Colonialismo interno e separatismo secondo Zitara

di ROSARIO DELLO IACOVO*

Indipendentismo, separatismo, salvo eccezioni sporadiche, non hanno mai avuto centralità nel discorso pubblico in Italia. A determinare la marginalizzazione di questa tematica hanno contribuito tutte le forze politiche di rilievo nazionale, perché tanto la destra che la sinistra hanno una propria epopea risorgimentale, una visione mistificata del corso reale degli eventi che portarono all’unità d’Italia. A destra domina l’idea del suolo italico liberato dal giogo straniero, di quella patria che si ricollega idealmente all’impero e all’antica Roma. A sinistra gli ideali di libertà ed eguaglianza contrapposti alla tirannia borbonica.

La convergenza delle diverse forze politiche non ha conferito, quindi, diritto di cittadinanza ad alcun discorso che mettesse in qualche modo in discussione l’unità nazionale, nonostante questa si sia realizzata e poi consolidata in cento cinquant’anni di storia comune profondamente segnata dal divario fra nord e sud del paese. Anche la destra e la sinistra meridionali si sono accodate ad analisi eterodirette, prodotte altrove, fungendo da megafono e allo stesso tempo da tappo agli sporadici tentativi di avviare una riflessione che partisse dal territorio, dalle sue caratteristiche e dalla valutazione dell’eventuale vantaggio o svantaggio del Sud “di restare in Italia”.

Di secessionismo si parla nel dibattito pubblico dalla nascita e dall’affermazione della Lega nord. Ma la presunta carica separatista di questa formazione politica appare uno strumento per modificare le già ineguali condizioni contrattuali che tengono unita l’Italia, piuttosto che vero spirito di Indipendenza. Uno strumento votato a inasprire quella reciprocità asimmetrica che altrove ho individuato come vero tratto caratteristico del sistema Italia.

In poche parole: una convenienza reciproca delle classi dirigenti del sud e del nord che si spartiscono le risorse in maniera decisamente ineguale. Nelle regioni settentrionali l’ampiezza delle risorse permette lo sviluppo del territorio, oltre alla sopravvivenza del ceto politico e del suo sistema clientelare. In quelle meridionali la prima funzione è praticamente azzerata e, per usare un termine di moda, è la casta che beneficia della quasi totalità del flusso di denaro pubblico.

Quella della Lega è una prospettiva molto diversa da quella tracciata in “Stato e sottosviluppo: Il caso del Mezzogiorno italiano” da Luciano Ferrari Bravo, assistente di Toni Negri a Padova e coinvolto nella vicenda giudiziaria “7 aprile”, e Luciano Serafini. Un testo eccellente, uscito a metà degli anni Settanta, nel quale viene evidenziato come lo sviluppo del nord si regga sul sottosviluppo forzato del sud.

Anche l’analisi di Zitara parte da un ambiente culturale di sinistra. Aderì al Psiup, dopo la scissione del 1964, direttore di Lotta Continua e dei Quaderni Calabresi, Zitara pone la questione nord-sud marxisticamente in termini di rapporti di produzione e di rapporti di classe. Parte dall’affermazione di Antonio Gramsci secondo il quale il nord sarebbe stata una piovra “che si arricchiva alle spese del Sud e che il suo incremento economico-industriale era un rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionale”, ma ritiene che siano proprio gli interessi del proletariato settentrionale e quello meridionale a essere oggettivamente diversi e contrapposti. Di conseguenza, le strutture politico-sindacali sarebbero un elemento di conservazione della situazione esistente.

Zitara, a proposito delle ex Due Sicilie, parla esplicitamente di “Colonia interna” e considera l’unità d’Italia la causa principale di uno squilibrio che un secolo e mezzo dopo è del tutto irrisolto. Proprio a partire dall’appropriazione delle ricchezze del Sud che costituisce, sempre in termini marxiani, un momento topico di quell’accumulazione originaria, a cui è dedicato il XXIV capitolo del Capitale, che permette l’avvio della vera industrializzazione nelle regioni del nord Italia. Perciò Zitara era un convinto separatista e ha dedicato tutta la sua esistenza e gli ultimi anni al tentativo di radicare ed estendere questa proposta politica.

Ne ho discusso con Angelo D’Ambra, collaboratore di Fora, rivista elettronica fondata nel 2000 dallo stesso Zitara.

Qual è l’importanza di Zitara?

