le scuole inferiori dei vari percorsi scolastici post-elementari più estesi furono unificate nella scuola media ginnasiale (con esame di ammissione) che operava dopo i 5 anni di scuola elementare per tre anni, accanto al triennio delle scuole di avviamento professionale. L’impostazione Gentiliana  rimase sostanzialmente in vigore fino al 1962 quando fu istituita  la media unica. (7)

 

IL DOPOGUERRA

Nel triennio successivo ai 5 anni elementari  la frequenza scolastica riguardava (nonostante l’obbligo teorico fino a 14 anni) ancora  minoranze della popolazione totale.  Minoranze però crescenti, specialmente nelle città, legate all’inurbamento e al passaggio dalla condizione contadina a quella operaia, artigianale, commerciale, impiegatizia.(8)

Questa crescita lenta ma incessante, divenuta tumultuosa nel dopoguerra veniva assorbita in gran parte dalla scuola di avviamento professionale, istituita nel 1928 e chiusa nel 1962 mediante la fusione con la media ginnasiale e la nascita della scuola media unica.(9)

I due fiumi di giovani che uscivano, prendendo strade diverse, dalla scuola elementare furono unificati nel 1962 dopo molti anni di discussione e di turbolenze, riguardanti sia i contenuti che il tipo di docenza che doveva proporsi per la scuola media. (10)

Alla fine si stabili, sull’onda tutta italiana degli entusiasmi e dei volontarismi scoppiettanti sempre uniti all’emergenza e alla carenza  organizzativa, un orario per gli studenti di 25 ore settimanali obbligatorie e l’offerta di 4 ore aggiuntive libere e opzionali in seconda media ed 8 in terza.(11)

La febbre tempopienista non era ancora nata. Perdurava  la tradizionale valutazione, da sempre applicata nella scuola, che l’orario settimanale delle lezioni in qualunque grado dell’istruzione dovesse aggirarsi intorno alle 24 ore settimanali. Questa  valutazione, valida in tutto il mondo e legata alla necessità  dello  studio individuale e al computo della condizione giovanile fu abbandonata completamente , nel volgere tumultuoso degli anni successivi.

(1-segue)

 

 

 

NOTE

 

(1) Curiosità. Art. 323 della legge Casati: Numero di alunni per classe. Nessuna scuola potrà conservare simultaneamente più di settanta allievi. Quando questo numero sarà oltrepassato per una certa parte dell’anno, il Municipio […] provvederà od aprendo una seconda scuola […] o dividendo per classi, in sale distinte, la prima. In questo ultimo caso l’insegnamento della classe inferiore potrà esser affidato, sotto la direzione del maestro principale, ad un sotto-maestro. Gli allievi delle scuole che hanno una sola classe, potranno eccedere il numero di settanta, ma non potranno oltrepassare quello di cento.

(2) Le “scuole tecniche” permettevano il proseguimento degli studi alla scuola superiore e in alcuni casi all’università. I primi programmi scolastici vennero approvati dal ministro Terenzio Mamiani nel 1860 e includevano fra le materie fondamentali la religione. Nel 1867 i programmi subirono una prima revisione in cui si evidenziava la nota e storica profonda crisi fra Stato Italiano e Chiesa, espressa con l’ attenuarsi dello spazio dedicato alla religione a favore dell’educazione civica.

(3) Quindi il “popolino” studiava, dal 1860, per due anni e chi voleva diventare maestro  7/8 anni. Interessante la pausa,dopo i 4 anni di elementare, di 5 anni per le femmine e di 6 anni per i maschi aspiranti all’insegnamento.

(4) Ne citiamo 2

—–La legge Orlando del 1904. La legge, che prese il nome dal ministro Vittorio Emanuele Orlando, raddoppiava la durata dell’obbligo scolastico portandolo a sei anni – fino al dodicesimo anno di età – con sanzioni più incisive per gli evasori. La durata della scuola elementare era definita in quattro anni al termine dei quali coloro che erano destinati quanto prima alle attività lavorative manuali avrebbero frequentato il cosiddetto “corso popolare” – della durata di ulteriori due anni – costituito dalla classe V e dalla classe VI, di nuova istituzione. La scuola popolare, obbligatoria e con orario ridotto da quattro a tre ore giornaliere, comprendeva insegnamenti di cultura generale, calligrafia, disegno e materie facoltative come il lavoro manuale, nozioni di agraria ed altri insegnamenti collegati a bisogni locali e, per le ragazze i “lavori donneschi”. Chi intendeva proseguire gli studi secondari doveva invece sostenere, compiuta la IV elementare, un esame di maturità. La stessa legge garantiva un maggior sostegno per le scuole serali e festive per adulti analfabeti, mettendo a carico dello Stato il compenso dei maestri, e tra le iniziative a supporto dell’istruzione di base per i più poveri, prevedeva la refezione e l’assistenza scolastica a carico dei Comuni. La legge, infine, pur mantenendo la distinzione tra le diverse tipologie di scuole (urbane, rurali, centri maggiori e minori), fissava il minimo dello stipendio per i maestri delle scuole più piccole e, per gli stipendi dei maestri elementari delle scuole classificate, nuovi aumenti dei minimi salariali stabiliti dalla legge n. 3798 dell’11 aprile 188 .

