Come dice Gilberto Oneto, la Padania esiste

di GIUSEPPE ISIDORO VIO

Se, come dicono la sinistra e i centristi, le ragioni di un’improbabile entità politica padana sarebbero meramente economiche e non culturali o linguistiche, che dire allora dell’Italia intera, quando la sua riunificazione fu progettata a tavolino dai Savoia? Fu tutto puro patriottismo o non fu un’operazione realizzata in pochi anni a tutto vantaggio dell’interesse economico del Piemonte e delle mire espansioniste della casa Savoia? La lingua comune a tutti gli italiani era forse quella usata da una ristretta élite di letterati? Qualche decennio dopo, con la colonizzazione europea dell’Africa, in un continente in cui esistevano più di cento idiomi diversi, si assisterà alla creazione di colonie i cui confini sono tracciati col righello sulla cartina geografica, dividendo talora gruppi etnici in colonie diverse o forzando etnie rivali a convivere dentro gli stessi confini. Questa pesante eredità all’indomani della decolonizzazione è stata la ragione delle interminabili guerre tribali che ancora insanguinano l’Africa.

Quasi allo stesso modo “gli italiani”, una mescolanza di etnie, lingue e culture, a tavolino sono stati costretti a convivere assieme, seppur all’interno di quei confini naturali che tuttavia per il Metternich delimitavano solo un’“espressione geografica”, e alla caduta della monarchia, i padri costituzionali, invece che correggere questa forzatura cambiando l’assetto dello Stato Italiano in senso federale, hanno perpetuato quest’eredità monarchica che è lo stato unitario.

Per la Lega, il “Progetto Padania” rappresentò il prototipo per un’Italia federale più giusta e consona alla natura delle popolazioni italiane. Perciò non v’è contraddizione tra la Padania e alcune sue regioni con spiccate e distinte identità etniche come Valle d’Aosta, Alto Adige, Friuli–Venezia Giulia o Veneto se essa è intesa come una federazione. La Padania, come l’Italia, non è certo omogenea dal punto di vista linguistico, nessuno vuole e può negarlo, tuttavia esistono ragioni di altra natura che la distinguono dal resto dell’Italia e la fanno ritenere un territorio omogeneo:

–         Geografiche e climatiche-meteorologiche. Il suo territorio, con l’eccezione di Toscana e parte dell’Umbria, coincide in pratica col bacino idrografico delimitato a nord dallo spartiacque delle Alpi, a est da quello dell’Appennino Ligure e a sud da quello degli Appennini settentrionale e umbro-marchigiano.

–         Storiche. Con l’eccezione della Toscana e dell’area veneta, la Padania coincide esattamente con l’area di espansione dei Galli cisalpini, Marche incluse, occupate dai Galli Senoni, da cui il toponimo Senigallia e, inoltre, assieme alle regioni centrali, la Padania rappresenta anche l’area che storicamente ha sempre goduto di maggior indipendenza e autonomia, diversamente dal meridione che al contrario, ha subito diverse dominazioni straniere.

–         Culturali. Il confine sud della Padania delimita l’area, dove sono comuni il sentimento civico e la percezione dello Stato come un’entità appartenente a tutti. A sud invece lo Stato è percepito per lo più come qualcosa di estraneo e la solidarietà è esercitata nello sfruttarlo o peggio truffarlo, anche come conseguenza delle dominazioni straniere. Inoltre, nella Padania il concetto di lavoro è abbinato a quello di produttività mentre a sud è inteso come mero salario, prevalendo le logiche assistenzialistiche e parassitarie ed è perciò che la Padania rappresenta sostanzialmente l’insieme delle regioni virtuose mentre il resto d’Italia quello delle regioni sprecone. Nel meridione, le contribuzioni a fondo perduto sono oggetto di contestazione a causa dell’uso distorto che spesso si fa del denaro pubblico. Le imprese mirano molto spesso alla massimizzazione dei finanziamenti pubblici piuttosto che al successo del progetto. Si comprende così il fallimento di molte imprese che sono nate in seguito alle agevolazioni finanziarie pubbliche.

–         Sociali. La Padania è l’area dove ancora la società civile prevale sulla criminalità organizzata, mentre più a sud la società civile d’interi territori è ostaggio dell’illegalità e della brutalità delle organizzazioni mafiose che controllano e occupano quei territori al posto dello Stato. Nella conurbazione Napoli-Caserta, come in altre parti della Calabria, della Sicilia e della Puglia, le varie mafie non sarebbero così forti e potenti se non si alimentassero di quell’humus malefico che è la cultura mafiosa, che permea la popolazione stessa, tanto che in quei luoghi si può dire che ogni persona è un “portatore sano” di mafiosità. Ciò spiega anche il fatto che le mafie riescano meglio a infiltrarsi in altri territori come il Nord d’Italia, gli Stati Uniti, il Canada o altrove, quando possano contare sull’appoggio di una colonia d’immigrati conterranei.

–        Etniche. La tendenza della Lega ad aumentare i propri consensi da sud a nord è probabilmente correlata anche a una diminuzione della latinità delle popolazioni che progressivamente si approssimano, nella genetica e nei comportamenti, a quelle nord-europee. In questo quadro trova esplicazione anche l’avversione dei padani per la “colonia romana” (in realtà costituita per lo più da dipendenti pubblici meridionali) che s’impadronisce dei ruoli pubblici, dal prefetto fino all’ultimo postino. Il fatto poi che la Lega abbia più consensi nelle zone rurali rispetto a quelle metropolitane riflette la maggiore omogeneità etnica di quelle rispetto a queste ultime.

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31 Comments

  1. Luca says:

    Le condizioni del Sud prima dell’Unità d’Italia (1861)

    Leandro Fernandéz de Moratìn su Napoli
    «Il popolo è numerosissimo, villano, nudo, maligno, ripugnante quanto mai; la plebe di Napoli è la più strafottente, la più spudorata, la più oziosa, la più sudicia ed indecente che io abbia mai visto nei miei viaggi. Scalzi e miserabili, con calzonacci strappati e una camicia zozza e tutta bucata, percorrono la città, si raccolgono a prender il sole, urlano per le vie e, senza occuparsi di niente, passano il giorno vagando senza mèta, finché la notte si ritirano nei loro infelici tuguri.Gente che non conosce responsabilità alcuna nella vita nè dignità, si mantiene in vita rubando, ed è da credere che in una città cosi grande non manchi mai l’avanzo delle mense dei potenti o della zuppa dei conventi per sfamarli cosi da ridurli ancor più alla pigrizia. Un piatto di brodaglia col quale ciascuno di essi possa soddisfare le proprie necessità di stomaco, le sole necessità che conoscano; e inoltre, per male che vada, ruberanno sempre due o tre denari, per saziarsi di castagne, pere, formaggio, polenta, maccheroni, trippa, o pesce fritto negli innumerevoli spacci, che si trovano da ogni parte e son destinati proprio al mantenimento dei lazzaroni.Il loro numero è cresciuto al punto che vien stimato intorno ai 50.000; un esercito.Benchè io dubiti della cifra, debbo riconoscere che si son moltiplicati a dismisura e che incutono molta paura camminando per strada.
    Leandro Fernandéz de Moratìn [1760-1828]
    Poeta, drammaturgo e letterato spagnolo.
    Da: Viaje de Italia. A Napoli nel 1794.

    Benedetto Nardini (2) su Napoli
    «Solo raccapriccio provo, a ricordare le crudeltà ignominiose commesse durante la rivoluzione [del 1799] dalla plebe napoletana.I lazzari arrostivano gli uomini nelle strade, e domandavano poi con volto penoso ai passanti elemosina per aver spiccioli con cui comprar del pane per mangiarseli arrostiti. Molti di loro portavano nelle tasche delle loro vesti stracciate ,dita e orecchi tagliati, e quando incontravano qualcuno che credevano partigiano del re [ ferdinando I di Borbone], gli mostravano queste spoglie con aria trionfante. Condussero un uomo nudo per le vie, e lo costrinsero a camminare curvo perché uno di questi scellerati, che era al suo fianco,cercava di tagliargli i testicoli con la sciabola.Le donne erano ancora più crudeli: bastava venir denunciato come rivoluzionario da una di queste furie per esser massacrati sul campo. Chiunque avesse capelli tagliati era perduto. Qualcuno pensò di camuffarsi con parrucche; ma quei barbari orrendi ben presto capirono l’astuzia.Essi correvano dietro ai passanti e tiravano loro i capelli, e se restavano loro in mano , per quelli era la fine. Più di 2000 case vennero saccheggiate [le case dei nobili].Tutto ciò si fece per il re e per le Santa Fede. Per tre mesi il cardinale Ruffo devastò il paese, che pure era anche suo.»
    Benedetto Nardini.
    A Napoli nel 1799
    da: Mes périls pendent la révolution de Naples; récit de toutes les horreurs commis par les lazzaronis.

    Charles de Brosses su Napoli
    «La città è popolata da scoppiare; tutti i banditi e gli scioperati della provincia si son insediati nella capitale. Li chiamano lazzarelli; questa gente non ha abitazione; passa la vita in mezzo alla strada a far nulla, e vive di furti ed elemosine che fanno i conventi. Ogni mattina ricopre, sconcia com’ è, la scalinata del chiostro e l’intera piazza di Monteoliveto, che non ci si passa: uno spettacolo osceno da far vomitare»
    Charles de Brosses
    A Napoli nel 1740

    Samuel Sharp su Napoli
    «I lazzaroni napoletani sono i più squallidi miserabili che si possano immaginare; in nessun altro paese d’Europa si vede un popolo cosi spaventoso. Nemmeno tra i facchini delle vetrerie londinesi si troverebbero due o tre selvaggi come questi. E sono a Napoli decine di migliaia questi lazzaroni e non uno di essi dorme mai in un letto: tutti dormono sui gradini che son davanti ai palazzi o sulle panche della strada. Ne vedete alcuni – e ciò che è davvero scandaloso – sdraiarsi sotto i muri di palazzo reale e starsene lì per tutta la giornata a riscaldarsi al sole come tanti maiali: lo spettacolo è dei più disgustosi. Quasi tutti son pressoché nudi: soffrono molto il freddo e se il clima fosse loro meno propizio come lo è a Londra , morrebbero tutti stecchiti certamente. Anche tra gli operai pochi portano le scarpe; i loro bambini poi non ne portano mai. Si dice che siano avvezzi a questo e alle intemperie; tuttavia l’inverno li affligge ugualmente di geloni e di piaghe alle gambe, e fanno proprio pietà. In primavera quei poveri piccini son lasciati completamente nudi, e cosi i loro genitori riescono perfino a fare una piccola economia – privandoli di vestiti ! I conventi a Napoli sono di converso molto ricchi e usano distribuire pane e brodo una volta al giorno a chi domanda la carità; i lazzari vivono principalmente di questa; altri, o rubano o chiedono elemosina, e ottengono abbastanza per sorpravvivere. E paion felici , il che mi lascia perlesso; ma nessuno sembra darsene pena e prender provvedimento.
    Samuel Sharp [ 1700 – 1778], medico chirurgo e letterato londinese
    A Napoli nel 1765 per 8 mesi
    Da: Letters from Italy, describing cutsoms and manners in the years 1765-66