Nel febbraio del 2012 si è tenuta la Seconda giornata di Studi su Nicola Zitara e nei primi mesi del prossimo anno terremo anche la terza. Le nostre non sono commemorazioni ma occasioni di studio ed approfondimento; non ci sono passerelle per questa o quella associazione, neppure ci sono finanziamenti pubblici; c’è solo la voglia di parlare della nostra terra nella convinzione che il bagaglio di analisi lasciateci da Zitara non debba essere dimenticato perché quella separatista non è solo una fantasiosa ipotesi. Zitara era un rivoluzionario, ha vissuto nell’oggi la possibilità del cambiamento tra utopia e distopia basta leggere le sue opere per capirlo. La rivisitazione che Zitara opera del Risorgimento in L’invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria, per esempio, non è diretta ad argomentare su quanto è accaduto e su quanto poteva accadere di diverso e non è accaduto; non indugia in giudizi moralistici del fatto e del desiderato. Zitara si trova invece di fronte all’impellenza esistenziale di definire il realizzato del presente storico, il campo di forze materiali, politiche, economiche, ideologiche e spirituali che regge il paradigma unitario da combattere non per una opinione, non in nome di una scelta, ma in ragione della sola possibilità concreta, cioè di ciò che solo ha, possiede, presenta equivalenti capacità di realizzarsi: la rivoluzione separatista. Non c’è altra via, non c’è opzione, non ci sono neppure margini di miglioramento sostanziali nel quadro dell’Italia unita perché è l’Italia unita la causa stessa della questione meridionale. Personalmente sono convinto che domani, retrospettivamente, si scoprirà il profondo realismo di Zitara.

Puoi tratteggiare la sua vita?

In effetti, un’analisi realmente approfondita del pensiero di Zitara non può prescindere da un discorso sulla sua esperienza e sugli orientamenti politici degli anni della sua formazione. Zitara nasce in un ambiente culturale di sinistra, fonda e dirige la sezione catanzarese del PSIUP, è direttore di Lotta Continua, poi di Quaderni Calabresi, meridionalista ed infine separatista. E’ facile dunque immaginare il perché in vita Zitara sia stato una personalità ostica, complessa, per molti un rospo da mandar giù o un folle da isolare, un intellettuale ruvido e realmente fuori dagli schemi del mondo stereotipo. Una cosa però va detta: Zitara restò socialista, non abbandonò mai l’idea di una lotta complessiva per il miglioramento dell’uomo, per un reale salto di qualità nei rapporti sociali di produzione, per la fine effettiva dello sfruttamento capitalistico che nella nostra terra prende il volto del colonialismo interno.

Cosa intendi per colonialismo interno?

Vedi, tutte le nostre città hanno qualcosa in comune. Rivoli di stradine, viuzze che si intrecciano e che conducono alle strade principali e queste si aprono sul corso ed il corso come un fiume che sfocia a mare ci porta nella piazza. Un abitato costellato da migliaia di minuscole attività commerciali, tanti bar, sale giochi e locali di ristorazione che si alternano a negozi di articoli di lusso e centri della grande distribuzione settentrionale. Basta sollevare il capo e notare le insegne dei gruppi assicurativi e bancari italiani ed europei. E’ la metafora neppure celata del colonialismo italiano. Un’urbanistica coloniale che Zitara individua nella Reggio Calabria degli anni ’70 e che manifesta l’intreccio tra banca, capitale settentrionale e distribuzione meridionale in un capitalismo dei consumi che regola e disciplina il sottosviluppo. Scriveva il nostro: “La funzione negativa di una banca forestiera operante su una nostra piazza non sta tanto nel fatto che funziona da pompa per drenare altrove il nostro risparmio, quanto in quello che non compie operazioni rischiose, quali sono quelle industriali. In pratica finanzia il commercio. Ed è proprio attraverso il commercio che passa e si rafforza la subalternità coloniale, in quanto il commercio (oggi detto distribuzione: alimentari, tessuti, edilizia, legno, ecc.) si approvvigiona presso gli industriali. In sostanza, con il risparmio locale le banche hanno sempre prefinanziato lo sbocco meridionale dell’industria padana”( N. Zitara, Negare la Negazione, Reggio Calabria 2001, p. 20).
In questo contesto sorto all’indomani dell’Unità d’Italia con l’esproprio dei Banchi di Napoli e di Sicilia, non siamo padroni del nostro risparmio. Esso finisce a Milano e viene reinvestito dagli istituti di credito soltanto nei consumi, ma per potere adempiere al nostro dovere di fedeli consumatori, abbiamo bisogno di denaro perchè senza denaro non si può comprare la merce settentrionale, eppure solo chi ha un lavoro possiede il denaro da spendere. Ecco dunque la ragione pura dell’intervento straordinario: lo stato interviene nell’economia per garantire posti pubblici e misure assistenzialistiche minime in modo da dare reddito al Sud e farne aumentare la capacità di acquisto senza però farne aumentare la capacità produttiva. E’ questo il tratto saliente del sistema che Zitara qualifica come colonialismo interno. Egli scriveva: “…si possono individuare le seguenti principali condizioni che fanno del Mezzogiorno un’area coloniale:
1. Dipendenza da altre aree per la maggior parte dei beni di consumo e di investimento;
2. Produzione agricola rivolta all’esportazione sotto la forma di materie prime;
3. Drenaggio delle risorse ambite dalle aree sviluppate, nella fattispecie delle forze lavorative;
4. Subordinazione culturale” (Nicola Zitara, La lotta di classe nella colonia Mezzogiorno, in Il proletariato esterno, Milano 1977, p. 98-9).
La colonia interna insomma garantisce al Nord manodopera qualificata e a basso costo, derrate agricole a prezzi stracciati, smaltimento rapido e vantaggioso dei propri prodotti (e dei rifiuti industriali) e carne da macello per le proprie guerre imperialiste.