L’attuazione della legge Orlando fu, come quasi sempre in Italia, lenta e incompleta, come evidenzierà l’inchiesta svolta da Camillo Corradini, direttore generale per l’istruzione primaria e popolare, nel 1907 – 08.

—-La legge Daneo – Credaro. Presentata una prima volta nel 1910 dal ministro della pubblica istruzione Edoardo Daneo, la legge fu portata all’approvazione l’anno successivo dal nuovo ministro Luigi Credaro. La legge suddivideva le scuole in due categorie: scuole dei capoluoghi di provincia, ancora in gestione diretta ai Comuni; scuole di tutti gli altri Comuni, poste alle dipendenze dei Provveditorati agli studi. Lo Stato era dunque direttamente impegnato nell’organizzazione e gestione dell’istruzione elementare nei territori economicamente e socialmente più deboli. Animata dal principio che la scuola elementare è un servizio pubblico statale, la legge Daneo – Credaro affrontò l’impegno a favore dell’istruzione popolare come problema sociale ed economico, riconoscendo lo stretto rapporto esistente tra sviluppo socio-economico ed istruzione. La legge, infatti, non segnò solo l’avvio dello spostamento di funzioni dai Comuni allo Stato e la conseguente ridefinizione di competenze tra l’amministrazione statale e locale (istituendo, ad esempio, il ruolo provinciale dei maestri per le scuole avocate), ma intervenne su una serie di materie connesse con l’obiettivo di imprimere un più forte impulso all’espansione dell’istruzione di base. La legge disciplinò in modo più rigoroso l’obbligo scolastico (art.69) e nel contempo definì una serie di misure di sostegno mediane le “opere sussidiarie ed integrative”. L’art.72, infatti, prevedeva l’istituzione in ogni Comune di un Patronato scolastico, quale ente morale con scopi di assistenza scolastica, promozione di istituzioni para e pre-scolastiche e iniziative culturali. I fondi necessari sarebbero derivati da contributi dei soci, sussidi dello Stato, contributi degli Enti Locali, donazioni, legati.

I maestri :  …… Nel corso della seconda metà dell’Ottocento il numero dei maestri era progressivamente aumentato …… Le maestre, inferiori di numero nei primi anni del nuovo Regno (7841 rispetto a 13209 insegnanti maschi), sopravanzarono nettamente i maestri agli inizi del XX secolo (nel 1901 le maestre erano 37.263 rispetto a 19.170 maestri ….).

*Gli ordinamenti della scuola elementare nella legislazione scolastica del regno d’Italia 1861 – 1946 Antonia Maria Casiello

(5) Dopo la scuola elementare – per coloro che non erano “destinati” agli studi – erano previste due scuole di livello inferiore, entrambe prive di sbocchi ulteriori, il cui compito era quello di assicurare “il completamento dell’obbligo senza suscitare fallaci illusioni di ascesa sociale e senza stornare dai compiti produttivi la massa dei fanciulli frugens consumere nati”:

1 – la scuola integrativa, inclusa nell’ordinamento elementare, a carattere preprofessionale, pensata per i futuri operai e soprattutto contadini, la cui istituzione presupponeva, tuttavia, l’impegno del Comune a dotare la scuola di mezzi didattici e personale sussidiario;

2 – la scuola complementare, inclusa nell’ordine medio, della durata di tre anni, erede del corso popolare, che doveva accogliere un’utenza popolare di tipo urbano destinata ad impieghi modesti nei gradi più bassi dell’amministrazione ed occupazioni professionalmente poco definite.

Nel 1928 il ministro Belluzzo inglobò nella scuola di avviamento professionale i corsi postelementari (integrativo e complementare).

 

*Gli ordinamenti della scuola elementare nella legislazione scolastica del regno d’Italia 1861 – 1946 Antonia Maria Casiello

 

(6) Nella scuola Gentiliana veniva data l’assoluta preminenza alle materie umanistiche-filosofiche ed un ruolo subalterno alle materie scientifiche.