    Johann Georg Keyssler su Napoli
    Una setta di cinici
    « I lazzari sono una razza che esiste solo a Napoli, e possono considerarsi come un vero e proprio fenomeno morale a sé stante. Se ne contano decine di migliaia, non hanno nè stato , nè occupazione, nè possedimenti, nè dimore, nè mezzi fissi di sussistenza, non facendosi notare che per l’estrema miseria e cattiveria, e tuttavia formano una specie di corpo politico che spesso in passato come oggi ha allarmato il governo e il re. Questa classe di sembianti di uomini deve la sua sopravvivenza alla fertilità del paese, al calore del clima, e all’orrore che hanno per il lavoro. Un lazzaro non vivrà per settimane intere che di frutti della terra e rubando o elemosinando o ingannando, pago di sè e del mondo. Il suo abbigliamento è sconcertante : va pressoché nudo; non abita in case ma per le strade di Napoli. Passa cosi le notti, soddisfatto se trova un riparo ma senza alcuna pena per andarselo a cercare. Viene sfruttato in qualità di messaggero, manovale etc. La più piccola ricompensa lo accontenta. Sopportano per lo più pazientemente tutte le offese ed i segni di disprezzo degli altri Napoletani, che amano passar la loro giornata a ingiuriarsi e aggredirsi a parole od anche fisicamente senza un apparente motivo. E’ una gran fortuna che siano cosi miseri e incoscienti da non aver modo di pensare alle vendette ogn’ or del giorno, perchè se questo corpo sociale volesse ogni volta proteggere e vendicare ciascuno dei suoi membri, Napoli sarebbe tutta un grande scannatoio più di quel che già pare, a giudicar dalla superbia e dal disprezzo che mostrano le classi agiate con gran cinismo. Dal momento che non saprebbero nè potrebbero vivere da nessun altra parte come in questa città, non sapendo fare nulla di utile, fuggono tutte le occasioni per allontanarsene perchè altrove non saprebbero far altro e morirebbero di fame e di stenti.»
    Johann Georg Keyssler [1693 – 1743]
    Archeologo e maestro di lettere in Germania, scrittore di viaggi.
    A Napoli nel 1730

    Elisabetta Gonzaga su Napoli
    Che popolo !
    “Che popolo ! E son questi i discendenti dei Greci ? Piuttosto son prova eccellente che tutto degenera, sopratutto l’uomo. Quella loro felice organizzazione di società, quei sensi perfetti, cosi fini, cosi delicati, cosi adatti a cogliere, ad abbellire la natura, son allora divenuti cosi ottusi, laidi e grossolani ?
    Le belle arti non nascono più qui; un popolo cosi degenerato, cosi degradato non può avere idee del vero bello; una indole cosi ferina non potrà servir da modello. A Roma ho visto le meraviglie dell’arte, qui riesco solo a scorgere i prodigi della natura. Essa è la sola ad agire, l’uomo cade qui in inerzia ed abominio. La sua società lo getta in una tale indolenza che forse non uscirà mai dall’apatia in cui sarà sprofondato da tempi immemorabili.
    L’orgoglio che gli ispira il suo cielo, il suo clima, la sua buona tavola, il suo paese, da lui creduto il più bello e il migliore dell’universo, e la lussuria del vivere indolente che l’ha sorpreso prima della civilizzazione, l’abbagliano e gli impediscono di scorgere le tenebre della sua ignoranza, della sua selvatichezza.
    Si può dire che qui l’uomo è allo stesso tempo vicinissimo e lontanissimo alla natura: barbaro e depravato. Specialmente il popolo, la natura lo ha modellato come un camaleonte: da una vivacità convulsa passa subitaneamente all’abbattimento dell’istupidimento. Esso è di volta in volta vile e temerario, semplice e furbo, superstizioso ed empio, venale, scaltro e in un certo senso indifferente a tutto. Ruba e truffa per aver di che vivere e abbandonarsi cosi a quel far niente che è la sua suprema voluttà. Sembra trovar la felicità solo nella sua inesistenza. Quanto sarebbe necessaria l’arte dell’educazione per questa gente: se si trascura il corpo esso si degrada di meno di quello che accade se si abbandona la coltura dello spirito per un sol istante. La minima negligenza gli diviene funesta. E lo vediamo in queste genti !
    Napoli è bellissima, e molto interessante per le meravilgie della natura; ma l’uomo non ne è il suo capolavoro. E’ un bel teatro, ma gli attori son maschere mostruose.
    Qui gli abitanti stanno a testimoniare senza possibilità di smentita che il quadro più desolante, più umiliante della società è quello di una città che è allo stesso tempo nell’infanzia per la barbarie e nella vecchiaia per la corruzione; una città in cui è impossibile trovar i vantaggi della civilizzazione, allo stesso modo in cui è cancellata l’innocenza della natura . ”
    Elisabetta Gonzaga
    A Napoli nel 1790
    da: Lettres sur l’Italie, la France et L’Allemagne pour les beaux arts, Hambourg 1797

    Benedetto Nardini su Napoli
    «Non è tanto il fatto che a Napoli si mangi, si beva, si cucini, si dorma, si conducano le vacche, si dia da mangiare ai vitelli, si lascino branchi di fetidi maiali correre per ogni dove, ci si dedichi ad ogni sorta di loschi mestieri, si scrivano lettere e suppliche, ci si spidocchi e via di sèguito su pubblica via, ma quanto il soddisfare tutti i proprii bisogni corporali; è questa lurida costumanza che fa di tal enorme città una immensa cloaca e riesce insopportabile alla vista e all’odorato di uno straniero. Come viene giustificata quest’usanza disgustosa? Ci sono decine di migliaia di lazzaroni che abitano e dormono per le strade; occorre quindi che essi soddisfino ivi tutte le loro necessità. Inoltre vi è un’infinità di gente della campagna che porta quotidianamente i prodotti delle sue terre in questa grande città e anche essa non ha altro ricetto se non le vie e le piazze; si afferma che persino il proprietario di una casa in cui vi sia un androne non possa impedire che vi si entri per farci i proprii bisogni.Se ciò è vero, io non vorrei mai vivere a Napoli, e tanto meno averci casa. Molti abitanti di alto lignaggio cercano di preservare le loro dimore da simili decorazioni con un’espediente buffo: dal momento che la superstizione è una malattia nella mente dell’intera nazione, vale sicuramente sfruttarne gli effetti. Nei luoghi che sarebbero più adatti a lasciarvi le proprie lordure si appendono al muro delle croci. I Napoletani provano tanta venerazione per queste croci che è molto raro che osino depositarvi in prossimità i loro escrementi.E se non basta, si cerca talvolta di commuovere ancora di più gli spiriti, altrimenti del tutto insensibili ad ogni igiene e nettezza del luogo che abitano, ponendo in mezzo a due croci raffigurazioni delle fiamme del Purgatorio con l’immagine di un’anima che leva le mani al cielo supplichevole.Una tale raffigurazione è di solito efficace, ma non sempre, dal momento che ho visto parecchi uomini darsi tutta la pena del mondo per spegnere quelle fiamme con la loro urina..Si crederebbe possibile che sulla piazza del Castello Angioino, di fronte al palazzo reale, e proprio di fronte alla chiesa di San Luigi, si trovi uno dei letamai a cielo aperto più estesi di Napoli ?Il re, i cui appartamenti dànno su questo lato, non può venir al balcone senza portar involontariamente lo sguardo su queste lordure, e i fedeli non posson entrar in chiesa senza insozzarsi le scarpe e dunque i pavimenti del sacro edificio .Per non parlar dei nasi ! Per quanto grandi siano solitamente quelli dei Napoletani, essi paiono tuttavia non posseder l’olfatto, dal momento che non sembrano neppur rendersi conto di quanto puzzi la loro città.Forse è l’ecessiva sensibilità del loro udito a far gli trascurar l’odorato. Quando parlano urlano che par vogliano venir alle mani da un momento all’altro o paion dei dannati. Essi sembrano quanto mai indifferenti ad ogni forma di decoro, eccetto che nella stanza in cui vivono.I vestiboli, le scale, le anticamere; a tal riguardo un palazzo di un ministro non è affatto diverso dalla misera casa di un bottegaio – lo putecaro, come dicono qui–Io non riesco a capire come mai gli Inglesi, che amano tanto la pulizia dei pubblici luoghi, vengano cosi volentieri e in sì gran numero in questo paese.Le strade hanno comunque un vantaggio sulle case per il fatto che vengon pulite, non per iniziativa dell’amministrazione – poichè nessuno ci pensa-, ma perchè c’è una quantità di gente che raccoglie gli escrementi animali ed umani per venderli come concime. Questo è un mestiere spicciolo e di facile guadagno per la plebe, molto ricercato dai lazzaroni.Si può immaginare quanto sia appetitoso vedere uno di questi uomini che, fatta la propria cesta quasi piena, comprime con le mani queste porcherie, senza minimamente preoccuparsi del tipo di materiale che maneggia, cosi da farcene entrar ancora di più.
    Benedetto Nardini. Storico.
    Da : Mes périls pendant la révolution de Naples. Récit de toutes les horreurs commises dans cette ville par les lazzaronis – temoin oculaire des événéments qui ont précedé ou suivi l’entrée des Français dans cette ville après de la révolution. A Napoli nel 1799.