Come pensava Zitara di uscire da questa situazione?

La classe dirigente e quella partitica e sindacale meridionale amministrano la colonia, fanno da cintura di trasmissione delle direttive nordiste, impongono persino i contenuti delle lotte sociali: “Oggi il Sud gravita economicamente sulla sua efficienza coloniale, la quale ha due aspetti fondamentali. Il primo è la distribuzione dei prodotti industriali, agricoli e del terziario padano, dalla quale ottiene il cosiddetto ricarico commerciale, il valore aggiunto che va al terziario locale. L’altra fonte di sussistenza è la corruzione clientelare. La Regione Lombardia ha 4000 addetti, la Regione Sicilia, un po’ meno popolosa, ne ha 23000. Ovviamente si tratta di assistenza carpita all’intera nazione, ma ad essere corrotti non sono solo i politici siciliani. La politica nazionale, non volendo affrontare i problemi siciliani ha creato una classe “cuscinetto” a favore dell’unità politica. Discorso consimile si può fare per tutte le mafie meridionali, le quali si adoperano a calmierare le possibili ripercussioni sociali e politiche della disoccupazione con un drenaggio di profitti realizzati nelle altre parti del Paese e, pare, in tutto il mondo”( N. Zitara, L’irrinunciabilità e l’urgenza di uno stato meridionale, in Rivista elettronica Fora, 2 dicembre 2009). Al governo della colonia insomma concorre una borghesia burocratica e parassitaria che si nutre di clientele e finanziamenti, essa prospera sulla pelle della propria terra: “voltandola in termini di geopolitica, al Sud, la classe sociale, che gli economisti latino-americani hanno definito “borghesia compradora”, legata com’è agli interessi di Milano, rappresenta un nemico reale e possente. Trattasi di regola di imprenditori moderni che fanno da tramite tra le aree sviluppate e le aree sottosviluppate, tragicamente depresse dai meccanismi del mercato capitalistico”(N. Zitara, La borghesia ‘compradora’, in Rivista elettronica Fora, 15 aprile 2005). Per spezzare il giogo coloniale il separatismo rivoluzionario è la sola risposta politica perseguibile; una vera e propria rivoluzione con marcati tratti sociali. Per Zitara, infatti, “la separazione d’Italia è inevitabile; il problema d’affrontare non è questo, ma se, dopo la separazione, il Sud sarà ancora governato dall’attuale classe politica, o dai suoi abitanti e per i suoi abitanti. Ciò non si decide domani, ma oggi, in base al modo in cui si strutturerà il partito separatista” (N. Zitara, Il partito separatista, in Rivista elettronica Fora, 8 Novembre 2007). Non basta dunque la sola separazione: “… un governo fantoccio servirebbe a mascherare la continuazione del colonialismo toscopadano, che non si esprime più con le baionette, ma con l’usura” (N. Zitara, Comunicazione politica, in Rivista elettronica Fora, 5 settembre 2008). Alla base della visione di Zitara riconosciamo riferimenti che rinviano alla legge dello sviluppo ineguale e combinato, la constatazione analitica dell’impotenza strutturale delle borghesie dipendenti, la visione dell’imperialismo come sistema globale di relazioni commerciali: “La nostra ambizione è palese: all’interno, riproviamo con l’autogestione di mercato e, all’esterno, con il protezionismo funzionale. Se vinceremo nell’Italia megaellenica, all’umanità sottosviluppata sarà offerto un modello, un esempio, su cui riflettere” (N. Zitara, Tutta l’Egalitè, Reggio Calabria 2001, p.3). Il modello statuale di Zitara unisce il socialismo al protezionismo; nell’inedito “Linee d’orientamento in relazione alla Costituzione dello Stato meridionale” redatto da Zitara nel 2000 leggiamo al punto 1.3: “La piena occupazione verrà realizzata attraverso il controllo del commercio estero. L’ingresso di merci straniere sarà contingentato. Occorrerà risuscitare tutte le produzioni agricole e manifatturiere cosiddette mature, attualmente non operative a causa dell’invasione straniera del mercato meridionale. Basterà quest’atto di liberazione per promuovere la rinascita di milioni di occupazioni”.