La religione cattolica era insegnata obbligatoriamente a livello primario, dato che si   riteneva utile che tutti i cittadini  possedessero la conoscenza religiosa. La religione era vista dalla classe dirigente come il maggior traguardo intellettuale per le classi popolari per le quali era concepita la scuola elementare.

Ma nel bagaglio culturale dell’elite la religione non era ritenuta indispensabile mentre lo era la filosofia vista come  il più alto traguardo intellettuale nell’educazione di un cittadino della futura classe dirigente.

Così nei licei venne reso obbligatorio lo studio della filosofia e non quello della religione.

L’eterno tira e molla tra lo stato italiano e la chiesa continuava e  nel 1929, con la firma dei Patti Lateranensi. la storica riconciliazione  stabilì che lo studio della religione cattolica  fosse introdotto anche nei licei.

 

(7) Così il “popolino” studiava mediamente 5 anni ed il  maestro 12 anni. L’insegnante elementare  era quindi un diplomato con 12 anni di scuola(5+3+4) e tale rimase fino  quasi alla fine del secolo appena trascorso.

Dal liceo classico passavano i futuri laureati e la futura classe dirigente.

Nelle scuole magistrali si formavano i maestri, con un basamento culturale analogo a quello del liceo, col quale a loro volta formavano, nella scuola elementare, la grande massa della popolazione rurale ed urbana.

La formazione “classica”  era quindi, con qualità diverse, dominante sia in basso che in alto nel corpo sociale italiano. In quasi totale sintonia, nelle elementari, col pensiero e la morale cattolica assolutamente dominante nel territorio e che a sua volta è (era?)molto legata alla cultura classica e alla filosofia.

 

(8) Sta di fatto che, quando nel 1960 si abolì l’esame di ammissione alla scuola media e si cominciò a discutere di riforma di quest’ultima, la licenza media era appannaggio di tre italiani su dieci. E non si creda che la scelta di avviarsi su questa strada fosse un fulmine a ciel sereno: dieci anni prima la licenza media era appannaggio di appena due italiani su dieci, ma dal 1958 si assisteva ad una pressione impetuosa alle porte della scuola media, che grosso modo nel 1963, anno di attuazione della riforma, avrebbe portato i licenziati tra i nati del 1949 al 45% . In tre anni praticamente un incremento del 15%, il doppio di quello dei sette anni precedenti: effetto del boom economico e anche di quello delle nascite!

La classe dei nati del 1952, la prima che usufruì della riforma, si licenziò tuttavia appena al 61,82%, alla faccia dell’obbligo scolastico fino a 14 anni, ma con un altro grosso balzo di quasi il 17% in tre anni. Poi la crescita dei licenziati della scuola media si stabilizzò fino ai nati tra il 1956 e il 1959 che frequentarono la scuola media tra il 1967 e il 1973, anni topici, come si può vedere. Ci fu allora su quelle tre coorti di età una crescita di più del 21%.

Ma si era ancora appena all’83% dei licenziati sui nati nel 1959. Per arrivare al 100% di licenziati bisogna infatti arrivare, con gradualità, molto più avanti: alla classe dei nati nel 1976 che ottennero la licenza per lo più nel 1990 e qualcuno anche dopo a causa delle ripetenze o conseguendola nei corsi per adulti, nel frattempo istituiti.

 

(9) Ho ricordi personali del piccolo numero (5-6) di miei compagni di classe che finita la quinta elementare si iscrissero, dopo il superamento dell’esame di ammissione, alla scuola media di un comune lontano 6 km. Il grosso della classe si iscrisse alla scuola di Avv.Prof. distante solo 2 km e senza esame di ammissione.

Eravamo in un’area molto industrializzata del nord, in provincia di Brescia con tantissime industrie tessili e meccaniche.

(10) Oltre al dibattito sui contenuti, come sempre solennizzato, c’erano i problemi organizzativi sottaciuti ma potentissimi dietro le quinte. Qualcuno sosteneva che dovessero essere ancora  i maestri ad insegnare nella 6, 7, 8 classe. In secondo luogo c’era il  destino delle diverse materie e tipologie di insegnanti non laureati presenti nella scuola di avviamento e della sovrapposizione del personale nel nuovo ordinamento.

 

(11)

ore scuola

 

 

 

 

 

 

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One Comment

  1. lombardi-cerri says:

    Conclusioni che suggeriamo: prendere tutti coloro che hanno partecipato alla riorganizzazione della scuola italiana dando prova palmare di connaturata incapacità gestionale . Dare loro in mano piccone e pala , mettendoli a lavorare senza diritto di parola e, sopratutto, impedendo loro di inventare un qualsiasi nuovo metodo per palare la terra.

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