    Marchese De Sade su Napoli
    La scuola di rapina
    “Il carnevale che passai a Napoli non fu certo brillante, affatto diverso dal veneziano, direi inquietante.
    Vidi tuttavia abbastanza per giudicar i piaceri del popolo, ed il popolo dai suoi piaceri. Il tutto si aprì con una cosiddetta cuccagna, il più barbaro spettacolo di questo mondo.
    Su un grande palco, ornato con rustiche decorazioni, davanti al castello angioino o al magnifico palazzo reale, si poneva enorme quantità di viveri, disposti in modo da formar essi stessi una bizzarra decorazione. Vi sono, barbaramente crocifissi, oche, polli, tacchini, maiali, che, infissi ancora vivi a due o tre chiodi e dunque sanguinanti, divertono il popolo coi loro movimenti convulsi fino al momento in cui sarà loro concesso di andarli ad arraffare.
    Pagnotte, baccalà, quarti di bue, montoni che pascolano in una parte della scena, rappresentante un campo agreste custodito da eleganti uomini di cartone, pezze di tela a formar le onde del mare, sul quale si vede un vascello carico di vettovaglie o di mobili, molto desiderati, secondo gli usi locali.
    Cosi è dunque disposta l’esca apprestata, talora con certo buon gusto, per questo popolo selvaggio, per eccitarne o meglio perpetuarne la voracità e l’amore per il furto.
    Poichè, dopo aver visto questo spettacolo sarebbe difficile non convenire che si tratti più di una scuola di rapina che di una vera festa. Alla vigilia, il palco, ormai già pronto, guardato da un picchetto di soldati, vien mostrato al pubblico, e tutta la città corre a guardare. Spesso la tentazione diventa cosi forte che il popolo forza la guardia e saccheggia la cuccagna prima del giorno destinato ad esser per loro stessi sacrificata. Se attende, l’indomani , due ora prima del mezzodì, che normalmente è il momento indicato per il saccheggio, la piazza si riempie di una trentina di picchetti di granatieri e di qualche distaccamento della cavalleria, per metter ordine fra la plebaglia a cui sta per esser offerta dal re la più terribile lezione di disordine. A mezzogiorno preciso tutto il popolo è in piazza, tutta la città alle finestre – giacchè di queste cose pare si riempiano qui giornate – e sovente il re stesso sta sul balcone del palazzo a godersi lo spettacolo; ecco il cannone. A questo segnale si apre il cordone dei militari; il popolo famelico si precipita e in un batter d’occhio: ogni cosa è arraffata, saccheggiata, con una frenesia impossibile da descrivere. Questa scena terrificante, che mi diede, la prima volta che la vidi, l’idea di una muta di cani aizzati alla corsa su prede, termina spesso tragicamente. Due di quegli esseri ferini lanciatisi su uno stesso quarto di bue o su un oca mezza morta non si sopportano impunemente; bisogna che se ne decida della vita dell’uno o dell’altro. Io fui testimone di un orrore che mi fece rizzar i capelli. Due uomini si attaccarono per un quarto di bue – che pure è immangiabile per un solo uomo ! – Subito salta fuori il coltello. A Napoli è l’unica risposta che si conosca ad un diverbio. Uno dei due stramazza nel suo stesso sangue. Ma il vincitore non gode a lungo della sua vittoria. I pioli sui quali si arrampica per andar ad afferrar il frutto del suo onesto delitto gli mancano sotto i piedi. Coperto per metà dal bue cascatogli addosso, cade schiacciato egli stesso sul cadavere del rivale. Feriti, morti e animali sanguinanti, diventa un tutt’ uno. Non si vede più che un ammasso, quando nuovi concorrenti, approfittando della disgrazia dei due miserabili, sbrogliano il lacerto di carne dai cadaveri sotto i quali è sepolto, e l’arraffano in trionfo ancora gocciolante del sangue dei loro rivali.
    Il numero degli assalitori è di solito non meno di 5-7.000 lazzaroni; è cosi che a Napoli chiamano la parte più infima di questo popolo già nel complesso pauroso.
    Otto minuti sono sufficienti per distruggere l’enorme impalcatura, tale è la furia; non meno di 20 morti e decine di feriti gravi che spesso non sopravvivono, è di norma il numero degli eroi che la Vittoria lascia sul sordido campo di battaglia.
    Ho trovato un solo particolare che stona col sublime orrore di questo regale spettacolo: non lasciano i morti e i feriti alla vista di tutti, distesi sui resti delle decorazioni.
    Questo accorgimento, oserei dire, sarebbe magniloquente e sarebbe troppo segno del genio di questa nazione.
    Normalmente, durante il carnevale si dànno quattro o cinque cuccagne di questo genere; dipende dalla durata del Carnevale prima che sia Quaresima. E’ comunque uno spettacolo che si rinnova nei grandi avvenimenti. Ad esempio, un parto della regina, occasione eccellente in cui tutti i Napoletani non mancano di saccheggiare, distruggere e uccidersi per esprimere la propria gioia.
    Queste feste son date dal re, ma è il popolo stesso che le paga, ed i macellai che forniscono le proprie derrate posson cosi imporre il prezzo che vogliono, speculando vergognosamente, senza che la polizia intervenga a reprimere le loro vessazioni. Il popolo affamato compera e il re fa decorare per loro; ecco spiegato anche perchè tali mostri siano cosi tenaci nel riconquistare le prede che hanno pure pagato.
    Se è lecito giudicare una nazione dai suoi gusti, dalle feste,dai divertimenti, che opinione si deve avere di un popolo in cui son necessarie tali infamie ?
    Si afferma a Napoli che il re, il quale naturalmente teme questo suo popolaccio feroce, ben sapendo che la sua bilancia non è in equilibrio tra l’indole rivoltosa e omicida dei sudditi e la debolezza del suo governo [ nota: qui il De Sade si riferisce a Ferdinando IV di Borbone, 1751-1825, detto il ‘re lazzarone’, figlio di Carlo III, fondatore della dinastia e considerato il migliore dei re di Napoli – ndr ], si ritiene obbligato a dare queste feste. Gli hanno fatto credere che avverrebbe una rivoluzione se abolisse le cuccagne, ed egli la teme. Il suo potere, la sua forza ed il suo spirito sono tali ,che se gli andassero a dire che il popolo vuol saccheggiare la sua reggia, si ritirerebbe per lasciarlo fare.
    Donatien Alphonse François, Marchese De Sade[1740-1814]
    A Napoli nel 1776
    da: Voyage en Italie

    Carlo Antonio Pilati da Tassullo su Napoli
    “ Sapete cos’è una cuccagna ? Immaginate un anfiteatro artificiale addobbato di derrate e scenografie, elevato nella piazza davanti al palazzo del re – che essi chiamano lu llario de palazzo – vacche, vitelli , montoni, maiali e cataste di pane coprono la base di questo edificio; si vedono ai lati oche, tacchini, pollastri, capponi. Tutti questi animali sono inchiodati vivi, ed è davvero uno spettacolo raccapricciante di cui io ero il solo ad esserne impressionato nel mezzo di una folla belluina e festante. Il re offre tutti gli anni, a Carnevale, una di queste cuccagne al popolo; a volte essa può esser allestita anche per grandi occasioni di celebrazione, ad esempio dopo una straordinaria carestia, o per importanti accadimenti a corte. In questi casi le cuccagne son ancora più abbondanti e terrificanti.Le due che ho visto quest’anno erano più opulente dell’ordinario: affiancate da fontane di vino, si vedevano figure di divinità pagane superbamente abbigliate; e queste divinità furono offerte al saccheggio al pari delle vacche e dei maiali. Tre ranghi di soldati a piedi e a cavallo circondavano l’edificio, per impedire al popolo di gettarsi sulle prede prima del segnale convenuto; a questo segnale – dato con sparo di cannone al mezzodì del martedi grasso – le truppe devono farsi da parte subito per restar illese, e i lazzari a migliaia in camicia e mutande corrono come indemoniati sulla cuccagna. Disgraziatamente la plebaglia, del tutto senza senno, prese per segnale quello che non era: corse prima che le truppe si fossero divaricate, queste si sforzarono di arrestare il torrente che veniva contro di loro, ma i lazzari da una parte travolsero la fanteria che si trovarono dinanzi e dall’altra si infilarono sotto i cavalli dei soldati che invano tentarono di fermarli con le sciabole senza pietà. Non potevo credere ai miei occhi.
    Carlo Antonio Pilati da Tassullo [ 1733-1802]
    Giurista e letterato illuminista del Trentino
    A Napoli nel 1776da : Lettres des voyages écrites de l’Italie, l’Allemagne et de la Suisse – publiéés à La Haye, 1777

    Michel Guyot de Merville su Napoli
    « A proposito di Napoli, potrei darvene un’idea esatta in due parole, dicendovi che questa città è UN PARADISO ABITATO DA’ DIAVOLI.Ma la definizione, già assolutamente veritiera, vi sembrerà eccessiva. E allora ve lo dimostrerò con argomenti convincenti: il primo è che tutte le prigioni sono sempre stracolme di carcerati; il secondo è che non passa giorno in cui non si senta parlare di rapine, o di assassinii; il terzo è che non corre settimana senza che si faccia impiccare qualche Napoletano; alla piazza del Carmine, ad esempio. Ma come si potrebbe far altrimenti con un popolo che non pensa ad altro che a commettere delitti ?»
    Michel Guyot de Merville [1696-1755]
    A Napoli nel 1721 da: Voyage historique dans l’Italie

    Jean Jacques Bouchard su Napoli
    Parlar chiatto
    “ Abbiamo notato che i Napoletani sono dei gran chiacchieroni, ma che nondimeno non dicono mai niente di valido, incapaci di fare un discorso ordinato e razionale. La loro lingua riflette queste stesse caratteristiche, con un lessico copioso, più ancora del toscano, ricco di un numero infinito di termini particolari per designare ogni minima cosa; e tuttavia è pressochè impossibile fare o scrivere in questa lingua un discorso serio e che abbia ordine e filo logico, e di fatto non c’è scrittore napoletano che sappia mettere tre righe insieme senza infilarci qualche parola da taverna o da bordello: pertanto è solo su questo genere di cose che questa lingua trova la sua utilizzazione, essendo cosi stravagante e ridicola che di qualsiasi soggetto tratti suscita una generale ilarità . I Napoletani mi appaiono molto spesso privi di raziocinio, per essi vale solo l’aggredirsi a vicenda o vendicarsi a parole prima di azzuffarsi con le mani. Non son punto interessati a prevalere pacatamente con la logica sull’interlocutore, ma di ogni questione fanno un punto di onore o di disonore da vendicare con bocca o con mani. In primo luogo perchè la maggior parte delle metafore, delle allusioni, parole composte o derivate della lingua dei Napoletani son tratte dalla mangiatoria e dai bisogni corporali, dalla canzonatura e dalle ingiurie, dalla rissa e dalla lite, ed è in questi argomenti che consiste tutta la sua sapidità e veemenza, la grazia e l’abbondanza di lessico di questa lingua; ed io credo che vi siano più parole ingiuriose e di bordello che altro. Cosi abbiamo notato coi miei compagni che i Napoletani sono dediti alla bocca e al ventre, grandi sfottitori, bestemmiatori, rissosi e spacconi. Ma ciò che rende questa lingua ancor più ridicola è la pronuncia, giacché i Napoletani parlano non solamente con la lingua, ma con tutto il corpo: avanzando, indietreggiando, piegandosi come se tirassero di scherma, muovendo più spesso le braccia e le mani che la lingua, scuotendo e ruotando la testa come invasati, sbuzzando gli occhi come posseduti, gonfiando le narici, tirando la bocca indietro un buon mezzo piede; in breve non proferiscono mai parola senza usare tre organi tutti insieme, cioè la gola, al fondo della quale fanno nascere e trattengono la voce principalmente sulla ‘a’ in maniera che quando parlano sembra che gargarizzino”.
    “Il second’organo che articolano nervosamente è il naso, in cui fanno risuonare per riflesso del fondo della gola le loro parole, sopratutto la ‘o’, che si compiacciono a far suonare alta,chiara, lunga ed aperta, non avendo per niente questa ‘o’ chiusa dei Romani: ed è principalmente da questa vocale che si riconosce un Napoletano che volesse spacciarsi per Toscano. Tirano allo stesso modo di naso, come annusando, la lettera ‘n’ che tanto lor piace tener nuda di vocale a inizio parola e davanti ad altra consonanate : nce, nnammurato,ngannaccato, ncrastulato, nguajato e cosi via. L’altro organo che muovono violentemente nel parlare è la bocca, o per meglio dire le labbra, tenute in dentro e aperte il più a lungo possibile per ottener quel ‘parlar chiatto’ come essi lo chiamano, e che è il loro vero o modo di parlare, per incuter cioè timore e zittire l’interlocutore sin dalle prime battute, il che è per loro massima soddisfazione. E’ un parlar lungo , trascinato,ma forte e alto, sicchè pare che parlino sempre in falsetto, cosa abbastanza esilarante, affettando una certa raucedine nel tono della voce. La vocale che domina è la ‘i’, che sta davanti a tutte le ‘e’ lunghe, cioè accentate : piétto, miérto, liétto , Antuniéllo, ecc. e nella quale trasformano spesso la ‘e’, tanto all’inizo che alla fine delle parole; quando parlano veloce non vi rendete conto che delle ‘i’ , perche’ le ‘e’ sono tutte come la ‘e’ muta della nostra lingua di Francia e cosi le parole sono tutte incatenate e sembrano una sola. La velocità di eloquio è fulminante e ho notato che più sono aggressivi, più parlano velocemente legando tutte le parole . La ‘a’ la tengono lunga e oscura come una ‘o’ quasi, la pronunciano di gola, e la ‘o’ la fanno risuonare alta e chiara. In breve, il loro parlare è un continuo concerto di gravi e di acuti, di ‘forte’ e di ‘piano’, di leggero e di lento, ed è sufficente sentir parlare un Napoletano adirato per farsi passar la malinconia e rider a crepapelle.”
    Jean Jacques Bouchard [1606-1641]
    Letterato francese ed editore A Napoli nel 1632; dal suo diario: Voyage dans le Royaume de Naples