Quale è lo stato del movimento separatista oggi?

Zitara ha provato continuamente a lanciare una struttura separatista, ne ha disegnato schemi e programmi, ma non ci è riuscito, è sempre rimasto da solo, io stesso mi sono accostato lentamente alle sue tesi. Oggi di separatista non c’è niente, niente che possa ricordare lontanamente Zitara, c’è la rivista Fora di Mino Errico che continua a pubblicare materiale separatista, poi la Fondazione Zitara, ma nessun movimento politico che possa dirsi “zitariano”. Coloro che si definiscono indipendentisti spesso neppure conoscono Zitara e lo citano a sproposito. Costoro sono assolutamente distanti dalla sua elaborazione politica e non esitano a dargli del vecchio rincitrullito quando nel suo pensiero riscontrano qualche posizione che non condividono. In definitiva essi parlano un linguaggio diverso. Il loro indipendentismo non nasce dall’analisi dei rapporti di classe e delle dinamiche economiche, il loro indipendentismo nasce dalla repulsione per la politica italiana e per questo è ideologicamente antiberlusconiano, qualunquista, filoamericano e sostenitore entusiasta di ognuna delle finte opposizioni che il sistema italiano genera per restare a galla e controllare consensi, da Di Pietro a Grillo, da Vendola a De Magistris.
Ciò che è più importante è che l’assenza di Zitara è l’assenza di progettualità. Zitara non era soltanto un riferimento illustre, ma uomo capace di definire un’analisi approfondita e serena della realtà politica, sociale ed economica e al contempo di delineare una strategia operativa immediata. Tutto ciò oggi manca e per tale ragione si finisce con l’accettare il terreno di gioco ed il linguaggio degli avversari. Il punto è che l’indipendentismo è vincente se diventa innanzitutto una cultura della trasformazione, non c’è ONU, NATO o altra agenzia imperialista che tenga; se devo lottare per una Paese indipendente in cui però continuo ad essere sfruttato, sottopagato e preso a calci, non mi interessa, non mi cambia nulla.. l’indipendentismo deve essere una cultura dell’emancipazione e ciò Zitara lo sapeva bene, ecco perché preferiva il termine “separatismo rivoluzionario”. Suppongo che niente di significativo potrà nascere ignorando il suo contributo per questo occorrerebbe moltiplicare le occasioni di studio e riflessione sulla sua opera.

*rosariodelloiacovo.wordpress.com

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3 Comments

  1. oppio 49 says:

    a me pare che, nell’ipotesi di uno stato settentrionale ed uno meridionale, la questione della protezione sia inesistente. Partendo dalle attuali condizioni e con una propria moneta, il sud potrebbe attrarre investimenti tali da poter far crescere, finalmente, una classe imprenditoriale meridionale ed immettere sul mercato prodotti e servizi di buona qualità ad un prezzo decisamente concorrenziale. non servirebbe il protezionismo, l’industria meridionale sarebbe protetta naturalmente dai minori prezzi e di questa condizione si potrebbe avvantaggiare per far prosperare la propria società. certo alcuni nodi legati all’evasione ed alla criminalità se li dovranno risolvere subito ma le premesse per farcela le avrebbero tutte.

  2. CARLO BUTTI says:

    Se vogliamo riscattare il sottosviouppo del Sud attraverso un sistema protezionistico, come mi pare auspichi Zitara, proponiamo una ricetta sbagliata, la stessa che ha prodotto le distorsioni del sistema economico italiano dopo l’Unità,accentuando la frattura fra Nord e Sud. Il patto scellerato fra industria pesante settentrionale e latifondismo meridionale, nel nome di una drastica politica doganale volta a proteggere gli interessi di entrambi i potentati, da un lato rafforzava un comparto industriale ancora fragile, di cui peraltro non si sentiva affatto il bisogno,, ai danni dell’industria manifatturiera,dall’altra perpetuava una forma d’agricoltura antiquata, a scapito di colture specializzate i cui prodotti avrebbero potuto trovar sbocco sui mercati esteri. In tempi di crisi come il nostro l’ideologia protezionista rialza la testa, ma può produrre soltanto guasti, con buona pace di Giovanni Sartori(vedi il suo editoriale sul”Corriere” di due giorni fa).

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