    Jean Jacques Bouchard, letterato francese, a Napoli dal gennaio
    ad agosto del 1632, dal suo diario ‘Voyage dans le Royaume de Naples’.
    Alle vigilie di festa fanno cosa selvaggia: i ragazzi accendono ad
    una cert’ora della notte grandi fuochi in riva al mare e bruciano quel
    che capita, immondizie abbandonate o le procurano essi stessi e fanno
    grosse pire e si mettono nudi a danzare tutt’attorno.
    A quest’abitudine se ne puo’ aggiunger di raccontar un’altra: ad una
    cert’ora tutte le donne escono dalle loro case e vanno a vuotare i
    càntari, come si chiamano a Napoli, a Roma pitali, e in italiano vasi
    da notte, e sembra che vadano a celebrare qualche gran mistero,
    portando solennemente il loro vaso pieno di escrementi sotto il
    braccio. In tutto questo borgo i popolani non si servono per niente di
    cessi, e pretendono che il loro modo di fare sia più appropriato e
    meno scomodo delle latrine, che dicono appuzzolentire e rovinare le
    case; e vogliono che questi vasi si vuotino regolarmente tutte le
    sere, cose che – essendo la popolazione di tale città enorme e più
    numerosa di tutt’Europa – rende l’aria talmente fetida che ad una
    cert’ora della notte passeggiare per Chiaja è davvero disgustante. Ma
    nessuna autorità vi porrà mai rimedio. Il mattino nulla resta di
    questo sterco, i pesci lo divorano tutto, ed è perciò che qui sono più
    grassi e ce ne son tanti.
    Quando son arrivati al punto che la loro pala può esser tutta coperta
    d’acqua ad un piede circa, inoltrandosi nel mare, la conficcano il più
    saldamente possibile nella sabbia.

    Mettrenich ” La monarchia dei borboni ha reso il popolo meridionale mezzo barbaro , di una ignoranza assoluta , di una isupestizione senza limiti , come gli africani ” Metternic 1820

    in una lettera a Cavour del 27 ottobre 1860 indirizzata da Luigi Carlo Farini,
    “Ma, amico mio, che paesi son mai questi, il Molise e Terra di Lavoro! Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica: i beduini a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù civile. E quali e quanti misfatti! Il Re dà carta bianca: E la canaglia dà il sacco alle case de’ Signori e taglia le teste, le orecchie a galantuomini, e se ne vanta e scrive a Gaeta: i galantuomini son tanti e tanti: a me il premio. Anche le donne caffone ammazzano; e peggio: legano i galantuomini (questo nome danno ai liberali) pe’ testicoli, e li tirano così per le strade; poi fanno ziffe zaffe: orrori da non credersi se non fossero accaduti qui dintorno e in mezzo a noi. Ma da qualche dì non è accaduto altro: ho fatto arrestare molta gente; alcuni ho fatti fucilare alle spalle (ne domando scusa a Cassinis); Fanti ha pubblicato un bando severo. Giunto che io sia a Napoli, vi manderò un rapporto con documenti sopra questa gesta della Corte di Gaeta, la quale ha mantenute incontaminate le tradizioni della Regina Carolina e del Cardinal]e Ruffo2.”

    Massimo D’Azeglio che fu presidente del consiglio del Regno di Sardegna ed esponente della corrente liberal-moderata tra l’altro così scriveva :” In tutti i modi la fusione con i napoletani mi fa paura e come mettersi a letto con un vaioloso”e, un anno dopo «Quanto a Napoli, più si va avanti e meno funziona. E un’ulcera che ci rode e che ci costa».

    Si comincio’ anche a temere che il sud potesse contagiare il nord,come se fosse portatore di una malattia infettiva.Pasquale Villari,meridionale,storico e senatore del Regno,scrisse nel 1875:”Oggi il contadino che va a morire nell’agro romano,o che soffre la fame nel suo paese,e il povero che vegeta nei tuguri di Napoli,possono dire a noi e a voi:Dopo l’unità e la libertà d’Italia non avete più scampo;o voi riuscite a rendere noi civili,o noi riusciremo a render barbari voi.”

    Villamarina suggerisce in un’altra lettera da Napoli che la storia da sola non basta per giustificare il degrado dei napoletani: «Qui non esiste altro che viltà. Per scusarsi essi dicono che sono avviliti […] ma perché, dico io, si sono lasciati avvilire in questo modo? […] Alla fine la storia dimostra che tutti i popoli, più o meno ci sono passati, ma non sono caduti in un tale stato di abbrutimento e di poltroneria come i napoletani». (CC, Lib. del Mezz., I, p. 141).

    Nel suo rapporto al Ministro degli Interni Marco Minghetti sulle condizioni dell’Italia meridionale, Diomede Pantaleoni descrive le difficoltà del viaggiare in Calabria durante l’estate 1861 nel modo seguente: «Bisogna avere 40, 60 uomini di scorta, andare di conserva con altre vetture, armati tutti da capo a piedi, e viaggiare come caravane nel deserto per difendersi dagli Arabi e da’ Beduini […]. Non hawi una sola parola di esagerazione in tutto ciò! È la storia, la semplice storia del modo stesso col quale […] ho dovuto e potuto viaggiare io stesso in quelle parti» P. Alatri (a cura di), Le condizioni dell’Italia meridionale in un rapporto di Diomede Pantaleoni a Marco Minghetti (1861), in «Movimento operaio», 1953, 5-6, p. 771).

    Alcuni anni dopo, A. Bianco di St. Jorioz fu persino più esplicito a proposito della paradossale coesistenza di «Italia» e «Africa» nella stessa nazione: «Qui siamo fra una popolazione che, sebbene in Italia e nata italiana, sembra appartenere alle tribù primitive dell’Africa» (in B. Croce, Storia del Regno di Napoli, Bari 1972, p. 246).

    Una simile visione dell’incivile Sud, come di un posto dove la società deve essere costruita ex novo, compare in una lettera a Cavour scritta dal suo Ministro della Giustizia, G.B. Cassinis, durante una visita di governo a Napoli nel tardo novembre. Cassinis inquadra il problema in termini di necessità di creare nel Sud la coscienza pubblica indispensabile per l’applicazione di un sistema costituzionale di governo:
    « Bisogna in certa guisa adunque rifare il paese, rifare, o dirò meglio creare, la coscienza pubblica, bisogna rendere gli uomini capaci della applicazione del sistema costituzionale. E sarebbe cosa da spaventarsene, sarebbe cosa da riputarsi impossibile, se questa medesima terra tanto lontana dalle idee di progresso e di civiltà, non ci presentasse opportunità speciali.»

    «Il Settentrione ,più ricco e più civile,ha verso il Mezzodì grandi doveri,che finora si guardò bene di assolvere,sebbene l’assolverli sarebbe anche nel proprio beninteso interesse.Quindi:egemonia temporanea della parte più avanzata del paese sulla più arretrata, non per opprimerla,anzi per sollevarla e per emanciparla. Filippo Turati 1900.

    lettera di Diomede Pantaleoni a Massimo d’Azeglio del 21 agosto 1861:«Credimi, non siamo noi che profittiamo nell’unione, ma sono queste sciagurate popolazioni senza morale, senza coraggio, senza cognizioni e dotate solo di eccellenti istinti e d’un misto di credulità e di astuzia che le dà ognora nella mani dei più gran farabutti.»

    Il conte piemontese Guido Borromeo, da poco nominato segretario generale del Ministro degli Interni, in una lettera a Ferdinando Riccardi di Netro del 14 dicembre 1860 afferma:« Conosco molto codesto Paese dove ho soggiornato per più di due anni consecutivi e so di quali spine, e di quanti agguati siano cosparse le sue vie. Avvezzi alla severa disciplina e alla sdegnosa onestà del nostro settentrione, la viltà, l’ingordigia, la venalità e la malafede che cresce in ragione cubica più si discende verso il calcagno dello stivale ,fanno un effetto disperante. Ci vorranno due generazioni prima che il rubare, il mentire, il truffare siano costì considerate azioni non proibite soltanto dal Codice. Eppure bisogna che qualcuno si assuma di far da maestro e da pedagogo»

    Durante lo stesso anno Ferdinando Gregorovius aveva trovato Napoli altrettanto ripugnante: «Napoli ha addirittura qualcosa di repulsivo, con questo suo caos di case alte fino al cielo, architetture barocche, afa, la polvere delle strade e la confusione assordante» (cit. in Galasso, L’altra Europa cit., p. 155), mentre dieci anni prima Nassau William senior descriveva uno scenario da incubo: «Sudicie carrozze piene di sudicia gente rischiano ogni momento di schiacciarvi. Sudici pedoni, il cui contatto e’ ripugnante, vi urtano coi gomiti ad ogni passo; l’aria è polverosa e piena di puzza; orribili mendicanti vi sciamano intorno» (cit. in F. Venturi, L’Italia fuori d’Italia, in Storia d’Italia, III, Dal primo Settecento all’Unità, a cura di R. Romano e C. Vivami, Torino 1973, p. 1392).

    Denis Mack Smith
    « La differenza fra Nord e Sud era radicale. Per molti anni dopo il 1860 un contadino della Calabria aveva ben poco in comune con un contadino piemontese, mentre Torino era infinitamente più simile a Parigi e Londra, che a Napoli e Palermo; e ciò in quanto queste due metà del paese si trovavano a due livelli diversi di civiltà.
    I poeti potevano pure scrivere del Sud come del giardino del mondo, la terra di Sibari e di Capri, ma di fatto la maggior parte dei meridionali vivevano nello squallore, perseguitati dalla siccità, dalla malaria e dai terremoti. I Borboni, che avevano governato Napoli e la Sicilia prima del 1860, erano stati tenaci sostenitori di un sistema feudale colorito superficialmente dallo sfarzo di una società cortigiana e corrotta. Avevano terrore della diffusione delle idee ed avevano cercato di mantenere i loro sudditi al di fuori delle rivoluzioni agricola e industriale dell’Europa settentrionale. Le strade erano poche o non esistevano addirittura ed era necessario il passaporto anche per viaggi entro i confini dello Stato. In quell'”annus mirabilia” che fu il 1860 queste regioni arretrate furono conquistate da Garibaldi e annesse mediante plebiscito al Nord. »

    Anche il marxista Antonio Gramsci, pur critico con i governi sabaudi, attribuì il manifestarsi della Questione meridionale principalmente ai molti secoli di diversa storia dell’Italia meridionale, rispetto alla storia dell’Italia settentrionale, come chiaramente esposto nella sua opera “La questione meridionale”.
    « La nuova Italia aveva trovato in condizioni assolutamente antitetiche i due tronconi della penisola, meridionale e settentrionale, che si riunivano dopo più di mille anni.
    L’invasione longobarda aveva spezzato definitivamente l’unità creata da Roma, e nel Settentrione i Comuni avevano dato un impulso speciale alla storia, mentre nel Mezzogiorno il regno degli Svevi, degli Angiò, di Spagna e dei Borboni ne avevano dato un altro.
    Da una parte la tradizione di una certa autonomia aveva creato una borghesia audace e piena di iniziative, ed esisteva una organizzazione economica simile a quella degli altri Stati d’Europa, propizia allo svolgersi ulteriore del capitalismo e dell’industria.
    Nell’altra, le paterne amministrazioni di Spagna e dei Borboni nulla avevano creato: la borghesia non esisteva, l’agricoltura era primitiva e non bastava neppure a soddisfare il mercato locale; non strade, non porti, non utilizzazione delle poche acque che la regione, per la sua speciale conformazione geologica, possedeva.
    L’unificazione pose in intimo contatto le due parti della penisola. »

    Nel seguente brano di un memorandum sulle condizioni dell’Italia meridionale scritto da Lady Holland a Cavour da Napoli nel tardo ottobre, l’enfasi sullo stato di indecenza e sulla mancanza di strutture civili nel Sud va di pari passo con l’idea che i piemontesi dovranno costruire una civiltà partendo da zero:
    « È poi rimarchevole che in questo Regno delle Due Sicilie il nuovo governo troverà che tutto è da fare […]. Tutte le città di Napoli e Sicilia sono in uno stato di indecenza, quasi inferiori a quello delle antiche tribù dell’Africa. Le prigioni ed i luoghi penali sono locali dove appena si possono tenere le belve. Non vi sono fontane pubbliche, non orologi, e tutt’altro che a civili contrade si conviene.»

    Generale Paolo Solaroli,il 12 dicembre 1860 dopo una breve visita a Napoli nel dicembre 1860: «Dirò due parole sulla tanto decantata Napoli dal bel clima. La popolazione è la più brutta ch’io abbia veduta in Europa dopo Oporto, ma sorpassa questa nella mollezza e nel vizio, nel sudiciume. […] Abbiamo acquistato un cattivissimo paese, ma sembra impossibile che in un luogo ove la natura fece tanto per il terreno, non abbia generato un altro Popolo»

    Il pugliese Giuseppe Massari ,subito dopo il suo rientro a Napoli, dopo un decennio passato in esilio in Piemonte, comunica queste impressioni a Cavour in una lettera del 21 ottobre:« Mi trovo in un mondo affatto nuovo per me, e voglio dirle le mie impressioni. Napoli porge lo spettacolo più bizzarro e più singolare che possa immaginarsi: quello di una anarchia pittoresca ad un tempo e grottesca: un chiasso dell’altro mondo, un va e vieni continuo di gente, un gridare che stordirebbe anche il Senatore Plana e un sudiciume da digradarne Costantinopoli. Io ho sempre amato ed apprezzato il Piemonte, ma dopo questi tre giorni in Napoli lo adoro. Il contrapposto è indescrivibile.»

    Amari, uno dei membri più eminenti e autorevoli del movimento autonomista siciliano, ispirò con la sua preoccupazione per il centralismo piemontese(Torino era la capitale all’epoca), una delle più note affermazioni di Cavour (e in retrospettiva, poco fortunata) sull’autogoverno regionale: «Il Prof. Emerico Amari, dottissimo giureconsulto com’egli è, riconoscerà, io lo spero, che noi siamo non meno di lui amanti della discentralizzazione, che le nostre teorie sullo Stato non comportano la tirannia d’una Capitale sulle province, né la creazione d’una casta burocratica che soggioghi tutte le membra e le frazioni nel Regno, all’impero d’un centro artificiale, contro cui lotterebbero sempre le tradizioni e le abitudini dell’Italia, non meno che la sua conformazione geografica. Io ebbi più volte ad esprimere le mie idee su questo argomento al Conte Michele Amari, fratello del Professore Emerico, ed io non ho il menomo dubbio che, quando siano sedati i commuovimenti che alcuni mestatori s’ingegnano di suscitare rinfocolando le ire personali, sarà facilissimo di mettersi d’accordo sopra uno schema d’organizzazione, che lasci al potere centrale la forza necessaria per dar termine alla grande opera del riscatto nazionale, e conceda un vero auto-governo alle regioni ed alle province» (CC, Liberazione del Mezz., IV, p. 220).

    Il brigante Mammone, nominato sul campo “generale” dell’esercito “sanfedista” da Sua Eminenza il cardinale Fabrizio Ruffo di Calabria, elogiato personalmente dal “re lazzarone”, era notoriamente un cannibale. Una fonte fra le molte disponibili: ”Mammone Gaetano, prima molinaio, indi generale in capo dell’insorgenza di Sora, è un mostro orribile, di cui difficilmente si trova l’eguale. In due mesi di comando, in poca estensione di paese, ha fatto fucilar trecentocinquanta infelici;…Non si parla de’ saccheggi, delle violenze, degl’incendi;…non de’ nuovi generi di morte dalla sua crudeltà inventati… Il suo desiderio di sangue umano era tale, che si beveva tutto quello che usciva dagl’infelici che faceva scannare. Chi scrive (Cuoco, ndr) lo ha veduto egli stesso beversi il sangue suo dopo essersi salassato, e cercar con avidità quello degli altri salassati che erano con lui. Pranzava avendo a tavola qualche testa ancora grondante sangue; beveva in un cranio…”. (Vincenzo Cuoco, “Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli”, Bur 1999, cpt XLIV, pag.265, nota 4).
    Durante la feroce repressione seguita alla caduta di Napoli nel 1798, i lazzaroni (la folta classe della malavita comune napoletana, fedelissima a re Ferdinando I, detto appunto “il re lazzarone” perché con comportamenti decisamente plebei e rozzi) si diedero ad arrostire pubblicamente alcuni dei repubblicani. Scrive un testimone oculare, Benedetto Nardini: “«Solo raccapriccio provo, a ricordare le crudeltà ignominiose commesse durante la rivoluzione [del 1799] dalla plebe napoletana. I lazzari arrostivano gli uomini nelle strade, e domandavano poi con volto penoso ai passanti elemosina per aver spiccioli con cui comprar del pane per mangiarseli arrostiti.”
    Per passare oltre nel tempo, comportamenti cannibalici furono attribuiti ancora nel periodo 1860-1870 a numerose bande brigantesche, sia in Italia meridionale, sia nel Lazio ancora pontificio. Una testimonianza fra le molte è quella di Carlo Bartolini, ufficiale dell’esercito pontificio, che s’infiltrò in un gruppo di briganti e riferì poi la sua vicenda nell’opera “Il brigantaggio nello Stato pontificio. Cenno storico-aneddotico dal 1860 al 1870”. Bartolini scrive: “I nostri briganti non sdegnavano di tagliare ai prigionieri brani di carne, cospergerli di sale e pepe e dopo di averli rosolati leggermente sul fuoco, ancora stillanti sangue mangiarseli innanzi alle stesse vittime col più gran gusto come un saporoso manicaretto”. In un passo dell’opera, egli racconta di vicebrigadiere pontificio, caduto ferito ma vivo nelle mani dei banditi, che lo fecero a pezzi con i loro coltelli, finché uno di loro ne estrasse il fegato e lo divorò ancora crudo, fra gli applausi dei compagni.
    Un comportamento da antropofago è stato attribuito anche a Ninco Nanco, il luogotenente di Carmine Crocco, il maggior brigante posteriore all’Unità. Ninco Nanco strappava il cuore ai prigionieri con un coltello, per poi addentarlo. Durante il processo alla banda La Gala emersero casi di cannibalismo. Lo storico Antonio Lucarelli ricorda casi di brigantesse cannibali.
    Si noti comunque che i suddetti sono soltanto alcuni esempi di una pratica, quella del cannibalismo, che era invece non eccezionale fra le schiere brigantesche.

    Il brigantaggio era infatti presente da molti secoli e con grande intensità nel Meridione d’Italia ed era uno dei maggiori ostacoli ad un suo sviluppo. Fra gli altri, il grande storico Fernand Braudel nel suo capolavoro “Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II” (cfr. volume II, capitolo V, paragrafo III. MISERIA E BANDITISMO), presenta proprio l’Italia meridionale come uno degli esempi di territorio infestato dal fenomeno brigantesco, che egli, intelligentemente, riconosce come un fenomeno assieme anarcoide (jacquerie contadina indotta dalle misere condizioni di vita), criminale eppure sfruttato dai latifondisti per i propri interessi di fazione. Cito un brano fra i molti del Braudel:
    “Nelle grandi patrie del banditismo, il compito [di repressione] deve essere sempre ripreso. Nel 1578 il marchese di Mondéjar, viceré di Napoli, decideva un nuovo tentativo contro i fuoriusciti di Calabria. Sin dall’arrivo nel regno era stato informato dei loro crimini: terre predate, strade interrotte, viaggiatori assassinati, chiese profanate, incendi, persone rapite e ricattate. I provvedimenti del cardinal Granvelle erano stati inefficaci, e anzi, scriveva il vicerè, “il numero di fuoriusciti è aumentato, moltiplicati i loro delitti, cresciuto talmente il loro potere e l’insolenza che in mille parti del regno non si può viaggiare senza gravi rischi e pericoli” (ibidem, p. 789). ancora dal Braudel: “In Calabria […] i fuorilegge pullulano, favoriti dalla circostanze e dalla natura del terreno […] Le azioni repressive esasperarono l’attività dei banditi: forzavano castelli, entravano in pieno giorno nelle grandi città, osando “Uccidere i loro nemici persino nelle chiese, facendo prigionieri, su cui mettevano taglie”. Le atrocità spandevano il terrore: “Essi devastavano le terre, massacravano le greggi di coloro che resistevano o che li perseguitvano per ordine e incarico dei governatori, non osando questi farlo essi stessi” (Ibidem, p. 790). Ancora dal Braudel: “Nel 1580 un agente veneziano segnalava che tutto il regno era infestato dai banditi, che i briganti da strada erano i padroni nelle Puglie e soprattutto in Calabria. […] Una ventina d’anni dopo la situazione era ancora peggiore. I briganti spingevano le loro incursioni sino al porto di Napoli: le autorità arrivavano a preferire l’accordo o l’astuzia alla lotta. La grossa banda di Angelo Ferro, che terrorizzava la Terra di lavoro” (Ibidem. p. 791).

    Noi che pur siamo amanti e ricercatori del pittoresco, non dobbiamo fingere di ignorare la depravazione, la degradazione e la miseria a cui è irrimediabilmente legata l’allegra vita di Napoli! (Charles Dickens)

    L’aria di Napoli mi è di qualche utilità; ma nelle altre cose questo soggiorno non mi conviene molto….
    Spero che partiremo di qua in breve, il mio amico ed io. Non so ancora per qual luogo.
    […]Risolvendosi, come pare, il mio amico Ranieri a partire per Roma nel mese entrante, io sono risolutissimo di mettermi in viaggio malgrado il freddo; perchè oltre l’impazienza di rivederla, non posso più sopportare questo paese semibarbaro e semiaffricano, nel quale io vivo in un perfettissimo isolamento da tutti…. La mia salute, grazie a Dio, molto tollerabile, e perfino io leggo un pochino e scrivo, attesa, credo, la benignità non ordinaria della stagione passata e presente.(Giacomo Leopardi)

    [Napoli], per molti rispetti eccellente, ha questo oscuro e vergognoso e inveterato malanno, che il girar di notte vi è non meno pauroso e pericoloso che tra folti boschi, essendo le vie percorse da nobili giovani armati, la cui sfrenatezza, né la paterna educazione ,né l’autorità dei magistrati, né la maestà e gli ordini del re ,seppero mai contenere. (Francesco Petrarca)

    “L’Italia meridionale entrò disgraziatamente a far parte del nuovo Regno in condizioni assai diverse da quelle che il Nitti lascia credere. Essa viveva di una economia primitiva, in cui quasi non esisteva la divisione del lavoro, e gli scambi erano ridotti al minimo: si lavorava più spesso per il proprio sostentamento, anziché per produrre valori di scambio e procurarsi, con la vendita di prodotti, quello di cui si aveva bisogno”.
    Giustino Fortunato, Il Mezzogiorno e lo stato italiano; discorsi politici (1880-1910), vol.2, Laterza, 1911, p.340

    Le storie contemporanee, da Colletta in poi, sono piene de’ biasimi dell’Amministrazione borbonica, Ma nessun’a storia ha potuto svelare 1Jutta quanta la immensa piaga. Fatte le debite eccezioni, tanto più onorevoli quanto più rare, ben si può dire con tanta verità, come ogni ramo di pubblica amministrazione fosse infetto dalla più schifosa corruzione. La giustizia criminale serva delle vendette del Principe; la civile, meno corrotta, ma incagliata anch’essa dall’arbitrio governativo. Libertà nessuna, né ai privati ne’ ai municipi, Piene le carceri ,e le galere dei più onesti cittadini, commisti ‘a’ rei dei più infami delitti. Innumerevoli gli esiliati.
    ‘Gli impieghi concessi al favore o comperati. Gli impiegati in numero dieci volte maggiore del bisogno. Gli alti impieghi largamente pagati, insufficientissimi gli stipendi degli altri. Quindi corruzione e peculato ampiamente e impunemente esercitati.
    Abuso di pensioni di giustizia e di grazia. Ammessi in gran numero ad impieghi governativi ragazzi appena nati, cosicché contavano gli anni di servizio dalla primissima Infanzia. Istruzione elementare nessuna. La secondaria poca o insufficiente. L’universitaria anche più poca e cattiva. Trascurata più ancora l’istruzione femminile. Quindi ignoranza estrema nelle classi popolari. Pochi i mezzi di comunicazione. Non sicure le strade, né le proprietà, né le vite dei cittadini. Neglette le provincie. Poco commercio malgrado le risorse immense di paese ‘ricchissimo. Pochissime le industrie. Perciò aggiunta all’ignoranza la miseria e la fame. Le spese di amministrazione molto maggiori d’ogni più largo calcolo. Gli istituti di beneficenza, largamente dotati, depauperati da schiera immensa di impiegati, di amministratori, di ingegneri, di avvocati. I proventi loro consumati, di regola generale, per tre quarti in spese di amministrazione e per un quarto solamente nello scopo dell’istruzione. Nelle carceri, nell’esercito, nelle amministrazioni, in tutti i luoghi pubblici esercitata largamente LA CAMORRA , il brigantaggio nelle provincie, il latrocinio dappertutto. La polizia trista, arrogante, malvagia, padrona della libertà e della fama, dei cittadini. I lavori pubblici, decretati, pagati e non tatti. Ogni potere, ogni legge, ogni controllo concentrato nell’arbitrio del Principe. Nessuna guarentigia del pubblico danaro. Clero immenso, ignorante, salvo alcune eccezioni meno rare nelle diocesi di Napoli; sforniti di dignità e della coscienza del proprio ministero. Bassa superstizione nel popolo. La mendicità esercitata, sotto forme diverse, da tutte le classi dei cittadini, non escluse le più elevate. Non giornali, non libri. L’esercito corrotto, non esperto di guerra, privo di fiducia nei capi. Fu notato a ragione che se le popolazioni napoletane han potuto resistere ‘a tanti mali per si lungo tempo, ben doveva essere tenace la loro tempra, e profonda la coscienza del loro diritto. Infatti tutto questo corrotto edifizio, a mala pena sostenuto dall’ostinata volontà di Ferdinando secondo, si sfasciò sotto l’urto di un pugno di uomini eroici a cui tenne dietro il sollevamento quasi istantaneo dell’intera popolazione
    Relazione di Costantino Nigra al presidente del consiglio Conte di Cavour per ordine di S.A.R il Principe di Carignano, luogotenente di S.M. Napoli 20 maggio 1861 – …

  2. Culitto Salvatore says:

    con questo commento spero che il signor KKK capisca cosa vuol dire sicilia, e che al relatore di questo articolo possa servire per capire cosa significhi indipendenza e sopratutto cosa significhi essere siciliano (non italiano, non meridionale, SICILIANO) e prego tal relatore di non mischiare i siciliani con i napoletani o i calabresi, non sono la stessa cosa

    in sicilia vi furono nel tempo diversi tentavi di portare all’indipendenza, alcuni riusciti e alcuni falliti

    tralasciando quelle avvenute nel periodio classico che cito solamente:
    – nel 460-440 a.c. si ebbero tentativi che fallirono per liberarsi dal dominio greco e costiturie un regno sotto Ducezio
    – nel 218-202 a.c. dopo la seconda guerra punica vi furono numerose ribellioni contro i romani famoso l’assedio di siracusa dove perse la vita Archimede (non quello della disney…)
    nel 138 a.c. un altra ribellione contro roma con una rivolta capeggiata principalmente da schiavi (le cosiddette guerre servili)

    le prime importanti rappresaglie contro i governi dominanti si ebbbero a partire dal 1280
    la più famosa è sicuramente la cosiddetta “insurrezione dei vespri siciliani” iniziata il 31 marzo 1282 che scaturì dal malcontento verso il governo angioino a causa principalmente del suo fiscalismo (tasse) e dalle ripercussioni avvenute dopo la rivolta di Corradino alla quale seguirono feroci repressioni da parte degli angioini con interi paesi sterminati, nobili ai quali furono confiscati i loro averi per darli ai francesi e cosa forse ancor più grave il modo “licenzioso” dei francesi nel trattare le donne siciliane (una sorta di “lus primae noctis”) che si concluse con la guerra del vespro tra angioini e aragonesi e l’acclamazione a Re di Sicilia di Pietro III di Aragona
    gli aragonesi emanarono molte costutizioni per difendere i diritti del popolo dagli abusi sia feudali che fiscali, ricostituriono un assemblea di origine normanna, l’istituto del parlamento, e favorivorono le libertà municipali, ciononostante i feudatari riuscirono ad acquisire potere a danno della autorità regia e dei comuni portando l’isola ad un inesorabile e profonda decadenza

    sotto i governi dei re Carlo V Filippo II, III e IV e Carlo II in sicilia si ebbe un incredibile (per il tempo) sviluppo economico, sociale, artistico e demografico che durò per tutto il cinquecento e parte del seicento finchè non iniziò il declinio assieme alle allora potenze mediterranee (spagna, francia, venezia) a favore delle economie americane,sembrerebbe dunque che il periodo spagnolo almeno inizialmente non fosse tanto triste come spesso viene descritto ma i problemi in fin dei conti erano sempre gli stessi, eccessivo fiscalismo (la sicilia veniva trattata alla stregue di un colonia) errate scelte economiche e sociali (ricorda tanto la situazione del regno italiano) nonostante tutto il sistema economico siciliano era da considerarsi (e considerato) forte, se ne ebbe la prova nella capacità di ricostruzione e di reazione che seguì alle catastrofi naturali, quali l’eruzione dell’etna del 1669 che giunse fin all’interno delle mura di catania o del terremeto del 1693 che distrusse moltissimi centri della val di Noto (con catania e noto gravemente danneggiate e oltre 50 cittadine distrutte o semidistrutte con più di 60.000 vittime), come scrivevo l’allora forte sistema siciliano seppe reagire ma la grave crisi (la nostra a confronto è un inezia) che colpi l’area mediterrane nel seicento non diede scampo, si ebbero così crescenti tensioni in tutta europa con numerose sommosse e tumulti che in sicilia ebbero sfogo con le rivolte di palermo nel 1647 e a messina 1647-1678, messina trovò appoggio in LuigiXIV che portò le sue armate in sicilia ma la loro sconfitta portò al crollo del sistema manifatturiero legato all’area della seta che reggeva l’intero sistema economico locale;
    alla morte di Carlo II (asburgo) che non ebbe eredi i possedimenti aragonesi in italia furono lasciati a se stessi, il regno di sicilia fu ceduto a Vittorio Amedeo II di Savoia il cui regno durò un lustro
    nel 1718 la spagna dopo aver perduto i suoi domini sbarcò in sicilia occupandola ma dovette cederla successivamente alla formazione della quadruplice alleanza all’austria che la reclamava (erano confinanti?)

    – nel 1795, a palermo, ebbe luogo la congiura di Francesco Polo di Blasi, repubblicano, nel 1799 e poi tra il 1806 e il 1814 per le pressioni del governo inglese con lord Bentinck il re Ferdinando III concesse alla sicilia una nuova costituzione, nel 1812, di tipo inglese, questo parrebbe spiegare la soppressione del parlamento siciliano del 15 maggio 1815 effetuata da re Ferdinando II che formò il regno unico delle due sicilie (che fino ad allor erano due regni distinti), ciò portò al’abolizione delle franchigie delle quali la sicilia godeva, la soppressione dei suoi ordinamenti, delle leggi, delle sue magistrature, della zecca e per concludere della sua libertà.
    Tale operazioni portarono quasi immediatamente (giusto il temp di capire che cosa fosse successo) a delle rivolte scoppiate nel luglio del 1820, in rapida successione a quelle di napoli, a napoli la carboneira (appoggiata dai militari napoleonici) aveva chiesto e ottenuto la costituzione, in sicilia invece si chiedeva il riconoscimento dell’indipendenza dell’isola, il nuovo parlamento di napoletano più che ascoltare le richieste isolane optò per la sottomissione con la forza dell’isola (e ti pareva…)

    – il 1° settembre 1831 insorsero a palermo gli artigiani guidati da Domenico di Marco che chiedevano la costituzione
    – nel 1837 si avevano altri tumulti a Catania e Siracusa dove le popolazioni chiedevano anch’esse la costituzione
    – il 12 gennaio 1848 scoppio una rivoluzione seguita da molte altre nella quale si chiedeva dapprima la costituzione in seguito l’indipendenza
    – il parlamento, radunatosi il 25 marzo dello stesso anno, presieduto da Vincenzo Fardella dihiarò decaduta la monarchia borbonica e, dopo aver conferito a Ruggero VII la reggenza del governo provvisorio, la scelta del nuovo re (si sceglievano pure i re!) nella persona di Alberto Amedeo di Savoia. La Sicilia così trsferiva le sue aspirazioni indipendentiste sul piano itlaiano mostrando apertamente la sua intenzione di ottenere una CONFEDERAZIONE DI LIBERI STATI (170 anni prima della lega..tiè)
    Il re borbonico che uscì vittorioso dal parlamento napoletano condusse un aspra lotta contro la sicila, dapprima messina fu incessantemente bombardata successivamente nel 1849 la stessa sorte toccò a palermo dove la resistenza dei palermitani non fu supportata dai “patrioti” che stavano a roma e venezia i quali puntvano ad altro, così nel maggio del 1849 il borbonico Ferdinando II tornava in possesso di palermo e dell’intera isola, nel decennio successivo la sicilia si orientò verso Cavour e il piemonte.

    con le insurrezioni del 4 aprile 1860 note come “insurrezioni del convento del gancia” i “liberatori” italiani capirono che era giunto il momento di “liberare” la sicilia e anche se una parte (grossa parte) della classe dirigente siciliana non era favorevole ad una semplice annessione allo stato piemontese ma puntava a conservare l’autonomia,i “liberatori” portarono alla libertà la sicilia annettendola al novello stato…il grande Cavour dopo aver alimentato sogni e speranze infranse tali aspirazioni, inoltre evitò anche le riforme agrarie richieste dal popolo, introdusse nuove tasse (ma tu guarda) vennero introdotte alcune nuove leggi, ad esempio la più carina e simpatica, la leva obbligatoria (e ci sono passato pure io) ciò unitò alle angherie e soprusi dei nuovi governanti portò ad un rafforzamento del fenomeno noto come brigantaggio, che altro non era che un fenomeno sociale di ribellione al nuovo padrone.

    – nel settembre del 1866 nel neonato regno d’italia a palermo scoppiò una ribellione, per sette giorni i ribelli tennero palermo e fu mandato il generale cadorna per aver ragione della rivolta, nota come rivolta del “sette e mezzo” (al termine della ribellione non esistevano più ribelli ne moti rivoluzionari…come si dece in sicilia? ammazzo te e tutta la tua famiglia? ecco dove l’hanno imparato)
    dal 1866 al 1894 le condizioni dell’isola invece di migliorare peggiorarono drasticamente, questo grazie alle leggi economiche che favorivano l’economia settentrionale e come se non bastasse la chiusura dei rapporti commerciali con la francia (rapporti della sicilia chisui nel 1887) che venivano trasferiti in altri lidi..più settentrionali ciò condusse ad un deleterio cambio di direzione dell’agricoltura meridionale che fin ad allora se non prospera era da considerarsi soddisfacente, e che da allora non si è più ripresa
    intanto nelle campagne si assisteva all’occupazione delle terre demaniali da parte dell’esercito “italiano” che portò ad un accesa resistenza sfociata nel tragico episodio di caltavuturo nel gennaio del 1893, dove l’esercito italiano “liberatore” aprì il fuoco sui “briganti” contadini uccidendone 11, nelle campagne e nelle zolfare intanto si chiedeva una paga (esattamente come accade oggi, non si chiede una paga migliore, si chiede una paga)

    intorno al 1890 in sicilia erano sorti numerosi “fasci” dei lavoratori, il movimento socalista si andava via via estendendo grazie alla cattiva situazione economica, essendo i diritti dei lavoratori un rischio nonchè un abuso della popolazione siciliana il governo affrontò tramite francesco crsipi il problema, furono aboliti i fasci, sospesa lalibertà di stampa, gli arrestati deferiti a tribunali “MILITARI”

    decisi miglioramenti si ebbero con la politica giolittina del protezionismo industriale che aiutò le grandi industrie siciliane…ah già la sicilia si basava sull’agricoltura, quindi un altro decennio di continuo peggioramento a favore sempre della stessa area “italiana” il settentrione

    arriviamo dunque al periodo delle grandi guerre, dopo lo sbarco degli americani nel luglio del 1943 i danni provocati erano immani, non vi erano tracce di tedeschi ne di opposizione fascista ma gli anglo-americani per andare sul sicuro bombardarono le coste siciliane (per inciso l’economia siciliana esisteva sulle coste non nell’entro-terra) ci vollero parecchi anni affinchè la sicilia si risollevasse… nel 1944 gli alleati consegnarono le zone occupate al governo italiano, in sicilia però riprendeva l’antica tendenza all’AUTOGOVERNO e all’INDIPENDENZA che già si era presentata più volte nei secoli prima, si sviluppò quindi il movimento separatista (MIS, il primo movimento indipendentista d’italia) per alcuni anni sulla cresta dell’onda andò spegnendosi anche perchè il 15 maggio 1946 con Decreto Regio veniva sancito lo statuto speciale d’autonomia alla regione siciliana (da allora si chiama regione siciliana e non sicilia)
    il 30 magio 1947 veniva eletto il primo governo regionale.

    la sicilia quando non è stata indipendente (circa 6 secoli) ha sempre goduto dai vari governi ampia autonomia, in sostanza la sicilia da epoca romana fino ad oggi è sempre stata autonoma, i movimenti indipendentisti più recenti si possono trovare nei moti del 1820 e successivamente in quelli del 1848, un sentimento indipendentista che nasce molto prima dell’italia e con essa non si spegne, già nel 1866 il popolo siciliano si ribellò, il sentimento indipendista rinacque nel primo dopoguerra è fu soppresso (uso il termine appositamente, si trattò di soppressione) dal fascismo, si riaffacciò con lo sbarco degli alletai in sicilia, poi nel secondo dopoguerra con il MIS che aveva più di 5.000 iscritti, si costituì l’EVIS il braccio militare capeggiato da canepa prima e giuliano poi (noto come il bandito giuliano, non si poteva chiamare l’indipendentista giuliano per motivi burocratoci…),i tentativi di indipendenza della sicilia sono stati sempre repressi nel sangue fino alla scomprsa di tali movimenti (cadorna ne sa qualcosa) la “concessione” di autonomia aggiunta alla riduzione (fisica) di tali movimenti ha fatto scemare negli anni l’indipendentismo siciliano che tuttavia si ripresenta ciclicamente in forme sempre differenti, Paolo Dantoni nel 1951, Silvio Milazzo con la sua Unione Siciliana nel 1959, Pellegrino e Nicolosi nel 2001, addirittura con Arraffaele Lombardo nel 2006 (non ricordo il partito e non lo voglio ricordare), ad oggi vi sono numerosi forse troppi partiti indipendentisti o autonomisti in sicilia, il MIS dopo anni di silenzio nel 2004 si è riproposto (hanno fatto pure arraffaele membro onorario mi pare..) il FNS, MPA Nuova Sicilia Il Patto per la Sicilia, Alleanza Siciliana, L’altra Sicilia e tanti altri partititi e partitelli che sembrano nati più che per ottenere indipendenza o vera autonomia fondi ai partiti agevolazioni, posti fissi e fondamentalmente voti, io oggi guardo la sicilia e non vedo un futuro per tali partiti ciò non vuol dire che non vi è un futuro per l’indipendenza della sicilia, come la storia ha più volte ricordato la sicilia dovrà fare più che lottare e morire per ottenere la sua indipendenza, dovra anche saperla mantenere perchè la sicilia è da sempre preda ambita di molti popoli (greci, fenici, romani, normanni, arabi, spagnoli, francesi, austriaci, italiani) per la posizione geografica, per l’importanza strategica militare e commerciale nel mediterraneo, per la ricchezza storica e paesaggistica del suo territorio, oggi anche per i suoi giacimenti petroliferi e di gas, per l’incredibile potenziale sulle energie alternative (mai sfruttato grazie agli sforzi dell’enel), la sicilia ha ancora molto da offrire e lo stato italiano ha ancora molto da prendere, stato che è il principale nemico della libertà, economia e industria siciliana.
    quando scrivete che il sud non vuole staccarsi dall’italia mettete in mezzo la sicilia, no signori, la sicilia non vuole l’italia non l’ha mai voluta, è stata ingannata e sfruttata dall’italia, la sicilia vuol essere libera e non vuole avere nulla a che fare ne con l’italia ne con il meridione dell’italia perchè comunque un siciliano guardi oltre lo stretto di messina si chiama nord, per la sicilia napoli è nord, i borboni rappresentavano il nord, nessuno anela alla ricostituzione del regno di napoli e delle due sicilie, nessun siciliano può farlo perchè anche il regno di napoli era oppressione di uno stato straniero e sfruttamento settentrionale

    spero con questa mia “breve” parentesi sulla storia indipendentista siciliana di aver chiarito chi in questo stato denominato italia è indipendentista e chi no, chi ha fatto per l’indipendenza e chi ha solo parlato

    per concludere citando da un film dal quale avrete sicuamente tratto la vostra realistica esperienza sulla vita in sicilia dico agli attuali indipendentisti padani “siete solo chiacchiere e distintivo”

    • luigi bandiera says:

      Ammiro e rispetto un siciliano che si presenta come siciliano piuttosto che un siciliano che si presenta come italiano.

      E, magari avere veneti cosi’ come certi siciliani che si presentano come veneti e non come italiani. Li chiamo anche TALIBANI.

      E come si dice: lo scrivevo in tempi non sospetti. Cioe’ moltissimi anni fa.

      Il mio nemico e’ l’itaglia e non la Sicilia con i suoi cittadini.

      Anzi, vorrei gli stessi diritti dei siculi. Mi fanno davvero invidia, i loro.

      Per caso sono di serie A e noi di serie Z per non averli uguali e compagni..?

      Sicuramente i siculi sono moolto piu’ svegli dei noti polentoni..!

      Concludo, si dovrebbe lottare insieme per avere gli stessi diritti e non insulti. Altrimenti, si fa tanto per discorrere.

      At salüt

      • Ettore says:

        E allora perché i padani sembrano non avere nulla di meglio da fare che insultare i meridionali? Dal vivo, al governo di Roma ladrona(da cui vengono pagati), su facebook, su youtube(sotto magari a video umoristici dei meridionali dove loro non c’entrano proprio niente e non hanno nessuna voce in capitolo).

  3. Pavarutti says:

    Certo certo Toscana e Umbria sono “padane” ahaha ma per favore!

  4. fabio ghidotti says:

    molto apprezzabile il pluralismo non solo della stampa ma anche nello stesso giornale.
    Ma quando una testata pretende di essere la portavoce dell’indipendentismo padano, non potrebbe precisare che la Padania non comprende la Toscana, come invece sostiene quella vecchia cariatide bossiana che ha firmato l’articolo?

    • Aquele Abraço says:

      La Padania (o Italia del Nord) è in realtà una macro regione ideata dalla Lega cui, diversamente da te, molti toscani fanno questione che la Toscana sia inclusa.

  5. ritanna says:

    Siete malati…Ma noi di Fratelli d’Italia vi guariremo a suon di meloni tricolori !

  6. Liugi mobile says:

    Le definizioni date in questo articolo della “Padania” possono avere senso, ma ci sono alcune incongruenze.

    Lo spartiacque appenninico delimita realmente due civiltà, e anche in modo abbastanza netto, per quanto riguarda lingua e costumi tradizionali. Sono il primo che ammette questa realtà. Però le definizioni della Padania legate alla diversa percezione dello Stato sono tranquillamente applicabili ben al di sotto del Rubicone. A mio avviso, dovrebbero rientrarvi le regioni centrali dell’attuale Italia compreso l’Abruzzo, ma senza Roma e buona parte del Lazio. Considerando l’assenza di mafie autoctone come fattore discriminante scendiamo fino al Molise e alla Basilicata. A questo punto però non si può più parlare di Padania, ma di “Italia del nord”, “ex langobardia maior”, “Italia comunale” o qualche altro termine geograficamente più coerente.
    È interessante notare che la parte di Italia popolata da società “sane” consiste almeno nei tre quarti dell’area italiana. Ne consegue che i veri italiani sarebbero proprio i (macro)padani, mentre i meridionali sarebbero la minoranza. Non sto a elencare quanti paradossi possono derivare da una visione di questo tipo.

    Io metterei da parte questa idea di Padania, almeno per un po’…

    • Aquele Abraço says:

      Un criterio preso da solo (come la percezione dello Stato o la prevalenza della società civile sulla criminalità organizzata) può certamente trovare riscontro anche in territori al di fuori dei confini classici della Padania individuati a suo tempo dalla Lega; è l’insieme d’essi che identifica questa Padania che, in realtà, assomiglia più a una macro-regione cui, una volta costituita, secondo le intenzioni originarie, avrebbe potuto eventualmente seguire una volontà popolare di secessione dal resto dell’Italia tramite referendum, magari seguita subito dopo da una federazione o confederazione con esso.

  7. Salvo says:

    Bravi, bravissimi!

    Quando abbandonerete la colonia chiamata sud italia più le isole?

    • Rinaldo C. says:

      speriamo al più presto

      • Ettore says:

        Bravi, ridateci però prima i nostri soldi, le nostre industrie, le vite dei morti ammazzati perché a voi faceva comodo l’Unità. Ridateci le tasse dei meridionali servite a costruire infrastrutture, strade, ponti, linee ferrate, solo da voi. Ridateci tutto questo e poi potete tornare a vivere nella vostra terra Padania/Arcadia.

    • Ukpome unione Cisalpina says:

      ciò k’è strano e ridikolo è vedere kome il servo cerki d’impedire al padrone di emanciparlo …
      il servo duosikulo ke vuol rimanere tale anke kontro la volontà del kolonizzatore cisalpino d’indipendentizzarlo …

      portoghese_sikulo SEI RIDIKOLO … vedi bene dove ti porta la tua arroganza retrograda e mafiosa pelasgiko_italika … 😀

  8. Alberto Pento says:

    La latinità de le polasion del nord talego, la jera asè parsial respeto ala totaletà de la edentetà etno-cultural-legoestega de ogni area.

    • Alberto Pento says:

      L’area de la Retia (Trento e Bolsan) e de la X Rejo (Venesia e Istria) no le jera tera padana.

      • luigi bandiera says:

        Pento,
        ma ea X rejo na iera na roba romana..??

        Oh, kax, ti te si pi’ tanto brao de mi so sto tema, ma dime mo, xea na roba romana o veneta ea X rejo..?

    • luigi bandiera says:

      pento,

      a xe come col clima e a dieta e a menada del kax che dixaria che tuto xe’ mediteraneo o talian o latin…

      Xe de logika ke ki komanda deta ea kultura da semenar quindi de lavar i sarvei.

      I latini faxea kusi’ dando nomi e cognomi ae robe ndoe i governava… i gai konpagno, i inglesi conpagno e vanti… anka i arabi e i graci faxea kusi’…

      COSI’ HANNO FATTO TUTTI..!

      Unkuo’ se trata de kapir quanto farabuti , inbrojoni e tanto briganti oltre ke rapinatori, xe stai i okupanti taliani ne i nostri konfronti..!

      Dirghe aea xente nostrana, semenando el verbo, kosa ke a ga fato pa verli tuti soto dominio sta presunta patria.
      Anka kua’, i ne dixe ke el stayto aministratio talian xe ea nostra pèatria.

      XE TUTO FALSO..!!!

      Xe soeo un stato aministratio e BASTA..!!

      E NOSTRE PATRIE E XE STAE DESFAE… DA STI LAXARONI ma penso pi’ BRIGANTI..!

      Semo, insoma, dei SENSA PATRIA e par questo DESAPARECIDOS e se prasenti semo fasii bersali pa i kaciatori talibani.

      Ma fin ke ghemo ea KST o skuoea trikoglionitrice ke LAVA SARVEI in funsion, ghemo a voja de ver daea parte nostrana ea raxon.

      Po se xonta ea nostra “unita’”… a pi gran ciavada ke ghe sipia a sto mondo..!

      I VENETI XE UNO KONTRO DE KEALTRO..!!

      Ti te me ga sbara’ a mi e mi dovaria sbararte a ti…

      Kome go xa dito, PRAFERESO MORIR MI, SAKRIFIKARME.
      Mi no ghe vojo sbara mai a un me fradel…
      Gnanka pa lexitima difexa.

      Portropo kome dixo senpre: go vinto kontro i potenti ma go perso kontro l’IGNORANSA… ke abonda in terra veneta. Intendo poitegamente.

      Saeudi

      • Alberto Pento says:

        Ti prima te si leghista e padan e podopo te si veneto.
        Mi par inanso so veneto e no poso vedar li ladroni taliani e padani.
        Ti te voti lega e mi no voto nesun
        Su RaixeVenete te jeri devegnesto na rogna leghista e mi me so parmeso de dirtelo.

        • luigi bandiera says:

          Pento,

          miva ben son na rogna lighista, e non leghista, e ti de ke rogna sistu..??

          Ah ah ah ah….

          Pento pento…

          Vien troarme dai, go el kamin da spasar daea kaixine…

          Te pol pensarte se i veneti fara’ kalkosa…

          ko sti ciari de Una senpre soto i sara’ e i stara’, no i se merita de pi’ o de altro.

          Pa el disk dee RV mejo no parlarghene pa no sputanarse in publiko, parke’ na viliakada kusi’ no a go mai bua in vita mea.

          Podopo, a te te si fato proprio kognosar e no sta dirme ke te te vanti parke’ a saria grosa proprio.

          Ma al pexo no ghe xe limite…

          Pasiensa

  9. Alberto Pento says:

    A parte le aree rete, ogagne, venete e istre co inserti montani xermani.

    • Marco says:

      Ovviamente la Toscana e, a maggior ragione, l’Umbria non sono Padania…mi sembra anche assurdo il doverlo specificare; che poi possano eventualmente entrare a far parte di uno stato “padano” è un altro discorso.

      • vasco says:

        La Toscana, però, è sempre stata legata al Nord Italia fin dall’epoca dei Longobardi; allora, io dovrei dirvi di lasciare le Romagne e le legazioni pontificie (Bologna e Ferrara) al nuovo stato pontificio

        • Marco says:

          L’elemento discriminante è la lingua: in Romagna (o in “Emilia”) si parla “padano”; in Toscana no.
          Si capisce benissimo anche solo dall’accento che i romagnoli sono padani mentre i toscani non lo sono…

          Poi è vero che i legami tra Toscana e Padania sono forti e, ripeto che può darsi benissimo che la Toscana (o una parte di essa) possa entrare a far parte di un ipotetico stato padano e magari tutta la Romagna no: il tutto dipende…dalla volontà popolare.

          • Veritas says:

            Nell’alta Toscana non si parla il vernacolo toscano, bensì un italiano praticamente senza inflessioni di alcun genere

            • elio says:

              eeehhhhhh, ma sai cosa hai affermato????????hahahahahaha

              I N C R E D I B L E ! ! ! !

            • toscano redini says:

              Piaccia o non piaccia, la lingua italiana altro non è che la lingua toscana corrotta e sciagattata dai manzonismi degli stenterelli.
              Nel 1861 la presunta “lingua italiana” era intesa parlata e scritta da circa 600.000 sudditi di un nuovo regno imposto a fucilate, e questi 600.000, guarda un po’, eran tutti in Toscana, salvo qualcuno che, nella speranza di vender più copie di un suo romanzetto, era venuto a “risciacquare i panni in Arno”.

              Delenda est italia.

  10. luigi bandiera says:

    Si Giuseppe,

    e’ proprio cosi’..!!

    GRAZIE

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